L’orizzonte bipolare nella costruzione della democrazia italiana: il contributo dei cattolici -G.Guzzetta


L’orizzonte bipolare nella costruzione della democrazia italiana: il contributo dei cattolici

I cattolici e il bipolarismo Roma . 23 febbraio 2012

Centro congressi «Roma eventi» Università Gregoriana

Piazza della Pilotta, 4

1. Due visioni della democrazia e due filoni del pensiero politico cattolico

Come ricorda Rosario Romeo “le discussioni sulla storia d’Italia non sono mai state un lusso di eruditi e di cultori delle patrie memorie; ma una battaglia per il controllo e la guida della coscienza politica e civile degli italiani”. Questa battaglia si è prodotta anche sul modo di intendere lo sviluppo della nostra democrazia e il contributo dei cattolici ad esso.

Semplificando molto rozzamente, ritengo che vi siano stati fondamentalmente due filoni di pensiero.

Il primo filone cui ha anche concorso la cultura cattolica è quello  che chiamerò della “democrazia sostanziale”. Secondo tale approccio la democrazia si realizza solo allorché si raggiungono alcuni fini (a carattere essenzialmente egualitarista) nell’assetto economico e sociale della società.

I caratteri di questa visione sono:

a) sul piano costituzionale: l’esaltazione di una certa interpretazione della prima parte della Costituzione come “programma” compiuto da attuare intorno alla centralità dei diritti sociali e del principio di eguaglianza sostanziale nella sua interpretazione più spinta, anche a scapito dei diritti di libertà.

b) Sul piano del rapporto tra società e Stato: la predilezione per un modello dirigista in economia e di progressiva compenetrazione tra Stato e società, con questa in posizione subalterna ed eterodiretta dal primo.

c) Sul piano dei rapporti politici: la centralità del ruolo dei partiti come veicolo dell’incontro (anche dialettico, ma sostanzialmente compromissorio) tra subculture popolari nell’attuazione convergente del programma costituzionale; con conseguente esaltazione delle convergenze unitarie (consociative) e del mito del governo di unità nazionale come orizzonte di pacificazione di una democrazia difficile.

In campo cattolico questo filone può essere – molto schematicamente – ricondotto ai vari Dossetti, La Pira, ai professorini, molti dei quali provenienti dai movimenti intellettuali di azione cattolica. Su questo stesso filone, con tante differenze ed elementi di forte modernizzazione in senso tecnocratico si collocherà successivamente anche la strategia fanfaniana.

Il secondo filone è quello della “democrazia procedurale” di tipo liberal-democratico.

a) Sul piano costituzionale: esso vede la democrazia come tecnica di competizione di interessi in un contesto di garanzia dei diritti di libertà. Questo filone si misura assai più con i limiti della II parte della Costituzione e con la necessità di affrontare il nodo della democrazia bloccata e, in prospettiva, del compimento in senso bipolare del sistema.

b) Sul piano del rapporto tra società e stato esso privilegia una visione sussidiaria dello Stato rispetto alla società. Uno stato con la “s” minuscola come Scrisse Sturzo nel 1947 celebrando il 23 anniversario dell’ “appello ai liberi e forti”.

c) Sul piano dei rapporti politici: l’accettazione della democrazia consensuale ha carattere provvisorio; essa è intesa come necessità storica del momento, ma non come orizzonte finale. Il centrismo degasperiano e le argomentazioni per la modifica della legge elettorale del 1953 contengono in sé tutto questo approccio dinamico. Come ricorda Scoppola il centrismo degasperiano “prima di essere una collocazione, uno spazio parlamentare, è un giudizio storico sulle condizioni di rinascita della democrazia italiana”. E il riferimento è ovviamente ai vincoli di  politica estera e al contesto geopolitico.

La democrazia consensuale, dunque, come tappa del percorso per accedere alla normalità della democrazia dell’alternanza.

Questo filone è quello coltivato dai leader più politicamente attivi del movimento cattolico, De Gasperi, Sturzo e, per quanto appaia a molti controintuitivo, lo stesso Moro. Negli anni più recenti da personalità quali  Ruffilli, Segni, Andreatta e altri e da movimenti come la FUCI e le Acli.

