Mosè: ‘Propheta traditus ‘ di Carlo M. Martini


Mosè: ‘Propheta traditus ‘

di Carlo Maria Martini

Il tema fondamentale di questa meditazione sarà quello della cosiddetta « passione» di Mosè. A questo proposito terremo presente il rapporto tipologico che il Nuovo Testamento rivela tra Mosè e Gesù: al coinvolgimento di Mosè fino alla sofferenza corrisponde il coinvolgimento di Gesù fino alla morte, nella loro opera profetica; al servo sofferente Mosè corrisponde il servo sofferente Gesù. D’altronde, già sappiamo che Mosè è chiamato il «servo di Jahvé »; e probabilmente i famosi quattro canti del servo di Jahvé nel Deuteroisaia sono stati scritti ispirandosi proprio a Mosè e puntando lo sguardo verso un misterioso personaggio messianico. Abbiamo allora tre figure davanti a noi: il Mosè sofferente, il servo di Jahvé – di cui non potremo parlare a lungo -, infine Gesù di fronte alla sua passione.
L’uso di un’espressione latina (propheta traditus) nel titolo di questa meditazione dipende dal fatto che non credo sia possibile trovare in italiano un verbo che, al pari del tradere latino, corrisponda ai tre significati dello stesso verbo greco paradidonai, che il Nuovo Testamento usa in tre accezioni diverse, in riferimento a Gesù. Vediamo un esempio per ciascuno di questi significati.
Nel suo discorso presso il portico di Salomone Pietro dice: «Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo Figlio Gesù, che voi avete tradito (paredokate)»(At. 3, 13). Voi, dice Pietro, lo avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato. Quindi Gesù è « tradito» dagli uomini, tradito da noi.
In Rom. 8, 32 lo stesso verbo indica l’azione del Padre: «Che cosa diremo: se Dio è in nostro favore, chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il suo Figlio, ma per noi tutti lo ha consegnato (paredoken auton) ». Quindi Gesù è stato dal Padre consegnato nelle nostre mani, perché ne facessimo «quello che volevamo»: lo accogliessimo, lo adorassimo, lo amassimo; con la nostra libertà, però, eravamo in grado anche di non amarlo, di non accoglierlo, di respingerlo, di contestarlo, addirittura di ucciderlo. E il Padre lo ha comunque consegnato all’umanità.
Il terzo significato del nostro verbo compare in Gal. 2, 20, ove esso ha per soggetto il Cristo stesso. Dice Paolo: «Vivo non più io, vive in me Cristo; ciò che ora vivo nella carne lo vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e si è consegnato per me (kai paradontos eauton upèr emou) ». Qui è Gesù stesso che si è consegnato per noi. Mediante l’incrocio di questi tre significati dello stesso verbo, noi possiamo contemplare il mistero della croce, lo svelamento del segreto del roveto ardente: il Padre che consegna il Figlio liberamente agli uomini, il Figlio che si consegna per la nostra salvezza e l’umanità che lo tradisce. Queste realtà saranno l’oggetto della nostra meditazione, che però noi concentreremo sulla figura di Mosè, in quanto tipo di Gesù; Mosè, infatti, è il profeta consegnato nel senso indicato: il profeta che Dio consegna al suo popolo, che consegna se stesso al suo popolo, che il popolo fa soffrire. Mosè non andrà fino alla morte, non darà la vita. È Gesù che dà la vita. Però Mosè soffrirà’ nella sua carne il rigetto da parte del popolo. La prima parte della meditazione, dunque, consisterà nell’esaminare alcune situazioni di sofferenza di Mosè; nella seconda. parte, poi, richiamerò alcune situazioni analoghe, o diverse ma pur sempre corrispondenti, di sofferenza di Gesù: la sofferenza di Mosè ci aiuterà a contemplare e ad intendere meglio la profondità dell’amore di Gesù. La nostra sarà allora davvero contemplazione del mistero del Padre che dona il Figlio e del Figlio che gratuitamente si dona, malgrado il tradimento nostro, e che continua a donarsi nonostante il rifiuto.

