Se la Chiesa ha paura della donne


di Emma Fattorini

La donna è più predisposta a quell’unità di vita tra piccolo e grande, tra dentro e fuori, tra interiorità ed esteriorità, tra contemplazione e azione che è il modo contemporaneo in cui  Cristo ci appare oggi. In un tempo come il nostro  nel quale  è forte la scissione tra le affermazioni di principio e i comportamenti pratici, anche tra i cristiani che tanta fatica fanno a raggiungere un’unità di vita.Come  non penso ad un’inferiorità femminile non credo neanche ad una  superiorità della donna, neppure nel rapporto con Gesù. Credo  invece, profondamente, in una assoluta parità con l’uomo nell’essere persona, ma una parità che, proprio perché radicale,  consente   una sua profonda differenza con l’uomo. Una differenza anche nel loro rapporto con Gesù. Una differenza che purtroppo gli uomini, tutti, anche di chiesa hanno tradotto con inferiorità. Un errore, ma direi di più: un vero e proprio peccato che non solo Gesù non commise mai ma dal quale proprio e solo lui ha aiutato davvero ad affrancarci,  cambiandone il segno. Perché, come scrive Paolo, è con lui che non c’è più né uomo né donna, né schiavo né libero perché  siamo tutti uguali davanti a Dio. Uguali dunque, da qui del resto  è iniziata la vera, assoluta liberazione femminile, la più radicale di tutti i tempi . Perché solo se c’è un vero piano di parità  si possono cogliere le differenze e farne un’occasione di ricchezza e non di emarginazione.

Nel bellissimo filmato proposto da Liliana Cavani, le Clarisse di Urbino senza tanti ragionamenti intellettuali ci comunicano l’essenza della loro vocazione: una straordinaria normalità, un’ eccezionalità  nel quotidiano. E quanto bisogno abbiamo di  autenticità oggi! Tutti e tutte.Mi ha colpito come queste contemplative si esprimano circa la loro relazione con il maschile. “Gli uomini, i nostri compagni di fede non ci ascoltano,” dicono, “vengono, fanno la messa e se ne vanno”.  Nelle loro parole non c’è rivendicazione, spirito polemico, malumore. Solo amarezza e stupore per l’ indifferenza, il senso di superiorità, il non riconoscimento del valore dell’alterità, “non pensano – dicono- che noi possiamo dare loro qualcosa”, del resto, aggiungono, anche i preti sono frutto della stessa educazione familiare che ricevono i figli maschi. In realtà gli uomini di chiesa chiedono molto, moltissimo alle “loro” donne: tanti servigi materiali, tanto accudimento, tanta abnegazione e sacrificio. Ma le nostre suore non si lamentano di questo. Si rammaricano di non essere “viste”, di non essere riconosciute perché e  in quanto donne. Come se non ci fosse niente da imparare da loro: ma quanto si sbagliano gli uomini spaventati. Queste clarisse non sono rivendicative, bensì del tutto   consapevoli dell’assurdità di questa posizione, dell’errore enorme, della perdita secca che non loro, ma il mondo maschile della chiesa subisce quando  non valorizza la ricchezza femminile. Non c’è niente da rivendicare. E’ questo il punto: è l’assurdità di uno spreco, è la debolezza di non riuscire a ricevere ciò che rende fragile l’uomo di oggi, dentro e fuori la chiesa, è la sua paura di  non essere più in grado di dominare e di  controllare quello  che, invece,  sarebbe una benedizione per lui e per la chiesa. Credo che la chiesa rischi di perdere l’occasione storica di una grande, potente, alleanza con il genere femminile. La chiesa lungo la sua storia  si è alleata  tante volte con le donne: nei momenti in cui si  è sentita sconfitta, ad esempio dopo la rivoluzione francese o in i tutti i passaggi cruciali del processo di secolarizzazione la chiesa si è nutrita della  loro pietà, di  quel senso di pietà religiosa che la donna riusciva a fare vivere in casa ai propri uomini, ai figli e al proprio marito  sempre più lontani dalle pratiche religiose. Era uno degli aspetti della cura verso i figli: pratica della devozione anche piccola, simbolica, il segno di croce, le preghiere serali ma una devozione  mai disgiunta da un profondo e rigoroso cambiamento interiore, onestà, formazione del carattere, coerenza non esteriore. Ecco  allora, ancora una volta, la capacità femminile di tenere uniti il dentro e il fuori. In seguito  con il processo di emancipazione femminile, dalla fine dell’800 in poi questa alleanza si è spezzata: la donna è diventata sempre di più veicolo e metafora della modernità vista solo nei suoi pericoli, in primo luogo la libertà dell’individuo. Oggi questo processo è giunto agli esiti più estremi, e da lì bisogna ripartire senza demonizzazioni. Da quello che papa Giovanni Paolo II ha chiamato “svolta antropologica”, che non è quella bandiera ideologica rinfacciata su tutti i fronti nei decenni passati. Wojtyla  l’aveva assunta  fin dal tempo in cui, lavorando al Concilio vaticano II contribuì al n. 22 di Gaudium et Spes: Cristo, svela pienamente l’uomo all’uomo, perché solo nel mistero del Verbo anche il mistero dell’uomo incarnato trova vera luce.  Come diceva sempre una clarissa: Dio ha posto nell’uomo un seme di eterno. Cioè  Cristo aiuta l’uomo ad essere pienamente uomo e qui Wojtyla aggiunge che in questo passaggio la cooperazione femminile, nella sua differenza, è fondamentale e  essenziale, è fondativa, non accessoria o secondaria. Questo il senso della Mulieris dignitatem.