2. Perché ha prevalso il primo filone

Tornando alla battaglia per l’egemonia cui alludeva Rosario Romeo, la narrazione che ha conquistato l’egemonia culturale nella prima repubblica ed ha proiettato la sua ombra anche sulla seconda è stata quella ispirata al primo filone, quello della democrazia sostanziale. Il filone più compatibile, oltre che con una parte del pensiero cattolico, anche con la teorizzazione, nel campo comunista, della c.d. “democrazia progressiva”.

Questa narrazione ha cercato di conservare un’egemonia di immagine anche nella seconda repubblica ma, come dimostra la dislocazione del voto cattolico, è stata in prevalenza respinta da quell’elettorato così come dall’elettorato in generale.

I motivi per i quali il primo filone ha prevalso, in generale per quanto riguarda la retorica sulla democrazia e in particolare per quanto riguarda l’interpretazione prevalente sul ruolo dei cattolici, può essere solo accennato, ma nelle sue grandi linee è abbastanza evidente:

Innanzitutto, in presenza della conventio ad excludendum il processo di sviluppo democratico non poteva ricevere legittimazione da un fisiologico alternarsi di schieramenti al governo, tutti egualmente titolati a dirigere lo stato. L’esigenza di legittimazione è stata sublimata sul piano dei princi, utilizzando la chiave della “democrazia sostanziale” e dell’unità dei valori antifascisti. In questo schema l’alternanza non era così decisiva, perchè in fondo tutto era già contenuto nel programma costituzionale, che si trattava solo di attuare. L’assenza di ricambio al governo veniva così sdrammatizzata dalla presunta autosufficienza del piano costituzionale per determinare l’indirizzo politico dello Stato. Questo discendeva dalla costituzione e si incarnava nella centralità del Parlamento, quale luogo di prosecuzione ideale del patto costituente e con il governo in una posizione apparentemente marginale.

L’alternativa, come ho detto, sarebbe stata una legittimazione della democrazia attraverso l’alternanza al governo e la fisiologica competizioni tra diversi indirizzi politici. Ma tale strada era appunto sbarrata dai noti vincoli geopolitici a sinistra e da quelli dell’arco costituzionale a destra.

In secondo luogo, il processo di sviluppo politico di graduale allargamento della maggioranza a sinistra in vista di un orizzonte di coincidenza tra area della legittimazione a governare e arco costituzionale hanno ulteriormente esaltato la cultura della convergenza consociativa e la retorica dell’abbraccio tra diversi in funzione di salvezza nazionale e di incontro delle tradizioni popolari ideologicamente organizzate e rappresentate dai partiti di massa. Anche da questo punto di vista non vi è stato spazio per il confronto tra alternativi indirizzi di governo. Il movimento è stato di allargamento e inclusione, non di competizione e alternanza.

In terzo luogo, le ideologie del tempo, prevalenti sul piano della politica economica  (pianificazione, programmazione e intervento pubblico) hanno rafforzato l’esaltazione della concezione sostanzialista della democrazia e statalista dell’economia.

Le élites del cattolicesimo politico e della DC hanno coltivato questa narrazione proprio nella misura in cui essa era funzionale a guidare il processo democratico ed a legittimarlo verso la propria constituency, e in certa misura verso la gerarchia e verso l’alleato atlantico. Fino all’allargamento al partito comunista.

Resta, peraltro, una differenza fondamentale tra l’approccio comunista e quello democristiano. Il primo ha considerato la prospettiva dell’unità nazionale come approdo (il “compromesso storico” in versione berlingueriana), il secondo ha sempre sottolineato la natura transitoria in vista dell’approdo alla democrazia compiuta (vedi la descrizione della terza fase nell’ultima intervista di Aldo Moro a Eugenio Scalfari).

3. L’esaurimento dei fondamenti giustificativi della narrazione sulla democrazia sostanziale.

E’ appena il caso di dire che sviluppo  della democrazia italiana non era necessariamente l’unico possibile. Basti pensare che la democrazia dell’alternanza fu invece, da subito, accolta dai due maggiori partiti tedeschi, CDU e SPD, i cui leader accettarono e perseguirono coerentemente la prospettiva di una reciproca alternatività.

Come ricorda Adenauer nelle sue memorie (citato da Scoppola): “Bisognava abituare il popolo tedesco all’idea che il partito più forte doveva assumere la guida del paese, lasciando all’altro grande partito il compito di una opposizione responsabile e compatibile con l’interesse di tutto lo stato. Se il partito guida non avesse avuto successo, gli elettori gli avrebbero dato atto del suo fallimento nelle ulteriori elezioni. Se il partito all’opposizione si fosse mostrato all’altezza del suo compito, esso avrebbe avuto la prospettiva di conquistare il potere in occasione di una consultazione popolare. Questa è la democrazia parlamentare”.