1. Le sofferenze di Mosè

Tra i molti episodi narrati nei libri dell’Esodo e dei Numeri, che ci descrivono i vari guai patiti da Mosè, ne ho scelti quattro, che ho intitolato cosi: a) la leggerezza di Mosè; b) le paure di Mosè; c) l’insicurezza di Mosè; d) la pazienza di Mosè.
Come introduzione a questi episodi, vorrei leggere qualche brano di André Neher, un autore ebreo che è un classico in materia. Egli ha pubblicato nel 1955 un libro dal titolo L’essenza del profetismo, nel quale tenta di formulare la fenomenologia dell’esperienza profetica in un quadro di storia delle religioni; e non gli mancano le intuizioni acute. A proposito di Mosè, dice cosi: «Un’esperienza nuova caratterizza Mosè come profeta, che Abramo non aveva conosciuto. È un’esperienza che introduce nel profetismo biblico un dato capitale: Mosè è il primo che prova la sofferenza della vocazione profetica. Abramo accetta tutte le offerte divine con lo stesso cuore: esce dal paese dei Caldei, fa i viaggi che il Signore gli fa fare, affronta le difficoltà; perfino quando si descrive il sacrificio del figlio non c’è una parola sui suoi sentimenti, quasi che egli vivesse tutto con fede assoluta. Egli è il profeta della certezza. Mosè invece è il profeta del dubbio, del rifiuto, della rivolta, ed è a lui che noi ritorniamo incessantemente, quando cerchiamo l’esempio di una profezia nel dolore ». Quindi Neher contrappone direttamente Abramo a Mosè: «Abraham est un prophète abrité, Moïse est un prophète livré; Abramo è un profeta protetto, Mosè è un profeta consegnato ». Ecco la differenza fra i due: «Con Mosè la rivelazione prende un carattere più tragico ». Poi l’autore si domanda perché questo aspetto tragico del servizio della parola, della profezia, venga sottolineato con Mosè e non con Abramo. E dà questa risposta: «Ciò deriva dal fatto che il profeta secondo Abramo è un individuo, il profeta secondo Mosè è inserito nella storia di un popolo. Abramo è il profeta da solo, è da lui che nasce il popolo; la missione di Mosè, invece, lo introduce nell’ambiente di una comunità umana. E allora necessariamente si crea il conflitto, la lotta concreta, il dialogo con gli uomini. Ed è un dialogo molto più difficile e molto differente dal semplice dialogo con Dio, perché è molto più sottomesso al rischio dello scacco». Finché uno tratta col suo Dio, lo scacco è soltanto in lui; se accetta, è in pace con Dio; ma se deve essere profeta per gli altri, allora tutto il suo profetare è sottomesso all’accettazione o al rifiuto, alla pigrizia o alle resistenze degli altri. Mosè è al centro di questo dramma. Questo è tanto vero, dice l’autore, che talora, « quando lo scacco sembra vicino (cioè quando Israele è tutto in rivolta e la sua storia sembra che stia per finire), Dio permette a Mosè di scegliere di diventare un nuovo Abramo, un profeta-patriarca: ‘ Io farò di te un nuovo popolo ‘ ». Mosè, come sappiamo, allora reagirà: «No, voglio continuare con il mio popolo ». E Neher conclude: «La realizzazione della rivelazione fatta a Mosè dipende congiuntamente sia dalla fede di lui che dalla fede del popolo ».
Mi pare molto profondo questo concetto, perché mostra anche quello che è il dramma di Gesù. Gesù può essere accolto o respinto. Non è semplicemente il Gesù che passa glorioso proclamando la parola; l’opera di Gesù è il seme che cade nella terra e che viene o calpestato o mangiato o soffocato, oppure produce frutti. Ma questa alternativa non riguarda soltanto il servizio della parola, bensì anche tutti gli altri servizi, nel senso che essi non dipendono solo da noi che li prestiamo, ma P-\lre da coloro che dovrebbero riceverli. Tante volte pensiamo, ad esempio, che il servizio del pane e dell’acqua, il più umile e il più semplice, viene sempre e comunque ben accolto. Ma noi sappiamo che non è così: molti missionari e missionarie che facevano servizio nei lebbrosari sono stati mandati via. Perché? Perché si è ragionato come se tutto dipendesse soltanto da coloro che intendevano prestare quel certo servizio; non ci si è chiesto che cosa ne pensavano i destinatari di esso, se lo volevano davvero, se era veramente il servizio che in quel momento fosse più utile. Di qui il dramma di servizi offerti con tanto coraggio e fiducia, ma non accettati. Non accettati per molti motivi: talora per gli sbagli di chi li offre, ma talora anche per il rifiuto sbagliato di chi non li accetta. Ad ogni modo l’interpretazione proposta da Neher mi pare molto valida: Mosè soffre perché vuole vivere con la gente; se si contentasse del dialogo con Dio, potrebbe starsene tranquillo, ma il suo coinvolgimento ad un certo punto lo stritola. Ugualmente, il coinvolgimento di Gesù con la gente farà sì che ad un certo punto egli resti schiacciato.
Cercheremo allora di meditare su questa dimensione della sofferenza di Mosè e di Gesù. Vediamo dunque dapprima i quattro episodi della vita di Mosè, su cui vi invito a riflettere.