Oggi la libertà soggettiva e i diritti individuali fondano la cultura in cui viviamo, l’inveramento dell’identità occidentale. Questa è la vera emergenza della nostra epoca come a fine Ottocento fu la questione sociale. E  come allora la chiesa riuscì a farsene carico con una  dottrina sociale capace di rispondere alle domande del collettivismo socialista e dell’individualismo liberale così dobbiamo fare ora con il tema delle libertà individuali. E la donna da minaccia suprema è invece ora, o potrebbe essere, ora la più preziosa alleata. Perché come diceva Mounier la donna è relazione, ha inscritto nel suo corpo e nella sua anatomia la possibilità di essere due.Però non bisogna avere paura della sfida  con la  libertà femminile, perchè arricchisce in primo luogo il maschile stesso.  Io dico spesso alle mie studentesse che non è più tempo di studiare il contributo delle donne nella chiesa e nella religione, ma le relazioni spirituali tra la donna e l’uomo di fede perché è in quelle relazioni che si può veder come entrambi cambino e si nutrino senza subalternità né conflittualità rivendicativa, se sono in grado di stabilire un rapporto spirituale maturo, naturalmente.Vorrei dire molto serenamente ai nostri sacerdoti e alle nostre gerarchie: non dovete  avere paura del rapporto vero con le donne.  E questo significa in primo luogo che quando parliamo giustamente e inevitabilmente di valori irrinunciabili, l’etica che ne è il fondamento, si può fondare solo sull’amore e non sullo scambio  politico: quello lo sappiamo bene, ci vuole, sarebbe dannosamente ingenuo, ignorarlo. Ma non è mai, assolutamente mai il patteggiamento politico a dovere avere l’ultima parola. E questo non per purismo imbelle ma perché, semplicemente,  non funziona. E ne abbiamo avuto prove lampanti.
Le donne possono essere il centro propulsore di una sorta di nuova costituente antropologica, in cui in nome di un comune umanesimo o meglio di un Umanesimo femminile si possono  trovare più ragioni comuni con i non credenti che argomenti di divisione. Due sono i vizi da evitare perché questo sia possibile: la colpevolizzazione o il moralismo, ne abbiamo avuti tanti esempi in questi dieci anni e abbiamo visto come siamo finiti. Nel nuovo protagonismo dei cattolici nella politica italiana le donne possono essere  centrali,  quale ponte e dialogo con i non credenti, possono essere pilastri di una nuova cooperazione. E, invece, come sono apparse le donne sulla scena pubblica nell’ultimo ventennio? O come corpi mercificati o come fattori divisivi dei valori non negoziabili. Eppure c’è ben altro spazio per le donne. E’ chiaro ormai per tutti che la crisi del mondo occidentale è etica prima che  economica. Ma se  nuove regole, una stessa nuova etica non cresce e matura dall’interiorità, dalla maturità complessiva delle persone non potremo mai risollevarci. Solo una spinta che nasca dall’ interiorità,  “uno sprone” – sono le  parole di Benedetto XVI- può ridisegnare le priorità della esistenza umana nel nuovo millennio, il cui destino – egli dice- non “finisce nel nulla e non è la corruzione”. E’ irrealistico, prima che sbagliato  pensare ai  bisogni dei giovani, i più penalizzati dalla crisi, come pure opportunità di occupazione. Non è uno stanco ripetere, è davvero così: non si potrà ricostruire nulla se non si capisce che la formazione delle persone giovani, è inscindibile dalla loro maturità interiore, dalla forza interiore di sperare e progettare, di essere onesti e generosi. Perché è proprio adesso quando la situazione materiale si fa più difficile che la forza interiore dell’amore e della generosità diventa potente, diventa Cristo stesso che ci parla. Come è successo nei momenti critici del Novecento.
E chi li forma a questo? La famiglia in primo luogo. Non una famiglia, dichiarata a parole, mera convenzione sociale ma come nucleo di affettività solidale che non esclude  l’esterno.  Quello della famiglia è il nodo da cui occorrerà ripartire tutti. Per ridisegnarne il senso, per non appiattirla al familismo egoistico che è la versione più ingannevole della degenerazione individualistica. Sì perché noi abbiamo spesso pensato che ci fosse da una parte  la famiglia generosa e dall’altra l’individualismo egoistico. Mentre spesso il familismo autocentrato  era  l’altra faccia dell’individualismo, solo più perbenista,  buona per tranquillizzare e sedurre le gerarchie. La nostra idea di famiglia, quella che vuole vivere nella prossimità di un Cristo contemporaneo non è quella, ma   è ricca, di scambi, di solidarietà  di  quelle relazionali messe in campo dalle tante esperienze femminili. Le donne, il vero, largo “ponte” tra esperienza materiale e sapienza del cuore. E però proprio per questo più sfruttate che aiutate dalla nostra società che non sostiene davvero in nessun modo la maternità, quella concreta e non solo un suo principio astratto.   E vorrei terminare raccontandovi la testimonianza di una liceale amica di mio figlio andata per un mese in una famiglia indiana di New Delhi, lei non credente, di famiglia accesamente laica, in polemica continua con la chiesa perchè limita e opprime la libertà femminile. Eppure era così sorprendente sentirla tutta eccitata e stupefatta quando, di ritorno dall’India, mi raccontava che le ragazze della famiglia che la ospitavano a Delhi si erano tutte convertite, con grande entusiasmo, al cristianesimo perché le faceva essere più libere, libere di scegliere, di sposarsi un uomo per amore e non per imposizione. Nei paesi più oppressi, quelli nei quali le religioni sono le cause principali della soppressione dei diritti,  sono proprio le donne a convertirsi in maggior numero al cristianesimo perché trovano lì, nel suo senso di eguaglianza e di giustizia, una superiore occasione di affrancamento e di liberazione. Ebbene questo è stato il rapporto di Gesù con le donne, che tanto lo hanno amato perché le capiva,  non le indottrinava e tanto meno le reprimeva.Un sentire che dobbiamo comunicare 

(www.donnealtri.it , 28 febbraio 2012, testo dell’intervento tenuto al Convegno “Gesù nostro contemporaneo”, organizzato dalla Cei e tenutosi a Roma dal 9 all’11 febbraio 2012)

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