Mosè e il Popolo – Carlo M. Martini


 

Mosè e il popolo

di Carlo M. Martini

1984

Per questa meditazione conclusiva mi sono ispirato a Maria Maddalena. Cosa c’entra con Mosè Maria Maddalena? In un primo momento avevo pensato a una meditazione sui «sacramenti di Mosè», intendendo con questa espressione, ad esempio, l’acqua della roccia, la cena pasquale, il pane dal cielo: tutti elementi che ci fanno partecipare alla vita sacramentale del popolo di Dio nel deserto e che, ripresi nel Nuovo Testamento, soprattutto in Giovanni, diventano immagini della vita sacramentale nella comunità cristiana. Avevo pensato anche ad alcune considerazioni circa la «preghiera di Mosè», utilizzando diversi brani del libro dell’Esodo. Sennonché ho preferito trarre l’ispirazione di questa meditazione finale sul rapporto tra Mosè e Gesù dalla scena dell’incontro tra Gesù e la Maddalena. Vedremo insieme per quale motivo.

1. Mosè: l’uomo dei grandi numeri

In primo luogo vorrei dare uno sguardo riassuntivo al rapporto che corre tra Mosè e il popolo, tenendo sempre presente quello che è stato il rapporto vissuto da Gesù con il popolo. Direi allora che Mosè ci appare in tutta la sua opera come l’uomo dei grandi numeri. E ciò non soltanto perché ha scritto il libro dei Numeri, dove appunto compaiono cifre enormi. Leggiamo, ad esempio, nel cap. 1, dove si raccolgono i dati circa i censimenti iniziali: «I registrati della tribù di Ruben risultarono 46.500… I registrati della tribù di Simeone risultarono 59.300 . . . I registrati della tribù di Gad risultarono 45.650. . . » (1,21.23.25); infine, come conclusione:« Tutti gli Israeliti, dei quali fu fatto il censimento secondo i loro casati paterni, dall’età di 20 anni in su, cioè tutti gli uomini che Israele poteva mandare in guerra, quanti furono registrati, risultarono 603.550 » (1, 45 ss.). Tuttavia, anche a prescindere da questi testi più specifici, Mosè rimane l’uomo dei grandi numeri, perché in genere egli ha contatto soltanto con le folle.
Assai diverso, in relazione al contatto con le folle, è il comportamento di Gesù. Questi ha sempre un uditorio relativamente ristretto; se poi nel Vangelo si parla di una folla numerosa, questo non significa che si tratti di un popolo sottomesso a Gesù, o comunque di una realtà umana che suscita – in quanto folla – l’interesse primario del Signore. Un solo episodio ho trovato in Mosè che si potrebbe chiamare «evangelico», nel senso di un contatto semplice tra due persone: mentre Mosè stava ritornando in Egitto, dopo quella brutta notte in cui stette per morire, « il Signore disse ad Aronne: ‘Va’ incontro a Mosè nel deserto! ‘ Andò e lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l’aveva accreditato » (Es. 4, 27 s.). Questa scenetta di Mosè ed Aronne che si abbracciano nel deserto e si parlano tranquillamente, è l’unica scena evangelica di tutta la storia di Mosè, nel senso che è l’unico momento in cui si realizza un rapporto da persona a persona. Tutte le altre volte Mosè è sempre l’uomo che tratta con le grandi masse, oppure con i rappresentanti della massa: il faraone, come rappresentante di tutto l’Egitto, oppure Aronne, come rappresentante d’Israele. Tra l’altro, è proprio questi che, subito dopo la scenetta che ho chiamato « evangelica », si rivolge a tutto il popolo: «Mosè ed Aronne andarono e adunarono tutti gli anziani degli Israeliti. Aronne parlò al popolo riferendo tutte le parole. . . e il popolo credette» (4, 29-31). Il rapporto ridiventa di massa: Mosè, Aronne, il popolo.
A conferma di quanto detto, vi cito qualche altro passo. Ecco cosa capita dopo il passaggio del Mar Rosso: «Mosè ed Aronne dissero a tutti gli Israeliti: ‘Questa sera saprete che il Signore vi ha fatti uscire dal paese d’Egitto; domani mattina vedrete la gloria del Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti che cosa siamo perché mormoriate contro di noi?’» (Es. 16, 6 s.). Così pure in 36, 1 ss., dove sembrerebbe che Mosè tratti con una o due persone, in un rapporto un po’ interpersonale, in realtà si tratta degli artisti del santuario: «Mosè chiamò Bezaleel e Oliab e tutti gli artisti nei quali il Signore aveva messo saggezza». Anche qui Mosè non chiama una o due persone, ma chiama tutti gli artisti e dà loro le disposizioni e il denaro necessario.
Mi sembra dunque di dover dire che Mosè rappresenta in maniera molto rigorosa quello che è il principio dell’efficienza sociale, organica e gerarchica, applicato al popolo di Dio: principio alla cui applicazione egli si dedica instancabilmente. Insomma, non si legge di Mosè quasi nessun episodio evangelico, nel senso di un contatto misericordioso con singoli. Mosè non s’incontra con una vedova di Nain; Mosè non guarisce un lebbroso; non parla con un centurione; non guarisce la suocera di Pietro; non discute col cambiavalute Levi chiamandolo a seguirlo; non entra in visita di amicizia nella casa di Lazzaro, Marta e Maria; non guarisce Bartimeo. Pur facendo molte cose straordinarie, Mosè non ha tempo per le situazioni particolari e personali: Mosè non ha amici, perché è sempre occupato nel generale, nell’universale, nelle cose globali.