Comunque sia, la morte di Moro, prima, e l’89, dopo, hanno fatto venir meno anche in Italia, rispettivamente, le condizioni politiche interne e le giustificazioni esterne della narrazione sulla “democrazia sostanziale”. La crisi fiscale dello Stato ha imposto un cambiamento di paradigma che ancora non si è completamente compiuto. Si è aperta una fase di grande incertezza.

L’avvento della Seconda repubblica è stato prevalentemente subìto dalle élites che erano state protagoniste della fase precedente, cosicché è finita una storia, ma è sopravvissuta la sua narrazione. Una narrazione che ha prepotentemente frenato il radicamento – soprattutto nelle élites dirigenti – di un’altra più adatta alla nuova fase.

3. I costi pagati dal cattolicesimo politico

Il cattolicesimo politico è forse quello che più ha pagato i costi dell’avvento della nuova fase. Le sue élites sono arrivate nella maggior parte dei casi impreparate. Rimaste vittime dell’egemonia della retorica della democrazia sostanziale hanno vissuto gli eventi come una sconfitta più che come il compimento di un disegno. Avendo marginalizzato Sturzo, rimosso De Gasperi, e reinterpretato riduttivamente Moro (schiacciandolo sulla strategia dell’unità nazionale e omettendo ogni socializzazione della riflessione sulla terza fase), quelle élites non hanno potuto valorizzare a pieno l’elaborazione più in sintonia con la visione liberal-democratica dello Stato e che più lucidamente aveva preparato l’avvento della democrazia dell’alternanza.

Le élites sono state incapaci, nella maggior parte dei casi, di rivendicarne i meriti, di offrire e valorizzare le risorse culturali per il suo completamento istituzionale e politico; di contribuire a civilizzare la competizione bipolare, ricollocando la vicenda politica in un contesto di cambiamento assai più profondo dei  rapporti tra stato e società.

La fine precipitosa della Democrazia cristiana è un po’ la cifra simbolica della totale impreparazione al cambiamento e dell’incapacità di una sua ricollocazione nello scenario bipolare.

Tutto ciò è doppiamente paradossale. Non solo, come ho detto, perché l’area cattolica avrebbe potuto attingere ad un patrimonio culturale e politico di grandissimo spessore. Ma anche perché la preparazione culturale all’avvento della democrazia dell’alternanza oltre che l’individuazione della via per propiziarla sul piano istituzionale (i referendum elettorali) avevano avuto la propria gestazione proprio in quell’area (la FUCI, le AClI, intellettuali cattolici come Ruffilli, Scoppola o Parisi, o politici della destra democristiana come Mario Segni e Bartolo Ciccardini e della sinistra come Beniamino Andreatta).

Si è trattato di un’iniziativa minoritaria, chiaramente osteggiata dal ceto dirigente democristiano, ma divenuta poi maggioritaria nel paese.

4. Alcune riflessioni di prospettiva

Ricapitolando.

La marginalizzazione nella narrazione prevalsa del filone liberal-democratico, attento alle questioni istituzionali e alle dinamiche di funzionamento  del sistema politico ha rallentato il processo di modernizzazione della politica italiana. 

Proprio nel momento in cui quella lunga marcia avrebbe dovuto raccogliere i propri successi, i cattolici impegnati politicamente si sono o dispersi a formare piccoli segmenti riformisti dei vari poli ovvero hanno rivendicato la propria identità politico-culturale riproponendo uno schema mutuato dalla vecchia narrazione con una collocazione centrista ostile alla dinamica bipolare.

La circostanza di questa drammatica scissione tra narrazione ufficiale e processi reali accolti favorevolmente anche dall’elettorato cattolico ha determinato non poco alla delegittimazione del bipolarismo così come sviluppatosi in questi decenni.

5. La situazione attuale

La situazione attuale ci colloca pertanto in uno stallo rispetto allo sviluppo della transizione italiana che data a mio parere dal 1948.

Così il sistema politico si trova di fronte ad un bivio drammatico.

