Mille anni a Camaldoli


Mille anni a Camaldoli

di Teresa Bartolomei

Tra le numerose iniziative organizzate per celebrare la magnifica ricorrenza del millenario di Camaldoli (1012-2012) è doveroso segnalare la pubblicazione di un volume che si propone con grande intensità e forte impatto visuale come un ponte di incontro con l’esperienza camaldolese, sul filo delle immagini e delle testimonianze dei monaci, ma anche di sacerdoti e laici a vario titolo legati a questa realtà (“Mille anni a Camaldoli”, a cura di Tonino Ceravolo, Rubbettino 2011).

Osservando le bellissime illustrazioni del libro, leggendo i contributi di riflessione e ricostruzione storica, chiunque abbia mai avuto nella vita la gioia di visitare la comunità monastica insediata in quest’angolo solitario di Casentino, e magari di aver potuto attingere alla sua ricchezza spirituale attraverso un soggiorno un po’ più prolungato, non può fare a meno di interrogarsi su quale sia la ragione del profondo legame che si instaura con Camaldoli una volta che si sia conosciuto – un rapporto speciale di affezione, memoria, e intima fedeltà, che si mantiene vivo nel corso degli anni, nel cammino accidentato della vita, nei cambiamenti radicali di contesto storico e privato cui ciascuno di noi va incontro con il passare del tempo.

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Questo legame si configura innanzitutto, spontaneamente, ingenuamente, come attaccamento a un luogo, a uno spazio concreto: una strada che sale, attraversando una foresta stupenda, un monastero possente ma al tempo stesso semplice, di apparenza introversa nella struttura massicciamente protettiva, eppure con il cuore aperto all’esterno, nella sua ospitale vocazione di accoglienza e nel suo orientamento spirituale e concretamente esistenziale in direzione dell’Eremo, su, a tre chilometri di distanza – più in alto : intrinseco compimento del percorso compiuto per arrivare fino alla prima tappa della Foresteria.

La memoria del luogo è decisiva: scolpisce il potenziale spirituale di Camaldoli nella carne di uno spazio terreno concreto, unico, insostituibile, in cui una tradizione di fede si è fatta casa nella terra, modellandola con la propria presenza fino a realizzarvi una commovente sintesi di bellezza, mostrando come natura e occupazione umana possano  convivere in un’armonia di reciproca esaltazione e mutuo arricchimento. Da un lato, infatti, la foresta è stata sapientemente coltivata, ingrandita, protetta, nel corso dei secoli, dalla mano amorevole dei monaci ed appare come ingentilita dall’evidenza di questa cura, così come consacrata dalla solenne testimonianza di una secolare tradizione di preghiera. D’altro lato, la foresta rappresenta per i monaci quell’habitat di appartata riservatezza –   riparo nell’ombra silenziosa di una immensa cattedrale naturale – che è necessario a costituire la loro solitudine rispetto al mondo come una forma non di separazione dall’uomo ma di consacrazione a Dio (“Uomini solitari in comunione con il mondo” recita significativamente il titolo di uno dei contributi del libro, scritto dai camaldolesi Ugo Fossa e Ubaldo Cortoni). Chi arriva a Camaldoli, oppresso dal quotidiano confronto con le ferite che arreca alla terra la rapace lotta per la sopravvivenza della specie umana, lo sfiancamento al limite del collasso delle risorse e delle bellezze naturali, trova la consolazione di un esempio, straordinariamente efficace nella semplicità  della sua formula, del fatto che  il sogno di un’integrazione armonica e sostenibile tra l’uomo e la terra non è una utopia irrealizzabile ma una sfida che le generazioni passate si sono già poste, dandole risposte tanto esteticamente suggestive quanto sapientemente responsabili.

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Nel riconoscimento del suo duplice significato (‘ecologico’ e ‘spirituale’) che racchiude quest’esperienza del luogo, si delinea la percezione del valore ulteriore, più profondo, dell’attaccamento a Camaldoli come condivisione di un’esperienza di fede, resa possibile dall’ospitalità offerta dalla comunità monastica a chiunque le si rivolga per abbeverarsi alla fonte della sua vita di preghiera e meditazione della Parola (Fontebona – il nome dell’area in cui si innalza il Monastero non potrebbe essere più eloquente).