2. Gesù e la Maddalena

Gesù è un personaggio che ha tempo e che ha amici. Il caso tipico è quello dell’incontro tra Gesù e la Maddalena: «Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dov’era stato posto il corpo di Gesù; ed essi le dissero: ‘Donna, perché piangi? ‘. Rispose loro: ‘Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto ‘. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi? ‘. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: ‘Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo ‘. Gesù le disse: ‘Maria!’. Essa allora, voltata si verso di lui, gli disse in ebraico: ‘Rabbuni!’, che significa: ‘ Maestro! ‘. Gesù le disse: ‘Non mi trattenere, perché non sono salito ancora al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ‘» (Gv. 20, 11-17).
In questo, come in innumerevoli altri episodi evangelici, Gesù svolge l’ufficio del consolatore. Infatti, se Mosè è l’uomo dei grandi numeri, Gesù è l’uomo dei piccoli numeri: egli prende l’uno, o l’altro, e poi si ferma a chiacchierare, come se avesse tanto tempo, aspettando che l’altro capisca, che viva il suo processo di purificazione e che possa finalmente aprire gli occhi e vedere. In realtà ci sarebbe da chiedersi come mai il Signore perda tanto tempo con la Maddalena. Perché aspetta che essa maturi, che veda, che capisca? Perché non dice subito chi è? Gesù le dà tempo. Lo stesso fa con i due discepoli di Emmaus: perde quasi due ore prima per accompagnarli, poi per ascoltarli, per far emergere la loro angoscia e illuminarli; infine c’è la cena. Quanto tempo perde, mentre tutto il mondo aspetta la sua manifestazione di risorto, gli apostoli sono in lacrime, Pietro è ancora smarrito, la gente buona a Gerusalemme è nell’amarezza e pensa che ormai tutto sia finito! È tutto molto strano.
Il fatto è che siamo nella logica della pecora smarrita: le novantanove sono là che aspettano, ma si va in cerca di quella sbandata, che non vuol tornare e che deve essere spinta; siamo nella logica della dramma perduta, nella logica dell’attenzione data al figlio che non lavora invece che al figlio produttivo, nella logica misteriosa della particolarizzazione di Dio: Dio sembra perdersi nel particolare, nascondendosi volentieri nelle cose minutissime e semplicissime, in quelle cose per cui noi non abbiamo tempo, non abbiamo calma, non possiamo fare attenzione. Noi forse saremmo tentati di dire, che, qualora si presentasse un caso che rientra nell’insieme di un gruppo, bisognerebbe prendere provvedimenti per quel gruppo. Invece Gesù dice: « Il gruppo aspetti; io mi occupo di te, caso particolare! ».
In conclusione, se, Mosè non ha tempo e non ha amici, Gesù ha tempo ed ha amici. Ecco la differenza tra la legge mosaica e il Vangelo.

