articolo di Giorgio Tonini su elezioni in Francia


da Europa 25.04.2012

“Hollande apre una nuova era politica”, titolava sobriamente lunedì El Pais. Come del resto buona parte dei giornali, non solo spagnoli e non solo italiani. In realtà, la strada davanti al leader socialista francese, uscito in vantaggio dal primo turno elettorale, se appare oggi un po’ meno in salita, è ancora maledettamente lunga. Non bisogna dimenticare che in Francia si vota col “quadruplo turno”: perché dopo aver vinto le presidenziali, il neo-inquilino dell’Eliseo, chiunque egli sia, deve vincere anche le legislative. Deve, in altre parole, conquistarsi una maggioranza in Parlamento, senza la quale non gli resta che una faticosa e un po’ umiliante “coabitazione” con un Primo ministro di colore politico opposto.

Da quando, in piena era Chirac, il mandato presidenziale, che prima era di sette anni, è stato allineato a quello parlamentare, la coabitazione si è fatta più improbabile. Ma col terremoto in atto nel sistema dei partiti niente può essere escluso. Neppure lo scenario più  assurdo e più inquietante: il successo dell’Opa ostile di Marine Le Pen (forte del suo 18 per cento) su quel 27 per cento di elettorato francese che ha votato Sarkozy e che sommato al suo fa ancora il 45 per cento, sulla carta 5 punti in più della somma dei voti di Hollande e Mélenchon. Già, Mélenchon: per vincere, oggi il secondo turno delle presidenziali e domani le legislative, Hollande dovrà radunare attorno a sé tutta la gauche, più o meno plurielle. E anche quella non sarà una passeggiata.

Insomma, Francois Hollande ha davanti a sé, per cominciare ad aprire quella fase nuova di cui parla El Pais, una maratona che arriva a metà giugno e attraversa altre tre campagne elettorali. Parlare di svolta adesso quindi non è prematuro, è senza senso. E tuttavia, il fatto che se ne parli, un senso forse ce l’ha: esprime al tempo stesso la paura e la speranza che si aggirano per l’Europa.

La paura, innanzi tutto: che la crisi economica e sociale si saldi con quella politica e istituzionale, fino a produrre una nuova ondata di irrazionalismo, se non di nichilismo, politico, qualcosa di più cattivo e pericoloso dello stesso populismo: una rabbiosa caccia al colpevole della crisi, all’untore della peste europea, che comincia inseguendo gli gnomi, più o meno virtuali, della finanza e si ritrova, ad un certo punto, a perseguitare concretissimi immigrati.

Ma anche la speranza: che la buona politica riesca a fare il miracolo, a parlare con le paure e le rabbie e ad accompagnarle a condividere soluzioni razionali e propositive, mature assunzioni di responsabilità, senza le quali è impossibile uscire vivi dalla crisi. Tanto più da una crisi come questa, che non è il frutto di qualche inconveniente tecnico, al quale porre rimedio facendo ricorso a novecentesche ricette liberiste o keynesiane, ma l’effetto di un cambiamento epocale come quello messo in campo da una globalizzazione che ogni giorno di più si rivela come “the rise of the rest”, come la chiama Fareed Zakaria, l’ascesa degli altri, di quelli che non sono l’America e l’Europa, non sono l’Occidente. E che inevitabilmente spinge noi, l’Occidente, ad un riallineamento delle nostre aspettative alle nostre possibilità.

A lungo abbiamo ritardato questo momento. E abbiamo usato la finanza (e ci siamo consegnati alla finanza) per colmare il gap: dove non puoi arrivare col reddito, personale o nazionale, puoi arrivare col debito, non importa se privato all’americana o pubblico all’italiana. Versioni diverse della medesima crescita a debito, di cui ci parlava e contro la quale ci ammoniva Padoa-Schioppa: una scorciatoia illusoria, figlia della veduta corta, della prospettiva angusta nella quale ha finito per cacciarsi il rapporto malato tra politica e società. Forse solo i tedeschi sono riusciti a non perdersi in questo labirinto e forse per questo sono oggi oggetto di un diffuso rancore.

Ma quel mondo è finito e non tornerà più, perché nessuno sarà mai più in grado di riportare cinesi e indiani, arabi e brasiliani dove stavano nel secolo scorso. E di questo straordinario cambiamento, tutt’altro che anti-umanistico, come certo catastrofismo anche di sinistra spesso indulge a sostenere, ma al contrario umanissimo, espressione di quell’umanesimo plenario che già mezzo secolo fa Paolo VI intravedeva nella sua “Populorum Progressio”, non ci sono colpevoli, ma semmai protagonisti, e non ci sono rimedi, perché contro il progresso umano, per fortuna (siamo o no “progressisti”?), non c’è riparo.

L’unica cura possibile è quella omeopatica: dobbiamo imparare a “declinare crescendo”, per rubare un ossimoro a Bruno Manghi. Per esempio a declinare nelle pretese di sovranità degli stati nazionali (a cominciare proprio dalla Francia…), per crescere come Europa, dotando l’Unione, che non sarà mai e non deve essere uno stato, un vero governo sovranazionale, legittimato per via democratica.

A una ancora piccola maggioranza relativa di francesi, accompagnata dal tifo di milioni di altri europei, il piccolo uomo Hollande è parso poter incarnare questa speranza. Non che possa essere lui ad aprire una fase nuova. Ma che attraverso di lui una fase nuova possa cominciare a manifestarsi. L’argine è ancora assai fragile, contro l’ondata populista. Ma ha basi solide.

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