La comunità monastica camaldolese si è infatti costituita sin dall’inizio in una vocazione di apertura e ospitale accoglienza che tutti i testi della pubblicazione del millenario sottolineano e illustrano con grande nitidezza : nella visione del suo fondatore, San Romualdo, Camaldoli nasce come sviluppo dell’originario carisma benedettino in un peculiare modello tripolare di comunità, nel quale tre diverse dimensioni si articolano complementarmente in una dialettica di integrazione, arricchimento, e riequilibrio mutui (tre aspetti che prendono concreta configurazione architettonica nel singolare complesso camaldolese:  all’Eremo nel campo di Maldolo si affianca sin dalle origini il Monastero della Fontebona, struttura cenobitica vocazionata all’accoglienza dei pellegrini e all’assistenza ai bisognosi e ai malati, che ha dunque da sempre i propri nuclei portanti nella Foresteria e nella Farmacia). Una volta edificate le cinque celle che costituiscono il nucleo originario dell’Eremo, leggiamo nelle Costituzioni di Rodolfo I, priore di Camaldoli  dal 1074 al 1087, Romualdo non si fermò: “Fatto ciò, trovò più in basso un luogo chiamato Fonte Buono e lì costruì una casa, vi stabilì un monaco con tre conversi per accogliere gli ospiti che arrivavano, per rispondere loro dolcemente, per dare loro da mangiare con carità.” (p.19)

L’opzione eremitica di assoluta dedicazione a Dio (la radicale separazione dal mondo che i monaci possono scegliere come forma di vita transitoria o, nel passato, definitiva), non può costituire un’esperienza totale, autosufficiente, e dunque chiusa, e non può perciò essere  disgiunta, nell’insegnamento di San Romualdo,  da quella cenobitica (è questo il senso dello stemma di Camaldoli: le due colombe che bevono da un’unica coppa), ma questo precisamente perché entrambe si innestano (confluiscono) in un’apertura verso l’esterno in cui non è tanto il monaco ad andare nel mondo (come negli ordini religiosi vocazionati all’apostolato missionario e alla predicazione), quanto è la comunità monastica che accoglie il mondo che ad essa si rivolga per avere parte alla sua ricchezza spirituale: le due colombe fanno posto al viandante assetato perché possa attingere alla coppa da cui bevono, adempiendo a un “dovere dell’ospitalità” che è iscritto nella Regola di Camaldoli come uno dei suoi pilastri. Il “dovere dell’ospitalità deve essere osservato in ogni modo a Fonte Buono. /…./ Infatti quella dimora è stata edificata soprattutto per adempiere al dovere dell’ospitalità  e, per quanto in seguito sia stata adattata alla norma cenobitica, col crescere della congregazione, in nessun caso si deve trascurare l’ospitalità.” (Liber Eremitice Regule XXXVII, 1-12) (p.41)  

 La vita contemplativa del monaco si fa spazio di condivisione e accoglienza all’ospite che interpella: il chiostro non è un recinto che esclude ma un portale che include. Anche fisicamente il chiostro di Maldolo è l’ingresso al Monastero: lo spazio di accesso che qualifica la natura dell’ospitalità ricevuta in Foresteria – molto più che servizio di ristorazione e pernottamento (in un’ottica di mera assistenza al pellegrino), ma autentica integrazione nella  vita della comunità, nei suoi ritmi di preghiera e di meditazione.