Così come era accaduto per il vincolo geopolitico nella prima repubblica, le attuali dinamiche della crisi e la necessità di radicali riforme hanno, in qualche misura, riprodotto un nuovo vincolo “esterno”, simbolicamente rappresentato dai vincoli europei sovranazionali. Tale vincolo ha fatto ritenere che andasse sospesa la pratica fisiologica della competizione tra maggioranza e opposizione. Ci troviamo in uno Stato di eccezione che rischia di far scattare riflessi in qualche modo paragonabili a quelli che hanno condizionato lo sviluppo di tutta la prima repubblica.  Temo la tentazione di uscire dalla crisi con soluzioni istituzionali ed elettorali di emergenza, con una nuova conventio ad excludendum delle ali, con la convergenza al centro delle forze che si candidano a gestire oggi lo stato di eccezione e domani chissà.

Nello stesso tempo però ci sono delle differenze fondamentali rispetto alla Prima repubblica che sarebbe grave sottovalutare, perché rischiano di pregiudicare la tenuta del sistema anche nel breve periodo.

A differenza che nella Prima repubblica esiste una drammatica divaricazione tra il notevole consenso del governo e del suo Premier e la delegittimazione radicale delle forze politiche.

E’ evidente dunque che oggi il problema, ripeto drammatico per la democrazia, è quello di come rilegittimare i partiti. In un contesto, per giunta, in cui la legittimazione attraverso la redistribuzione  della ricchezza in deficit spending è fortemente pregiudicata.

Ma il problema non è solo rilegittimare i partiti,  il problema è anche come evitare che lo “stato di eccezione” produca soluzioni permanenti destinate a degenerare nuovamente nelle pratiche primo-repubblicane  non appena esso si sarà attenuato, preparando le condizioni per nuove instabilità e nuove crisi.

Il rischio che io vedo fortissimo è quello di un’alternarsi di soluzione emergenziali modello grande coalizione e/o governi tecnici e situazioni di instabilità strisciante che producano necessità di nuove soluzioni emergenziali.

Vorrei essere chiaro, anch’io credo che la prospettiva di una grande coalizione possa essere praticata in presenza di circostanze eccezionale. Né spetta a me dire se le circostanze siano tali o essa sia la soluzione migliore.

Ciò non toglie che il problema sia come rendere un’eventuale sospensione della dialettica maggioranza/opposizione (quale si determinerebbe con una grande coalizione) compatibile con un orizzonte di stabilizzazione che eviti all’Italia di continuare in futuro ad essere ancora il malato d’Europa, la democrazia dell’impotenza.

Il problema è cioè come gestire il presente interpretando però correttamente la sua natura eccezionale, così come ha fatto il capo dello Stato allorché, incaricando Monti, ha detto “Non si tratta ora di operare nessun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008 né di venir meno all’impegno di rinnovare la nostra democrazia dell’alternanza attraverso una libera competizione elettorale per la guida del governo. . Si tratta soltanto – a tre anni e mezzo dall’inizio della legislatura – di dar vita a un governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l’attuale emergenza finanziaria ed economica esige. Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà – senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità – appena la parola tornerà ai cittadini per l’elezione di un nuovo Parlamento “.

Preoccuparsi solo di come rendere possibile la grande coalizione alle prossime elezioni senza offrire o addirittura pregiudicando una prospettiva di assetto futuro stabile, rischia a mio parere di rendere ancora più drammatica la divaricazione tra cittadini e partiti.

Io credo che i cittadini possano accettare la prospettiva di una grande coalizione solo se percepiscano che non si tratta di un espediente dei partiti per sottrarsi alle proprie responsabilità e vivere di una legittimazione riflessa proveniente dalla credibilità personale di questo o quel Capo del governo.

Quello che le forze politiche non possono permettersi è il sospetto di giocare a rimpiattino con gli elettori. La situazione sociale è troppo drammatica perché simili espedienti non vengano smascherati. E lo dico non per spirito antipolitico, ma proprio nella convinzione che un’ulteriore crisi della legittimazione dei partiti sarebbe il prodromo di esiti imprevedibili e di involuzioni incontrollabili.

Non sarebbe ad esempio comprensibile perché la serpeggiante volontà di costituire una grande coalizione dopo le elezioni – ripeto in sé astrattamente legittima in casi eccezionali – debba essere mascherata con una competizione elettorale in cui ognuno sembra andare per sé.