a) La leggerezza di Mosè

Il primo episodio (Bs. 4, 18-26) consiste in una scena molto misteriosa.
Mosè, obbediente alla volontà di Dio, «partì e tornò da Jetro suo suocero e gli disse: ‘Lascia che io parta e torni dai miei fratelli che sono in Egitto per vedere se sono ancora vivi! ‘ … Jetro disse a Mosè: ‘ va ‘ pure in pace! ‘… Mosè prese la moglie e i figli (notate qui la stessa frase ripresa da Matteo per descrivere il ritorno di Gesù dall’Egitto), li fece salire sull’asino e tornò nel paese d’Egitto. Mosè prese in mano il bastone di Dio ». Mosè, pieno di fiducia e d’abbandono al Signore, con la moglie e i figli si mette in viaggio verso l’Egitto. Però, « mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne incontro e cercò di farlo morire. Allora Zippora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: ‘ Per me tu sei uno sposo di sangue! ‘. E (il Signore) si ritirò da lui. Essa aveva detto ‘ sposo di sangue ‘ a causa della circoncisione ».
Questo episodio ci spaventa, tanto è misterioso. Anche gli esegeti si chiedono quali tradizioni vi si siano raccolte. Noi cerchiamo di interpretarlo così come ci appare nel suo contesto attuale. In fondo, Mosè ha pensato che la chiamata ricevuta si ponesse più o meno al livello delle cose che faceva prima: tornare in Egitto col gregge, la moglie e i figli e ricominciare un certo lavoro. Il Signore invece gli vuol far capire che le cose sono cambiate e che lui ha preso alla leggera le sue parole, quando ha concepito la missione alla maniera borghese. . . E qui, anche se non riusciamo a capire tutto, capiamo però come Dio gli preannuncia che non si tratterà affatto di un’impresa tranquilla, bensì di qualcosa che lo coinvolgerà fino alla morte.
L’episodio, proprio perché misterioso, può risultare particolarmente ricco di insegnamenti. Il fatto è che seguire la vita evangelica, dandosi ad un apostolato non faraonico, ma di servizio, non comporta soltanto qualche piccolo cambiamento di metodo, qualche aggiustamento nel linguaggio, ma implica un atteggiamento totalmente diverso. Noi siamo sempre tentati di ridurre la novità del Vangelo, con la sua sconvolgente capacità di travolgerci, ad un discorso circa le modalità operative: ma il Signore ci dice che si tratta di ben altro: «Non vi immaginate nemmeno a che cosa vi ho chiamati! ». Mosè, dal canto suo, ora si rende conto che l’impresa cui Dio lo ha chiamato è davvero cominciata, anche se lui non l’aveva capita: l’aveva ridotta alla sua piccola misura, ma Dio glielo impedisce, ricorrendo anche a gesti clamorosi, come quello capitato quella notte.

