Grass messo al bando dal governo israeliano


di Francesco Battistini

L’unica volta che Günter Grass venne qui, fu nel 1973. Il futuro premio Nobel per la letteratura era al seguito del fresco Nobel per la pace, Willy Brandt. Una visita storica: la prima d’un cancelliere tedesco in Israele. E se tutti allora guardavano al politico che s’era già inginocchiato al ghetto di Varsavia, pochi s’erano accorti di quell’intellettuale che ancora taceva della sua gioventù nazista.

Oggi, a 84 anni e con le nuove polemiche scatenate, è improbabile che lo scrittore abbia intenzione di ripetere quel viaggio. Casomai, a levargli la voglia ha provveduto domenica il ministro israeliano dell’Interno, Eli Yishai, leader del partito religioso Shas: «Le cose che vanno dette – l’ultimo poemetto pubblicato da Grass che mette sullo stesso piano l’atomica iraniana e quella israeliana – per il governo «mira ad alimentare le fiamme dell’odio nei confronti d’Israele e a diffondere le medesime idee di cui egli fu complice quando vestiva la divisa delle SS». Ergo: lo scrittore è da considerarsi, d’ora in poi, «persona non grata». Tamburi di guerra, altro che latta.

Da queste parti l’Iran nucleare leva i sonni (sabato si ritenta, a Istanbul, un primo round di negoziati che sembra fin d’ora impossibile), la Germania è un fantasma, solo un mese fa il premier Bibi Netanyahu ha paragonato la minaccia atomica alla Shoah e, in definitiva, questi versi di Grass sono stati un brutto risveglio. «Vergognosi e ignoranti», li aveva liquidati subito lo stesso Bibi. «Scritti sotto effetto dell’erba», ironizzavano i blog, giocando sul significato inglese di “Grass”. Qualcuno aveva lordato la statua dello scrittore a Gottinga, «chiudi il becco, Gunni!», e tutto sembrava finire lì. Invece, ecco il boicottaggio. Con rari precedenti: Noam Chomsky e Norman Finkelstein. E con l’accusa esplicita d’antisemitismo.

Giusta reazione? Sì, a leggere la Bild tedesca. O a sentire il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, che domenica ha inveito contro «questi pseudointellettuali disposti a sacrificare di nuovo gli ebrei sull’altare di folli antisemiti». O a sfogliare Israel Hayom, dove ieri si faceva notare che Grass ha pure equiparato i 6 milioni d’ebrei annientati ai «6 milioni di tedeschi» morti per combattere Stalin: una cifra sballatissima, scrive il giornale, «che Grass può avere tirato fuori solo dal suo subconscio». Iran a parte, che ovviamente ringrazia «l’onestà intellettuale» dello scrittore, la frontiera sbarrata dal governo Netnayahu lascia comunque perplessi molti: può uno Stato democratico bandire un’opinione, per quanto insostenibile? Reazione «profondamente esagerata», la definisce un ministro tedesco, Daniel Bahr. «Basso livello di tolleranza», dice lo storico israeliano della Shoah, Tom Segev: «Delegittimare chi critica è una tendenza molto pericolosa, autocratica e demagogica. Netanyahu e Lieberman sono bravissimi, in questo. Ogni voce contraria è subito indicata come un segnale d’antisemitismo. Ma se davvero ci mettiamo a distribuire i permessi d’ingresso secondo le opinioni politiche delle persone, finiamo in compagnia di Siria e dello stesso Iran». Dalla sinistra israeliana, si schierano contro il boicottaggio altri intellettuali: gli scrittori Ronit Matalon e Yoram Kaniuk («il prossimo passo è bruciare i libri»), il pittore Yair Garbuz («e allora che dovremmo fare coi libri di quel rabbino che propone d’uccidere i non ebrei?»), il Nobel per la chimica Aaron Ciechanover («non si risponde alla follia con una follia»)…

 Il dibattito, c’è da giurare, continuerà. E sbucciando le cipolle, per dirla con un titolo di Gunni, alla fine s’arriverà al cuore della questione. Riassunta dalla cancelliera Angela Merkel: «C’è la libertà d’espressione artistica. E per fortuna c’è la libertà d’un governo, il mio, di non doversi per forza esprimere su ogni manifestazione dell’arte».

(www.corriere.it , 10 aprile 2012)

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