La guarigione del tempo – di T. Bartolomei


La guarigione del tempo

“Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.”
(Mc 9, 9-10)

Che cosa vuol dire risorgere dai morti ?
Dopo tutti questi secoli i credenti non hanno smesso di chiederselo – sgomenti, perplessi davanti a quest’annuncio esattamente come gli apostoli, che nel confronto con il corpo trasfigurato di Gesù – prefigurazione del Cristo risorto – sono presi da grande timore, cadono con la faccia a terra (Mc 9,6; Mt 17, 6), perché la visione diretta della Grazia, nella gloria del suo splendore, è un evento troppo grande per la nostra miseria di creature terrene. Può sembrare paradossale, eppure è proprio così: invece che consolare, il pensiero della resurrezione della carne spaventa, disorienta, respinge, nel suo scioccante contrasto con la nostra esperienza quotidiana, troppo remoto dalla concretezza della condizione umana con il carico di sofferenza, disfacimento e umiliante dipendenza che scaturisce dal nostro essere carne. Perché essere corpi significa essere sottoposti al caldo, al freddo, alla fame, alla sete, alla malattia, all’invecchiamento, alla morte, al pungolo torbido e destabilizzante del desiderio e dell’istinto, e l’unica gloria del corpo concretamente sperimentabile è il breve e vulnerabile tripudio della giovinezza, “che si passa tuttavia”, portandosi via salute, forza e bellezza nel suo inesorabile declino. Quale contenuto rappresentativo associare all’idea (tanto vertiginosamente inconcepibile da essere del tutto sottratta alla nostra intuizione) della carne risorta come perfetto compimento della salvezza spirituale? La gloria del corpo è conoscibile solo come una effimera, fragile stagione terrena e la sola opzione realistica (o farsescamente irrealistica nel suo forzato prolungamento anacronistico, e nondimeno tirannica nel nostro mondo di giovani irriducibili) sembra quella di lavorarci sopra fattivamente, per rallentare e rinviare il più possibile il disfacimento fisico (attraverso pratiche rigorosamente temporali come il fitness e gli interventi medici ed estetici). Se le mortifere società tradizionali dovevano concentrarsi sull’enfatizzazione della pregnanza simbolica e antropologica delle pratiche finalizzate alla ‘buona morte’, al cospetto degli straordinari progressi medici, igienici ed economici che allungano la nostra “speranza di vita” a traguardi impensabili nel passato, il comandamento fulcrale della contemporaneità è il sanamente umile e concreto impegno di scongiurare la morte, e persino la Chiesa viene incontro a questa nuova cultura sviluppando una antropologia incentrata sul primato assoluto, non negoziabile, del diritto alla vita (come difesa della vita biologica dal concepimento alla fine), che dal punto di vista dell’intervento pubblico e delle implicazioni sociali e politiche è assolutamente preponderante rispetto al discorso – sempre più sommessamente tematizzato come quadro di fondo – sulla morte e il suo misterioso corredo (perché per ora ancora “nascosto con Cristo in Dio”, Col 3, 3) di‘vita celeste’.
Non vogliamo morire, ed è ‘naturale’ che sia così, perché cosa ci sia di là è un fitto enigma che la ragione non penetra e la fede illumina solo in una trasposizione indiretta, densa di sofferenza e spaventata incertezza, in cui il forte ma arduo annuncio evangelico si frange in lampi per certi aspetti sconvolgenti (come la prospettiva spaventosa del “pianto e stridor di denti” di una possibile dannazione eterna), più che convogliarsi univocamente in fari capaci di orientare la nostra ripugnanza istintiva di creature che per sacrosanta legge della specie scelgono innanzitutto la sopravvivenza. Al di fuori della cerchia dei credenti, questa soglia di incomprensione e dissenso nei confronti della dottrina cristiana su quello che un tempo, con una parola ormai desueta, veniva chiamato l’aldilà, è netta e discriminante: se la figura umana di Gesù riscuote grande ammirazione e rispetto per la sua etica umanistica di difensore pacifista e solidarista della fratellanza universale e della causa dei più deboli; se al Crocifisso non è generalmente negato il tributo dovuto al sacrificio eroico per una nobile causa consapevolmente affrontato dalla vittima innocente di odiosi poteri costituiti ; il Cristo risorto è invece una presenza che spesso disturba e perturba e nel migliore dei casi si liquida con il ‘sano realismo’ del senso comune come “vaneggiamento” di donne (Lc 24, 11), come superstizione incompatibile con una ragione e un’etica adulte.