Se oggi quella dell’ospitalità in monastero (in questo senso non meramente materiale, ma di condivisione spirituale) è una pratica molto diffusa, non si può dimenticare che ancora qualche decennio fa questo tipo di servizio non era affatto scontato (certamente non lo era nel lontano 1934, quando su iniziativa del loro ex assistente e futuro Papa, Giovanni Battista Montini, i Laureati cattolici e poi gli studenti della FUCI cominciarono a tenere a Camaldoli le loro Settimane teologiche) e la comunità camaldolese costituisce da questo punto di vista un modello profetico, sin da epoche in cui la distanza tra vita consacrata e stato laicale era incolmabile, e la grata della clausura era la materializzazione del muro impenetrabile tra due mondi rigidamente separati (“tra il 1641 e il 1663 il numero globale dei forestieri /ospitati in Foresteria/ si aggirò intorno all’incredibile cifra di 153.768, con circa ventimila cavalcature da sistemare. Tolti questi eventi eccezionali il numero dei passaggi si aggirava nella norma intorno  ai 6.000-7.00 passaggi annui.”(p.54)

Chi è stato a Camaldoli, sa con quale spontanea, calorosa, generosa libertà i monaci mettono a disposizione gli spazi archiettonici del Monastero, senza rigide separazioni tra ospiti e comunità, senza formalismi; sa che gli ambienti di lavoro della comunità  sono contigui a quelli offerti ai visitatori e non c’è nulla di più naturale che imbattersi, in uno dei corridoi che portano alle camere, in un monaco diretto in Biblioteca, in Libreria, in una stanza di segreteria,  perché la Foresteria non è un’ala separata del Monastero – estranea, ‘forestiera’ -, ma è integrata nel corpo stesso dello spazio vissuto dai monaci. Chi è stato a Camaldoli sa di essere aspettato dai monaci in chiesa, a condividere la celebrazione della liturgia delle ore. Sa che c’è sempre un monaco, in Monastero, pronto ad ascoltare senza giudicare, a “rispondere  dolcemente”, a fermarsi per accogliere la tua richiesta di amicizia: “Passiamo dunque dalla grazia dei muri alla grazia dei volti! Ecco la benevolenza. Fermarsi. Che cosa rimane di noi, della nostra vita monastica?  Tu rimani se hai saputo fermarti nello sguardo degli altri. Ecco questo rimane. E basta” (Benedetteo Calati, testo inedito).” (p.111)

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Se il legame con l’esperienza di fede condivisa dai monaci con gli ospiti del Monastero si sostanzia di molti aspetti (amicizia, offerta di momenti formativi e spirituali di grande livello e intensità in un ricco e variegato calendario di incontri di meditazione e di approfondimento teologico ed esegetico, esercizi spirituali, convegni di forte carisma profetico come i tradizionali Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli, in agenda ormai da più di trent’anni, così come – memoria carissima per tanti di noi -,  le già ricordate Settimane teologiche della FUCI),  esso trova tuttavia il proprio nucleo centrale nella condivisione liturgica dei ritmi di preghiera (l’“opus Dei”) della comunità, non solo dunque la celebrazione dell’Eucarestia, ma le ricorrenze solenni dell’anno liturgico (in una compartecipazione che il Monastero promuove con offerte specifiche di ospitalità), la meditazione orante della Parola di Dio (lectio divina), e in particolare la liturgia delle ore (“la forma della preghiera liturgica che maggiormente contraddistingue” la vita monastica). (p.135)

La giornata degli ospiti di Camaldoli è infatti scandita dai tre appuntamenti fondamentali che ritmano la vita della comunità monastica: la celebrazione delle lodi al mattino, dell’ora media a mezzogiorno, dei vespri alla sera. Nessun obbligo, piuttosto una solenne convocazione interiore cui nessun visitatore vuol sottrarsi, nella consapevolezza che non partecipare all’ufficio divino è mancare l’essenziale dell’esperienza camaldolese. 

I laici che salgono al Monastero si trovano introdotti nel cuore della forma di vita del monaco, nella fruizione diretta e partecipativa del come la preghiera comunitaria articoli ed animi la sua giornata, ed è difficile descrivere la forza spirituale di quest’incontro, il profondo impatto interiore che per un credente abituato ad una consumazione profanamente feriale del proprio tempo esteriore, riveste la condivisione  concreta di questo modello di liturgica consacrazione festiva della quotidianità.