b) Le paure di Mosè

Fermiamoci ora a riflettere sulle « paure» di Mosè. Mosè ha avuto spesso paura: in particolare quando vede che non può esercitare la sua missione stando dall’altra parte del tavolo, ma deve buttarcisi ‘dentro e correre gli stessi rischi del popolo, anzi più rischi ancora…
Fin dall’inizio Mosè: ha intravisto come si sarebbero messe le cose; perciò cerca di difendersi. In Es. 4, 10 dice: «Mio Signore, non sono un buon parlatore; non lo sono stato mai prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo; sono impacciato di bocca e di lingua ». E poi, al v. 13, dopo il dialogo in cui Dio cerca di aiutarlo, quando Mosè capisce che le cose che gli sono chieste sono superiori alle sue forze fisiche – si sente intimorito di fronte a ciò che lo aspetta, allora dice quello che veramente ha nel cuore: «Perdonami, mio Signore, manda chi vuoi mandare! », cioè «manda un altro». Queste parole sono le stesse che dirà il profeta Isaia (cfr. Is. 6, 4-8). Ma Isaia è un altro tipo e le sue parole hanno tutt’altro significato: «Manda chi vuoi mandare », cioè « manda me ». Mosè invece diceva: «Non ci riesco ». Allora la collera del Signore si accende contro di lui: le esigenze della sua chiamata, infatti, non sono qualcosa da cui Mosè può ritirarsi quando vuole; ormai ha preso l’impegno e deve starci fino in fondo.
Un altro momento della paura di Mosè si manifesta nel suo lamento in Es. 5,22-23: «Mio Signore, perché maltratti questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male al tuo popolo e tu non hai fatto nulla per liberare il tuo popolo ». Mosè si era immaginato una liberazione facile, mentre le cose vanno molto diversamente; allora comincia ad avere paura e si chiede:« Ma che cosa mai vorrà da me? Attraverso quali vie mi vuole portare? ».
Un altro aspetto ancora della paura di Mosè si esprime in Es. 17, 4: «Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: ‘Che farò per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno! ‘ ».
Mosè è passato attraverso esperienze difficili, nelle quali ha sentito tutta la sua debolezza. Se vogliamo poi trovare nel Nuovo Testamento un testo che ci aiuti a capire la paura di Mosè, possiamo leggere Mc. 10, 32, ove ci viene presentata la paura degli apostoli: «Mentre erano in viaggio i Dodici con Gesù per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro, ed essi erano stupiti: coloro che venivano dietro erano pieni di timore ». Gesù corre avanti e gli altri seguono impauriti: «Dove andiamo? Dove ci porta? Ma perché andare a Gerusalemme dove la gente è maldisposta? ». Ecco la paura che il Signore non ha risparmiato ai suoi profeti. Diventare profeta, diventare servo del Vangelo non vuol dire andare allegramente avanti con l’animo pieno di entusiasmo: vuol dire soffrire tutta l’angoscia di situazioni nelle quali non si vede apparentemente una via d’uscita. È così che il Signore ci chiama alla fede nella sua parola.