3. La parola si fa piccola 

Vorrei citare ora due espressioni, assai dense e significative, usate dai Padri della Chiesa. Esse sono: o logos brachynetai, ossia « la parola diventa stretta », e o logos pachynetai, ossia « la parola si fa opaca» .
Vediamo di ripensare un po’ queste espressioni. Che cosa è il logos? Il logos, nel senso giovanneo, è la manifestazione suprema ed universale del Padre; è la manifestazione perfettissima di Dio: è Dio che si dice; quindi il logos esprime le caratteristiche del Padre, che sono sapienza, universalità, onnipotenza, onnipresenza, onniscienza. . . Questo logos è quello in cui tutto è stato creato: l’universo, gli uomini, le cose, le situazioni della storia. Il logos si potrebbe anche intendere, specificandone il senso secondo la mentalità greca, come la ragione di tutte le cose. Mosè domandava: « Perché non brucia il roveto? ». Questa domanda, che gli veniva dal pneumaJ dallo Spirito, già lo indirizzava verso il logos. Il logos è il luogo in cui tutte le domande si risolvono e da cui tutte le domande partono, per invadere il cuore dell’uomo. Quindi è per eccellenza il luogo dell’universalità, laddove si radica il nostro incondizionato desiderio di comprendere e dove questo stesso desiderio può giungere al suo termine. È il luogo in cui tutti gli uomini, creati nel logos, possono capirsi, intendersi, conoscersi ed amarsi. Insomma, semplificando in qualche maniera i termini, si tratta della ratio universalis, la ragione di tutto: perciò il logos penetra sottilmente dappertutto ed è per eccellenza l’unificatore universale, in quanto conferisce a tutte le cose il senso delle loro differenze e somiglianze, ed insieme delle loro convergenze. Così lo descrive anche il libro della Sapienza.
Ed ecco lo scandalo su cui meditano i Padri greci: o logos brachynetai! Questa parola universale si rimpicciolisce, si rattrappisce nel tempo e nello spazio, così da essere qui e non là, da essere qui adesso e non prima, qui adesso e non domani; si fa piccolina, e perciò stesso si fa particolare, e quindi accessibile; si presta al rapporto interpersonale, a quel rapporto che tocca ogni singolo, partecipando della particolarità dell’essere umano personale, così da incontrarsi con ciascuno in maniera unica ed assoluta.
Per capire meglio tutto questo cercherò di renderlo comprensibile con degli esempi.
In Es. 33,11 noi vediamo che praticamente soltanto Mosè aveva con Dio un rapporto interpersonale: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro ». Così pure in Num. 12, 7-8 dopo la ribellione di Maria e Aronne, il Signore dice: «Mosè è l’uomo di fiducia. Bocca a bocca parlo con lui, in visione e non con enigmi; ed egli guarda l’immagine del Signore ». Di questa straordinaria familiarità tra Mosè e Dio, quasi unica nella storia, rimarrà il ricordo in tutta la tradizione successiva. Il Siracide, facendo le lodi di Mosè, dice: «Gli diede faccia a faccia i comandamenti» (45,6). Questo rapporto interpersonale, faccia a faccia, era riservato solo a Mosè, mentre tutti gli altri avevano rapporto con Dio attraverso Mosè. In Es. 20, 18-19 si dice che, enunciato il Decalogo, «tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da timore e si tenne lontano. Allora dissero a Mosè: ‘ Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Iddio, altrimenti morremo ‘ ». Questa regola rimase valida per tutto il tempo di Mosè.