Non sarebbe comprensibile per quale motivo, qualora si ritenga che Monti o un’altra personalità sia la migliore per guidare l’uscita dalla crisi anche dopo il 2013, gli elettori non possano pronunziarsi sull’investitura elettorale di quella persona.

Non sarebbe comprensibile, cioè, per quale motivo forze politiche che ritengono di fare l’interesse del paese immaginando l’ipotesi di un accordo di tipo “grande coalizione” debbano sottrarre agli elettori la possibilità di legittimare quella volontà con il proprio voto di fronte ad un chiaro accordo preelettorale all’insegna della responsabilità nazionale. Ciò che anche l’attuale legge elettorale debitamente rivista o altra ad effetto non solo fintamente maggioritario potrebbe consentire.

Conosco le obiezioni politiche. Gli elettori non capirebbero un simile accordo prima delle elezioni. Ma mi domando quali reazioni si determinerebbero nella società, come si sentirebbero gli elettori e quale valutazione farebbero della politica una volta che quell’accordo negato loro prima delle elezioni fosse realizzato dopo, con la poco credibile motivazione che, inaspettatamente, ci sono stati “due vincitori”.

Nella storia, si dice, la replica delle tragedie si trasforma in farsa. Purtroppo temo che replicare, mutatis mutandis, la situazione del 1976 non ci dia alcuna certezza che ci limiteremmo alla farsa.

Ci sono invece altre soluzioni, non incompatibili anche con la prospettiva di una grande coalizione, che pregiudichino l’evoluzione bipolare.

Soluzioni che hanno il vantaggio di offrire ai partiti l’opportunità di rilanciare la propria credibilità all’insegna della chiarezza di fronte al corpo elettorale.

In questa prospettiva, anche uno sguardo alla Germania può essere utile, purché si abbia la consapevolezza che quel sistema funziona bene malgrado e non grazie alla sua legge elettorale ed alla sfiducia costruttiva, peraltro frequentemente aggirata.

Siamo sicuri di riuscire veramente a codificare prassi e riprodurre condizioni di un sistema che il democristiano Adenauer volle fin dall’inizio bipolare, rifiutando l’ipotesi di accordi consociativi e soluzioni neocentriste?

Sul bipolarismo italiano grava un grande equivoco. L’equivoco è che ciò che lo caratterizza sia l’esistenza di due schieramenti obbligati, staticamente contrapposti. Ma l’essenza del bipolarismo non è questa. Questa semmai è una conseguenza. L’essenza del bipolarismo è che le scelte dei governi e – sempre più fondamentalmente – dei loro capi, siano legittimate dalla volontà popolare in modo immediato e diretto.

E ciò non per un vezzo idealistico di qualche romantico sognatore di geometrie politologiche, ma per il fatto che – soprattutto in situazioni così drammatiche – la politica, cioè il governo che la dirige, ha bisogno di una netta e chiara legittimazione.

Perché sennò non la situazione non regge, soprattutto quando la sua agenda prevede  riforme radicali che scompongano la concrezione degli interessi esistenti (quelli che frenano lo sviluppo del paese) e preparino la strada ad una nuova prospettiva di sviluppo e di crescita.

Il mio timore non è la scomposizione di un modellino. Né credo che la lunga e impegnata tradizione del cattolicesimo politico dei De Gasperi e degli Sturzo fosse interessata alla creazione di un modellino. Il mio timore è che ci si illuda che, nella società contemporanea, il solo governo dei processi dall’alto, separato da una chiara legittimazione popolare, possa essere sufficiente alla tenuta di quegli stessi sistemi politici e partitici.

E’ per questo che, ovunque nel mondo delle democrazie avanzate, il modello – non il modellino – è quello delle democrazie governanti legittimate direttamente dal voto. Un modello talmente solido che è in grado di reggere, ma come eccezione, anche le grandi coalizioni.

La via italiana alla democrazia, in un mondo sempre più interdipendente, non può continuare a svolgersi nel segno dell’anomalia e dell’eccezionalismo. Dev’essere in grado, come accade altrove,  di far convivere normalità ed emergenza, non di predisporre le condizioni perché la normalità sia l’eccezione e l’emergenza la regola.

6. Per un rinnovato incontro tra cattolicesimo politico e sviluppo della democrazia.

Credo che proprio la strada dell’allineamento alle grandi democrazie sia l’unica per il paese e anche quella che possa offrire maggiori opportunità per quella  componente della cultura politica che trae le proprie radici dalla storia del movimento cattolico italiano.