c) L’insicurezza di Mosè

Malgrado i molti colpi che subisce, Mosè resiste; ad un certo punto, però, la sua psicologia sembra venir meno ed egli attraversa una grave crisi, che è descritta nella Bibbia, anche in questo caso, con parole misteriose e velate, tali però da farci capire che qualcosa di grave è successo nell’animo di Mosè.
Si tratta dell’episodio avvenuto presso le acque di Meriba, che ci è raccontato in Num. 20, 3-13: «Il popolo ebbe una lite con Mosè, dicendo: ‘Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti al Signore! Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto, per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si può seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere ». Tutta l’amarezza del popolo si sfoga qui contro Mosè e Aronne. Allora questi due poveretti si allontanano e si prostrano per pregare: quindi il Signore dice a Mosè: «Prendi il bastone … convocate la comunità… parlate alla roccia ». Perciò, Mosè prende il bastone, alza la mano e dice: «’ Ascoltate, o ribelli: vi faremo noi, forse, uscire acqua da questa roccia? ‘. Mosè alzò la mano e percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame… Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: ‘ Poiché non avete avuto fiducia in me, per dar gloria al mio santo nome agli occhi degli Israeliti, voi non introdurrete questa comunità nel paese che io le do ‘ ».
Qui veramente siamo un po’ sconcertati. Questo Mosè che ha obbedito in tutto fino a questo punto, ora è preso da una crisi interiore, che prende corpo in una « mancanza », di cui resta per noi misterioso il significato. Mosè avrebbe forse mancato di fede colpendo due volte la roccia? Secondo un’altra tradizione, invece, Mosè verrebbe punito a causa del popolo che si era rifiutato di salire da Cades verso Canaan. In Deut. 1, 37s., Mosè dice: «Contro di me si adirò il Signore per causa vostra e disse: ‘Neanche tu vi entrerai, ma vi entrerà Giosuè figlio di Nun che sta al tuo servizio ‘». Questo testo e altri passi paralleli (cfr. Deut. 3, 26; 4, 21) sembrerebbero attribuire il castigo di Mosè non tanto all’episodio delle acque, quanto all’aver consentito che la gente non entrasse dal sud e che invece prendesse la strada dell’est, del Giordano. In quell’occasione, Mosè aveva avuto pietà del suo popolo, che si era spaventato alla notizia dei giganti che abitavano in quella terra; in tal modo aveva mancato di fiducia verso Dio. Non so quale spiegazione preferire. Ma certo è molto umano tutto questo. Noi crediamo di ascendere di virtù in virtù, ma certe volte improvvisamente c’è un crollo, o un momento difficile: non si regge più a quel peso che forse si era retto bene per anni. È un fatto a cui anche Mosè ha dovuto soggiacere. Egli ha avuto un momento di grave crisi interiore, che poi avrà le sue conseguenze, accettate da Mosè con molta dignità, con molta umiltà, con molta semplicità di cuore. Mosè si rimprovererà di aver avuto troppa compassione del suo popolo, fino al punto che per proteggerlo si. è staccato dalla Parola di Dio.
Questo capita quando ci si lascia coinvolgere con la gente! E il Signore non ci promette l’indefettibilità né ci risparmierà le conseguenze dell’aver agito in maniera sbagliata; ci promette bensì il perdono e la misericordia.

d) La pazienza di Mosè

L’ultimo aspetto che caratterizza il coinvolgimento doloroso e umiliante di Mosè nel servizio del suo popolo è quello della « pazienza». Anche a questo proposito la figura di Mosè appare grande per il rapporto che c’è in lui tra fragilità, dedizione e fiducia in Dio, che ne fa un’anima complessa, un uomo sofferente. Prendiamo in considerazione un episodio molto interessante, specialmente per la psicologia di Mosè: «Maria ed Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata. Infatti aveva sposato un’Etiope (cioè una donna straniera), E dissero: ‘ Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro? ‘ » (Num. 12,1-2).
Il motivo che li fa parlare cosi, in fondo, è l’invidia: un’invidia assai umiliante per Mosè, Aronne e Maria, che costituiscono l’équipe dirigente d’Israele e che non vanno d’accordo tra loro. La situazione è pure assai umiliante, perché Maria è colei che ha salvato Mosè dalle acque, e quindi si sente un po’ la sua protettrice. Fatto sta che «il Signore disse: ‘… Come non avete temuto di parlare contro il mio servo Mosè? ” E l’ira del Signore si accese contro di loro ed egli se ne andò; la nuvola si ritirò di sopra la tenda; ed ecco che Maria era lebbrosa, bianca come neve. Aronne guardò Maria ed ecco era lebbrosa» (12, 6-10). Mosè, però, ormai sa pazientare; perciò pregherà perché sia guarita e così ritornerà la pace in famiglia.
Qui noi vediamo .Mosè, l’uomo paziente, che ha imparato a tacere e a lasciar fare al Signore, sopportando anche la sofferenza più intima, quella di non essere capito nel suo rapporto con Dio dagli stessi familiari.