Ma quando il logos si rivela in Cristo, ecco che si rimpicciolisce, non solo perché assume .delle dimensioni, per così dire fisiche, che prima non aveva, ma proprio perché si particolarizza, storicizzandosi. Per quanto questa conseguenza sembrasse scandalosa, i Padri non hanno avuto timore di affermarla, dicendo che quella parola brillante, che poteva saettare il mondo e illuminare le menti, in un colpo « si è resa opaca », «si è ispessita» (o logos pachynetai). E questa opacità del Verbo è scandalo anche per noi, che, con la nostra religiosità tenacemente pagana, vogliamo costantemente un segno dal cielo visibile per tutti ed universale; oppure con la nostra mentalità irriducibilmente filosofica vogliamo incapsulare Dio nelle reti della nostra mente, nelle reti delle grandi leggi fenomenologiche, o sociologiche, che regolano le manifestazioni religiose. Noi vorremmo un Dio che tutti. possono capire allo stesso modo, in quanto si manifesta a tutti allo stesso modo e come un lampo illumina nello stesso istante tutte le menti di tutti gli uomini di tutti i tempi. Allora avviene che questo Dio, di cui crediamo di saper tutto,. di fronte a questa rete terribile con cui pretendiamo di avvolgere la divinitàin un cerchio nel quale tutto è predeterminato, si fa come un piccolo pesciolino che sfugge tra le maglie della rete: si fa piccolo per essere libero, per essere se stesso. È proprio di Dio, infatti, farsi piccolo, ma in modo tale da non essere mai costretto da questa piccolezza. Viceversa, per quanto grandi noi facciamo le nostre idee di Dio, Dio è più grande di queste idee.
Dio è piccolo e grande insieme, sfuggendo così a tutti i nostri tentativi di programmare il nostro dialogo con lui. Dio è amore e l’amore non accetta programmazione. Dio si fa piccolo, deludendo i nostri programmi, e accetta di essere scandalo per tutti coloro che non vogliono lasciare a Dio la libertà di amarci come vuole, di amarci di un amore vero, cioè imprevedibile, inventivo, ardente, tenero, geloso, incendiario: ùn amore da «bocca a bocca », come dice la Scrittura, un amore che nessun altro possa controllare, perché è il suo segreto con colui che ama.
È questo l’amore che il piccolo Gesù, n logos rimpicciolito, offre, perdendo il suo tempo, alla Maddalena, ai due di Emmaus, agli apostoli. In tal modo l’amore di Dio continuamente ci sconfigge nelle nostre nostalgie pagane di una manifestazione completa, totale, assoluta, definitiva, sempre in mano nostra. Il Dio del Vangelo, n Dio dell’amore vero, ci sorprende continuamente e ci sconvolge. D’altronde in ogni,- rapporto umano vero, quando si scatena quella forza che è l’amore, si scoprono continuamente cose imprevedibili. Si crede di aver capito una persona e invece non si è capito niente, perché altre mille rivelazioni possono esplodere come da un vulcano. Dio si comporta appunto come un vulcano, il quale non ammette di essere posto sotto una griglia che ne determini n dove, n come e il quando, poiché non opera in forme e figure regolari, ma a scoppi. Il Dio della Bibbia, dall’inizio alla fine, è. questo. Attraverso le pagine della Scrittura noi siamo messi continuamente in contatto con questo Dio, da Mosè a Gesù; eppure non vogliamo arrenderci a questa verità di Dio. Resta il fatto, comunque, che proprio questa verità di Dio è l’unica che ci permette d’incontrarlo a tu per tu, scoprendo che non soltanto noi lo conosciamo, ma in verità siamo conosciuti così come siamo, cioè in quella nostra irripetibilità che nessun altro conosce, in quella nostra solitudine che nessun essere umano può sondare fino in fondo.  