La preghiera comunitaria che prende forma nella liturgia delle ore non è un ‘momento’ della giornata, ma il suo respiro, la sua articolazione più profonda, che determina la priorità assoluta del rapporto individuale e comunitario con Dio in termini tanto semplici quanto efficaci, perché,  come recita la regola di San Benedetto: “All’ora dell’ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine /…/. In altre parole, non si anteponga nulla all’opus Dei.” (RB 48, 1-3) (157) Qualsiasi cosa tu stia facendo, per quanto importante, interrompila se è l’ora della preghiera. Ogni attività terrena, per utile e doverosa che sia (perché il lavoro è un preciso “dovere” del monaco, che vi deve riconoscere un cardine della propria esistenza: chi non lavora non può aspirare alla salvezza, insegna la Regola benedettina), non può essere vista come un assoluto e viene relativizzata dalla sua integrazione con la preghiera. È nella trama più fine e diffusa dell’occupazione quotidiana del proprio tempo  che il credente deve infatti tradurre la figura centrale della sequela di Cristo: “abbandona tutto e seguimi” , in una pratica di “conversione”, cui  il monaco conforma tutta la propria vita – esercizio permanente di “configurazione a Cristo” -. (p.134)

Qualunque cosa di importante, spiritualmente gratificante e intellettualmente stimolante, stia facendo chi si trova a Camaldoli (seminario di formazione, meditazione esegetica, colloquio ecumenico,  Settimana teologica…), una potente voce interiore (l’insegnamento “tacente lingua et predicante vita” della comunità monastica secondo l’esempio del fondatore) gli dice che deve interromperlo per unirsi ai monaci nel loro abbandono fiducioso al primato spirituale della preghiera  (“la parte migliore” scelta da Maria).

Il fatto che questa “scuola di conversione” costituita dall’offerta di condivisione comunitaria della liturgia delle ore rappresenti un’esperienza relativamente recente (un carisma sbocciato in seno alla comunità nell’abbrivio della grande stagione conciliare) evidenzia luminosamente come l’apertura all’accoglienza propria della Regola camaldolese abbia  agito in essa come un fermento di costante rinnovamento e partecipe adesione al presente, come un fattore dinamizzatore che ha fatto sì che  il legame profondo con la tradizione proprio dell’esperienza monastica non sia scaduto, a Camaldoli, a statica o peggio ideologica conservazione del già stato, ma sia rimasto flusso vivente di comunione  con la storia: a Camaldoli la fedeltà a regole di vita e antichi riti consolidati in una formulazione più che millenaria (come appunto la liturgia delle ore) non costituisce in alcun modo estraneità al presente, ma feconda intersezione con esso. Nel contributo al libro del Millenario scritto dal monaco camaldolese Matteo Ferrari (più precisamente nel capitolo dedicato alla Riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II), leggiamo una testimonianza estremamente significativa di questa dinamica di intelligenza teologale  della storia che nutre la fedeltà camaldolese alla tradizione, salvaguardandola da ogni cieco irrigidimento autoreferenziale: per “chi si recava a Camaldoli dagli anni ‘30 agli anni ‘ 50 la scena che si presentava davanti era certamente molto differente da quella di oggi. /…/ La vita liturgica, segnata dalla liturgia delle ore benedettina, era abbondantemente presente, ma forse, come per la Chiesa in generale,  non era lì che i monaci attingevano per nutrire la loro spiritualità. Anche nella Comunità doveva nascere una «questione liturgica». /…/ Camaldoli arrivò a porsi questa questione non senza delle «provocazioni» che gli giungevano dall’esterno.” Tra queste è da “ricordare, innanzitutto la «riapertura» della foresteria negli anni ’30, inizio dell’arrivo degli ospiti e in particolare dei gruppi di universitari della FUCI e dei laureati cattolici. Non voglio dire che i monaci «impararono» dagli ospiti la spiritualità liturgica, ma che essi furono una «provocazione» per la comunità e in particolare per i giovani monaci che lentamente  cominciarono a venire in contatto con loro.  Non si può non ricordare la figura di Giovanni Battista Montini che, come assistente nazionale della FUCI e dei laureati cattolici, lavorò intensamente per l’incremento della spiritualità liturgica  /…./.  I giovani fucini e i laureati cattolici che venivano a Camaldoli, fino agli anni precedenti al Concilio non celebravano la liturgia con i monaci, ma la celebravano da soli con i loro assistenti, eredi di questa grande sensibilità per la spiritualità liturgica. Per loro la liturgia era un elemento centrale, ma la liturgia dei monaci andava avanti per la sua strada millenaria apparentemente senza curarsi di ciò che nella vicina foresteria avveniva. Tuttavia questa lontananza era solo apparente e si narra che alcuni monaci, contravvenendo al divieto assoluto di  partecipare alle iniziative delle Settimane teologiche della FUCI, «origliassero» dietro le porte per cogliere  qualcosa delle relazioni di taglio biblico, teologico e liturgico, che importanti teologi del tempo offrivano agli universitari cattolici convenuti a Camaldoli. Evidentemente non solo i fucini  o la relazione con Monsignor Montini  furono una provocazione, anche l’apertura della foresteria in sé costituiva per i monaci una «provocazione» molto importante e che di fatto segnò profondamente  il modo di celebrare che si sarebbe sviluppato a Camaldoli negli anni successivi. La Comunità divenne sempre più sensibile al problema della partecipazione alla liturgia  dei tanti laici che cominciavano a frequentare la foresteria di Camaldoli.  Era possibile continuare a celebrare la liturgia  come si era fatto fino ad allora, ignorando la presenza degli ospiti e il loro desiderio di una partecipazione alle celebrazioni liturgiche? La Comunità negli anni intorno al Concilio  dovrà dare concreta risposta a questa domanda.” (pp.149, 154)

