Salvatore Vassallo sulla riforma elettorale


Dal 2007, dopo l’approvazione del porcellum e la disastrosa esperienza dell’Unione, sul sistema elettorale penso e sostengo, in sintesi, quanto seguente. Per la scelta dei singoli parlamentari, va bene una soluzione “simil-tedesca”: metà dei seggi assegnati in collegi uninominali, metà attraverso liste circoscrizionali cortissime, con voto unico. In ciascun territorio, le candidature proposte avanzate dai partiti sarebbero ben visibili agli elettori. Gli elettori sarebbero messi in condizione di giudicarle, i partiti verrebbero dissuasi dal presentare candidature “indecenti”. Collegi uninominali e circoscrizioni piccole rendono più facile l’eventuale svolgimento delle primarie e ristabiliscono un rapporto tra singoli eletti ed uno specifico territorio di riferimento.

Per quanto riguarda la ripartizione dei seggi tra i partiti il sistema tedesco, che è piattamente proporzionale per chi supera la soglia del 5%, sarebbe invece un disastro. Forse porterebbe alla scomposizione di Pd e Pdl, ci riporterebbe comunque ad un assetto ingovernabile, come nella Prima Repubblica, dominato dal centro, anche se quello spazio politico dovesse essere ora occupato da un partitino del 6%. La soluzione “simil-tedesca” deve essere perciò combinata con il metodo “spagnolo” della ripartizione dei seggi circoscrizione per circoscrizione, in ambiti terrritoriali in cui se ne assegnino in media 14 (7 nei collegi, 7 a compensazione proporzionale), senza recupero dei resti. Un tale sistema elettorale incentiverebbe la competizione tra i due partiti maggiori, tra loro nettamente alternativi, e consentirebbe la presenza di un numero limitato di altre forze di medie dimensioni.

Al contrario che nei comuni e nelle regioni, al livello statale, dove una formale elezione diretta del capo dell’esecutivo (con quel che ne consegue) è sconsigliabile, il premio di maggioranza ha dato vita a coalizioni troppo eterogenee per governare. I “micro-partiti” componenti delle due coalizioni sanno da un lato di essere insostituibili (anche se sono formati da Ferrando e Turigliatto) e, dall’altro, che il modo migliore per incrementare i loro consensi è tirare calci negli stinchi ai partiti maggiori, avanzare proposte populiste della cui impraticabilità sono spesso consapevoli, elevare il tono del conflitto nei confronti dell’altro polo. Con effetti non positivi per il sistema politico, per la sua credibilità, per l’efficacia dell’azione di governo. Un bipolarismo civile e il ricambio possono essere garantiti se il sistema elettorale frena incisivamente la frammentazione e promuovere la stabilità di governo aiutando il partito che ha ricevuto più voti a costruire, intorno al candidato premier proposto agli elettori, una maggioranza politicamente coesa.

Ancora non si può dire se il testo a cui lavora Violante vada in questa direzione oppure ci riporti verso la Prima Repubblica. Tutto dipende da dettagli non ancora chiariti. Intanto, anche un gruppo di lavoro bipartisan (cfr. Documento Astrid) ha recentemente fatto proprio, indicandolo come la soluzione migliore, l’ispano-tedesco (Cfr. Dossier). Violante e i suoi “tecnici” paiono invece armeggiare intorno ad un tedesco debolmente corretto da protesi a prima vista contraddittorie.

Le critiche avanzate da Arturo Parisi, Rosi Bindi ed altri, preoccupati di un definitivo abbandono del bipolarismo, non sono quindi del tutto condivisibili. Pare si siano dimenticati cos’è stata l’Unione. Però, se Violante dovesse partorire un simil-tedesco piattamente proporzionale, più o meno pasticciato da strambe aggiunte, bisognerà dare loro ragione. Se non siamo in condizione di fare meglio, meglio tenersi il porcellum, con qualche correzione alle soglie di sbarramento e alle lunghe liste bloccate. Speriamo proprio di non dover arrivare a sperare questo!

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