4. Gesù risorto

Chi è Gesù risorto? Gesù risorto è Gesù rimpicciolitosi fino alla morte, resosi opaco fino allo scandalo, fino a diventare il disprezzato dei disprezzati; per questo Dio gli dà la capacità di diventare presenza universale e particolare a ciascuno e a tutti. La resurrezione di Gesù non si identifica con il ritornare di Gesù nel mondo della generalità; essa realizza invéce la potenza di Gesù di essere nello Spirito presente a ciascuno e a tutti.
Fermiamoci sulle due espressioni « presente» e « a ciascuno e a tutti ». Gesù risorto è presente a ciascuno; come se la singola persona amata fosse l’unico oggetto del suo amore. Cristo risorto è l’amore di Dio manifestato nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito, a ciascuno e a tutti, e a ciascuno dei tutti. Quel «ciascuno» non individualizza Gesù; Gesù si dona alla Chiesa, al mondo, agli angeli, all’universo: Gesù è per tutti. Però è per tutti così da essere per ciascuno, facendo sì che ciascuno diventi parte del tutto. Questa è ‘la potenza di resurrezione del Verbo «abbreviato », del Verbo « rimpicciolito ». Chi accetta lo scandalo del Verbo rimpicciolito parteciperà alla gloria dell’universalità del Verbo cosmico, capace di comprendere e di sintetizzare tutto, nel quale tutte le cose trovano il loro ordine e la loro pienezza, nel quale tutto si riassume e si instaura.
Si capisce allora quella frase arditissima di Paolo, che io non oserei mai pronunciare se lui non l’avesse scritta: «E quando tutto sarà sottomesso al Figlio, anche il Figlio sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Iddio sia tutto in tutti» (1 Cor. 15,28). Quel «tutto », in greco ta panta, è difficilmente comprensibile nel testo completo: ina e o theos tà panta en pasin. Non mi fa tanto difficoltà che Dio sia in tutti in qualche maniera, ma che Dio sia tutto in tutti. È proprio l’opposto della particolarizzazione dell’incarnazione. Mentre là Dio era tutto in Gesù, ora Dio diventa la pienezza: è in pienezza in tutti.
Attraverso la via dello scandalo della particolarizzazione di Gesù, fino all’opacità funerea della croce, la gloria di Dio riempie totalmente di sé ogni essere. Più ci penso e più mi sembra veramente grandiosa, quasi incredibile, questa verità: Dio riempie di sé ogni essere; non si dà un pochino, ma riempie.
Questa pienezza divina rende veramente una totalità divinizzata tutto l’universo delle volontà umane, che il Figlio ha conquistato al Padre.
Sono convinto che sant’Ignazio ha presente questo concetto, quando nella Contemplatio ad amorem usa le parole «tutto» e «tutti ». Per esempio quando dice: «Considerare come Dio opera ed è attivo per me in tutte le realtà create» (ES, n. 236); « mirare come tutti i beni e i doni discendono dall’alto» (n; 237). È vero che qui non c’è ancora il « tutto in tutti », che è la perfezione finale a cui si deve giungere, ma, attraverso la contemplazione amorosa di Dio in tutti noi, intravediamo già come si va attuando gradualmente anche la pienezza del Dio « tutto in tutti », naturalmente secondo la misura in cui ciascuno può ricevere tale visione.
Se Gesù risorto, dunque, diviene presenza universale e particolare in ciascuno e in tutti, che cosa ne deriva per noi? Il Vangelo è molto concreto: vi cito soltanto alcuni passi famosi dell’evangelista Matteo, che forse più di tutti ha capito ed espresso in maniera vigorosa le conseguenze di ciò che significa Gesù risorto e presente nella sua Chiesa. In Mt. 25, 40 Gesù, dopo aver detto: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato; nudo e mi avete vestito, malato, carcerato . . . », alla domanda degli eletti: «Ma quando ti abbiamo mai visto…?» risponde: «Ogni volta che avete fatto queste cose» non alla massa, alla generica totalità, ma «ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me! ». Chi porta fino alle estreme conseguenze la particolarizzazione di Gesù, costui siederà alla destra del Figlio dello uomo, quando verrà nella sua gloria.
Ecco perché Gesù ha tempo, così da fermarsi volentieri con i singoli. In ogni singolo, infatti, sa vedere il «tutto ». Matteo ha anticipato questa politica del singolo che contiene il «tutto» in 18, 6: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare ». Matteo non dice genericamente: «Non siate scandalosi », bensì afferma che il nostro destino si gioca nel rapporto con « uno solo », con una sola persona. E poi, in 18, lO: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli dal cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli». E ancora il v. 14, che conclude la breve parabola della pecora smarrita: «Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico che si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Cosi il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli». Vediamo qui tradotta nella pratica cristiana quella che è stata la particolarizzazione incarnatoria di Dio in Gesù. Noi siamo chiamati a trovare Dio nel mondo, nelle cose, negli altri, nella storia; tuttavia questo non sarà mai possibile, se non partiremo da quella situazione immediata che è la nostra. In ogni situazione immediata, che comporta. anche solo il più piccolo servizio, noi tocchiamo la totalità del servizio; in ogni frammento nei tocchiamo il tutto di Dio che si manifesta.
Possiamo concludere questa meditazione con la breve preghiera che sant’Ignazio pone dopo il primo punto della Contemplatio ad amorem: «Prendi, o Signore, e ricevi ogni mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà. Tutto ciò che ho e che possiedo tu me lo hai dato. A te, o Signore lo riconsegno. Tutto è tuo. Disponi secondo tutta la tua volontà. Dammi il tuo amore e la grazia e questo mi basta» (ES, n. 234).

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