2. Gesù: il servo sofferente

La seconda parte di questa meditazione è dedicata alla figura di Gesù, al quale si applicano, punto per punto, le considerazioni fatte in precedenza. Anche qui suggerisco molto brevemente quattro considerazioni, che per contrasto o per analogia ci consentono di cogliere quale sia stato il coinvolgimento di Gesù con la gente.
Il primo elemento è quello della chiaroveggenza di Gesù. Mentre Mosè comincia con una certa faciloneria la sua missione (l’asinello, la moglie, i figli, il proposito di passare la vita in campagna, ecc.), Gesù fin dall’inizio sa dove andrà (Lc 9, 21-22). Quando la gente lo acclama per i miracoli e grida al successo, Gesù dice: «Il Figlio dell’uomo dovrà essere tradito ». Gesù ha visto chiaramente che il suo coinvolgimento con la gente doveva essere pagato fino in fondo, e non siè tirato indietro.
Il secondo elemento è quello della paura di Gesù, È questa un’espressione terribile che noi non avremmo mai usata, se essa non comparisse nel Vangelo. In Mc. 14, 33s., Gesù ,« sente paura» e dice: «La anima mia è triste fino alla morte », quasi .come Elia, il quale dice: «Signore, non ne posso più» (cfr. 1 Re 19, 4). E qui vediamo anche un parallelo fra Mosè e Gesù: Mosè ha avuto paura e anche Gesù ha voluto aver paura, mostrando così che il servizio del Vangelo non esime dall’angoscia di fronte alle situazioni catastrofiche che talora ci possono cascare addosso.
Il terzo elemento, che farei corrispondere all’insicurezza di Mosè presso le acque di Meriba, è quello della decisione di Gesù. In Gv 10, 11 ss., dice: «Io do la mia vita per le mie pecore ». Si tratta di un amore totale, insieme con un ascolto pieno del Padre. Mentre Mosè, posto fra il popolo e Dio, perde l’equilibrio emotivo e si butta sul popolo, Gesù offre la sua vita per amore nostro, ma in obbedienza alla parola del Padre. Qui potremmo meditare anche su Lc. 23, 46: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito ». Mentre Mosè non è riuscito ad affidare il suo spirito nel giorno di Meriba, come pure di fronte al tumulto sollevatosi all’arrivo degli esploratori, Gesù, l’artefice della nostra fede, si è affidato nelle mani del Padre per noi.
Infine, l’ultimo elemento da contemplare è quello della pazienza di Gesù. Tra i tanti episodi che si potrebbero citare ho scelto Gv. 18, 22-23: Gesù viene schiaffeggiato in casa di Anna. Mi sembra che ci sia un parallelismo con l’episodio di Mosè schiaffeggiato moralmente da Maria ed Aronne. Mosè non risponde niente a Maria e ad Aronne, e lascia la sua causa a Dio; Gesù invece risponde: « Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Gesù, quindi, non si è contentato di accettare, ma ha voluto evangelizzare e proporsi come segno di autenticità a quel povero funzionario, forse mal pagato, pieno di frustrazioni e sempre sottomesso, come è proprio degli inferiori posti tra un capo tirannico e i sudditi scontenti: un uomo amareggiato, che a un certo punto non trova di meglio che sfogare la sua ira contro un debole qualunque, magari per guadagnarsi un po’ di favore. Ebbene, Gesù potrebbe accettare in silenzio; invece preferisce fare qualcosa di più, e dice: «Guarda in te stesso. Perché mi hai colpito? Quali sono le radici del tuo atto? Se sono buone, io sono pronto a lasciarmi colpire; ma se non hai una ragione fondata, perché fai cosi? Perché questa scontentezza, perché questa amarezza e questa frustrazione? Che cosa c’è in te che non va? ». Insomma, Gesù colpito compie opera di evangelizzazione e di liberazione nei confronti di un uomo che non aveva mai visto, né rivedrà mai più: l’uomo che l’ha offeso, umiliandolo pubblicamente. Gesù non reagisce con un silenzio sdegnato, ma con una pazienza attiva, che lo fa « essere Vangelo », che lo fa «essere Parola di Dio », data a quell’uomo fino in fondo, senza riserve: Gesù è davvero il profeta che si consegna totalmente agli uomini!

Pasqua 1984

Leave a Comment