Il contributo, in linea con la tradizione che affonda le sue radici nell’appello sturziano ai liberi e forti, può essere a due livelli.

Il primo, più strettamente politico, riguarda la presa di coscienza di una relativizzazione del ruolo dello Stato nella società poliarchica e la conseguente necessità di una sua radicale ricollocazione, qualitativa e concettuale nel senso della sussidiarietà verticale, ma soprattutto orizzontale.

Il secondo contributo attiene invece alla fisionomia dell’impianto istituzionale con il superamento di una forma di governo a basso rendimento decisionale imperniata sul ruolo egemone dei partiti come attori della pianificazione dirigista e della redistribuzione assistenziale.

Su questo punto la tradizione del pensiero politico cattolico presenta analisi e indirizzi di soluzione che conservano una straordinaria attualità anche ai fini di una radicale riqualificazione dei partiti nel senso della responsabilità.

Il primo aspetto attiene all’esigenza di assicurare il funzionamento bipolare del sistema politico, che implica l’affermazione del principio di maggioranza, con un sistema che consenta agli elettori, per dirla con Sturzo, “di abbattere la formazione delle oligarchie chiuse (…) e dare la possibilità della formazione e sostituzione legale e  non violenta dei nuclei dirigenti della politica (Sturzo, Opere scelte, a cura di Mario D’addio, Laterza Bari, V, 153). Un sistema con una chiara e netta distinzione dei ruoli tra maggioranza e minoranza e in particolare con una autodisciplina della minoranza come governo alternativo in attesa. Perché, ricorda sempre Sturzo: “il principale, ma non l’unico torto dei partiti di minoranza è che non hanno la pazienza dell’attesa, perché non hanno fede nei propri ideali e non vogliono perdere i vantaggi del momento” e “aspirano a partecipare a tutte le coalizioni governative per trarne vantaggi di partito o di persone”, “mentre il laburismo inglese attese quarant’anni per divenire partito di governo, incuneandosi tra i due colossi di allora, il conservatore e il liberale, e rigettando l’esperienza delle coalizioni” (Sturzo, Opere scelte, a cura di Mario D’addio, Laterza Bari, V, 163).

Vi è infine il tema di adeguare la modernizzazione del sistema politico italiano alla linea ormai affermatasi in tutte le grandi democrazie avanzate nel senso della personalizzazione della leadership e delle relativa investitura diretta. Anche, qui, fin dalla riflessione di Mortati del 1973 sull’elezione diretta del Primo Ministro secondo il modello proposto dal progetto del gruppo Jean Moulin, la riflessione politica dei cattolici non si trova per nulla impreparata.

Si può discutere se sia preferibile la soluzione dell’elezione primo-ministeriale o di quella di un presidente della repubblica governante sul modello francese, ma è intellettualmente disonesto e storicamente errato insinuare che una tale prospettiva non rientri nella tradizione del pensiero politico di cultura cattolica, di quella che fin dalle origini del dibattito repubblicano si è collocata nella prospettiva del compimento della nostra democrazia e nell’orizzonte del bipolarismo.

Son convinto che sia possibile trovare delle soluzioni istituzionali che ci consentano di attraversare questo periodo senza pregiudicare il futuro prossimo. E certamente le soluzioni possono essere varie.

Ma per onestà intellettuale non dobbiamo farci illusioni: o andiamo verso un modello in cui i cittadini possano compiere le scelte decisive o andiamo verso un modello opposto. Terium non datur.

Per Costruire una democrazia che i cittadini possano sentire propria e conseguentemente legittimare non mi pare che si possa passare solo per una scommessa esclusivamente fondata sulla spontanea virtù dei partiti e sull’auspicio che tra di essi si creino delle mere convenzioni virtuose. Degasperianamente e sturzianamente il dato istituzionale rimane fondamentale.

Preoccuparsi di ciò credo che sia nell’interesse dell’Italia. Ma credo che sia anche nell’interesse dei partiti e della loro legittimità nella società.

In democrazia, giocare a nascondino con il popolo, anche quando il popolo, come quello italiano, è molto tollerante e talvolta remissivo, può essere – in certi momenti – estremamente pericoloso.

Giovanni Guzzetta

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