Questa pagina è una grande lezione di cosa sia tradizione per la Chiesa e di come la Chiesa sia tradizione : trasmissione vivente di una Parola che si attua come annuncio e come risposta, e dunque costitutivamente come dialogo  – non rigida esclusione del cambiamento, ma inclusiva accoglienza del nuovo nel seno della continuità. Non oppressiva predominanza del passato sul presente (ed esclusione del futuro)  ma dinamica interpenetrazione tra quello che è stato e quello che deve essere.

I giovani fucini salgono a Camaldoli, da quasi ottant’anni, anche per imparare a confrontarsi con la tradizione : l’antichità (del rito, della forma di vita monastica, della liturgia) insegna a relativizzare il presente (che la giovinezza, nella sua inesperienza della durata, assolutizza a paradigma del tempo), la gioiosa arroganza della novità si ridimensiona e si fa umile nel riconoscere la solenne potenza del prima da cui l’oggi scaturisce. Ma d’altro lato, nell’incontro con la giovinezza,  quest’antichità relativizza il passato, aprendosi  all’evidenza della propria incompletezza e della propria intrinseca dinamica  di oltrepassamento verso il ‘non ancora’ dei tempi nuovi e della terra nuova della Parusia annunciata e sempre da annunciare. La tradizione è questo dialogo aperto, di mutua relativizzazione, integrazione, sviluppo, verifica, correzione, apprendimento e critica corroborazione (non indenne, ovviamente, da traumatici conflitti e dolorose discontinuità)  che attraversa i tempi e li innesta uno dentro l’altro in feconda continuità e interpenetrazione. È a Camaldoli che noi fucini di ogni generazione abbiamo imparato ad amare la tradizione con l’allegra irriverenza del figlio che ha piena fiducia nei padri. È a Camaldoli che abbiamo imparato a riconoscere la tradizione come dimensione vivente, inclusiva, evolutiva e dialogica –  non morta, non esclusiva, non statica, non autoritaria – della Chiesa. E  l’abbiamo scoperta come tale anche grazie alla sanamente, sapientemente trasgressiva capacità dei monaci di “origliare”, di ascoltare, discreti e appartati, dal silenzio del loro ritiro, quello che succede nel mondo e di irrigarne, facendola fruttificare, la propria spiritualità.

Vivat Camaldoli!

 

 

 

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