Come condannare questa agnostica diffidenza, se persino un numero non insignificante di cristiani professi si sente a disagio con il pensiero della resurrezione della carne, non riesce a situare l’idea della morte nella luce del Cristo Risorto? La verità è che se nel fondo del nostro cuore il pensiero della resurrezione della carne invece che consolarci ci spaventa, è perché un’eternità di permanenza corporea è dal punto di vista della nostra esperienza inconcepibile e contraddittoria (come la mettiamo, di là, con i sette mariti ? si chiede il sadduceo di turno che è in noi, per cui questa ‘restaurazione’ della carne e dei suoi onerosi vincoli e fardelli identitari fa a pugni con l’idea generica di beatitudine spirituale che associamo alla condizione liberatoria del Paradiso, Mt 22, 23-32) e oltretutto complica di aporie insostenibilmente insolubili la nostra rappresentazione del periodo oscuro di sospensione tra la morte puntuale di ognuno di noi e la “seconda venuta” del Cristo Risorto a giudicare i vivi e i morti (“cosa fanno” le anime fino all’ora ultima del Giudizio Universale, fino al momento del recupero del loro corpo di carne che la morte ha ridotto in polvere? Nel seno della tradizione della Chiesa e della cristianità le opinioni sono al riguardo molteplici e divise). Non era tutto molto più semplice se quella che ci veniva garantita fosse stata una bella immortalità dell’anima – pulita, lineare, signorile –? Un’anima che non muore e che ha diritto ad accedere alla contemplazione gioiosa della gloria divina al fianco degli angeli, puro spirito in mezzo agli spiriti, senza più alcuna zavorra carnale: Gesù – insiste petulante il sadduceo che è in noi -, ti assicuro, ci basterebbe. Il nostro “corpo è una prigione” (l’antico adagio torna sempre a risuonare dentro di noi, insopprimibile) da cui è grazia essere liberati. Perché tu vuoi tanto di più ? Perché ti ostini a darci quello che ci spaventa? Perché vieni e ti metti addirittura a mangiare con noi ? (“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.”) (Lc 24, 36-42)
La catechesi del Risorto è laboriosa e impegnativa. Gli ci vuole tempo per conquistare i cuori dei suoi alla verità radicalmente nuova che in lui si manifesta in misteriosa prossimità : che la carne fa parte dello spirito, che il tempo fa parte dell’eternità. Che la storia non viene dissolta nell’infinito della eterna durata. Che l’infinito non è l’assoluto (la totalità) autosufficiente e impenetrabile all’altro da se stesso, perché Dio ha ‘voluto’ e ‘scelto’ il meno, il limite, in un moto d’amore che si dona, e fonda l’altro da sé in un’apertura che istituisce la creatura come “cosa buona”, che egli ama e vuole per sempre accanto a sé, una volta che il perdono e la salvezza ne abbiano restaurato la pienezza infranta dal peccato. L’eternità della carne risorta – ci dice il Risorto ripetutamente misconosciuto dai suoi (Mt 28, 17; Mc16, 11-14;Lc 24, 15-16, 31, 36-37; Gv 20, 9,14; 21, 4) – è la guarigione del tempo, il ritorno alla casa del Padre della storia perdonata, non la loro negazione, perché non è il peccato che ha generato la carne e il tempo (come pretesa ferita, degenerazione, dello spirito), piuttosto li ha fatti ammalare, privandoli (anche se non totalmente) della perfezione che risiede nella gioia della corrispondenza incondizionata all’amore del Creatore.
La resurrezione della carne nessuno sa cosa sia, ma possiamo confusamente intuire, attraverso la paziente catechesi del Risorto ai discepoli, che è la salvezza di tutto quello che è stato, nella concreta individualità, nella ‘carnale’ accidentalità delle singolarità che la natura e la storia – irrevocabilmente, ci dice la promessa escatologica della loro ‘resurrezione’ – determinano: il carico del tempo, che non sarà dissolto ma accolto nell’abbraccio amoroso di Dio. Se Dio ha creato la terra non è per distruggerla, un giorno, ma per guarirla in una terra nuova in cui la creaturalità non è più impastata di sofferenza, mancanza, peccato, ma si risolve nella pura gioia dell’amore incondizionato. Giovanni ne dà testimonianza eloquente nel racconto della terza apparizione del Risorto, in cui la domanda decisiva ripetuta per ben tre volte a Pietro, va molto al di là della richiesta di professione di fede che aveva qualificato la prima investitura di Pietro a “pietra d’angolo” della Chiesa : “Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.” (Mt 16,15-18; Mc 8, 27-29; Lc 9,18-21) Il parallelismo dei due dialoghi evidenzia ancora più nitidamente la differenza della rispettiva domanda posta da Gesù:
“Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. »”(Gv 22, 14- 17)
Il Risorto non chiede più a Pietro “Chi sono?”. Nella prospettiva della Resurrezione il rapporto con Gesù si dischiude a una dimensione molto più ampia della inaugurale professione di riconoscimento, che iscrive l’atto di fede nel quadro intratemporale della storia della salvezza (attraverso l’attestazione che “Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”, non è né Giovanni il Battista, né Elia, né uno degli antichi profeti che è risorto, ma il Messia, “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti” – Gv 1, 45; Lc 24, 13-35). La presenza del Risorto è il risanamento della separazione tra tempo ed eternità, è la caduta del muro di divisione che vincola lo sguardo del credente dentro i confini angusti, autoreferenziali, della intelligenza intrastorica e questo risanamento è un atto d’amore che non chiede altro che di essere accolto e contraccambiato. Una sola domanda sta a cuore al Risorto, una sola domanda definisce inequivocabilmente il ‘ponte’ che rimette in comunicazione quello che era (diabolicamente) diviso e vince la morte: “Mi ami ?” Una sola esortazione è quella che scaturisce dall’assenso del credente:“Amatevi” (“Pasci le mie pecorelle”) . La domanda ‘finale’, quella che innesta definitivamente il tempo nell’eternità salvandolo, la domanda che accoglie nella verità eterna del Giudizio il farsi della storia (la domanda che il Giudice supremo rivolgerà ad ognuno di noi nell’ultimo giorno) è semplice e diretta: “Avete amato?” Perché solo amando si salvano il tempo, la carne, la storia, la nostra piccola individualità di creature in carne ed ossa, piene di limiti e sofferenze, di mancanze e di peccato, ma anche di quell’amore che si realizza solo nella soggettività del vivente – si dissolve nell’astrazione oggettiva degli universali, dei concetti, dei valori, dei dogmi e delle narrazioni – . “ Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 45, 31-46; Lc 14, 13)
Solo chi ha amato il piccolo fratello contemplato nel volto di carne del suo bisogno (di fame, di sete, di esclusione, di povertà, malattia, solitudine e prigionia “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi!”) ha salvato il proprio tempo, la propria carne. E per questo è importante non sprecare il proprio tempo nel non amare, perché il tempo non passa, resta : ce lo ritroveremo tutto nella durata senza fine della nostra presenza di “piccoli” ammessi nel “luce perpetua” della presenza di Dio. Se la carne non è altro che il nostro essere ‘creature temporali’, non cesseremo di rivestirla, non cesseremo di esserlo nell’avere accesso all’eternità di Dio – che ha iscritto il tempo e la storia in se stesso incarnandosi nel Figlio in un atto di amore che ricapitola in sé il tempo e l’amore di tutti i viventi, e li risana dal peccato cancellando la morte.
“Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1Cor 15,55) Anche nel dolore umano per la scomparsa dei nostri cari, il bene che continuiamo a volere a chi se ne è andato ci suggerisce inequivocabilmente la verità di questa Parola di vita: la morte è una separazione non una fine, non la cancellazione di quello che è stato, perché è inconcepibile pensare come ‘morto’ – ‘finito’, annullato in un vuoto che distrugge – chi continuiamo ad amare. L’amore che ci lega ai nostri cari che se ne sono andati (che non è meno forte e vivo, solo perché ‘non sono più’ in mezzo a noi) ci dice sono vivi, che li ritroveremo al di là della parete di separazione che cadrà quando il tempo si ricongiungerà all’eternità (come resurrezione dei corpi). “Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi.” (Mt 22, 31-32) Perché è l’amore il ponte che riunisce e tiene in vita, il ponte che cancella il peccato e la morte, che guarisce il tempo facendolo “entrare nel riposo” eterno di Dio (Eb 4).

Leave a Comment