Da padre Gargano a padre Hughes. articolo dell’8.03.2012


un articolo che prepara all’incontro di questo fine settimana a San Gregorio al Celio per festeggiare i milleanni di Camaldoli

Da padre Gargano a padre Hughes. Storia (recente) del dialogo a San Gregorio al Celio

Scritto da Andrea Gagliarducci   
Korazym Giovedì 08 Marzo 2012 15:46

“Possiamo parlare del futuro, ma ciò che conta realmente è quello che viviamo adesso, oggi, delle esperienza che abbiamo già vissuto. Dal modo in cui viviamo queste esperienza con autenticità dipenderà il futuro”. Era il 2008, e Peter Hughes era un monaco nell’eremo di Camaldoli. Australiano, anglicano, era diventato camaldolese senza per questo dover rinunciare al suo essere anglicano. Interrogato sul futuro da un turista americano, rispose con queste parole che erano un inno alla vita, e che rappresentavano molto della sua esperienza. Una esperienza che sabato si tramuta in un incontro ecumenico di rara importanza.

Perché nel frattempo, padre Hughes è diventato priore del monastero camaldolese di San Gregorio al Celio, a Roma. Da lì, nel 596 Papa Gregorio Magno inviò in Inghilterra, insieme a 40 altri compagni, il monaco Agostino, che divenne in seguito primo vescovo di Canterbury. Da lì, padre Hughes vuol far ripartire un dialogo ecumenico sempre vivo, e di cui i monaci camaldolesi si sono fatti promotori. Un dialogo ecumenico che è ancora più necessario dalla costituzione degli Ordinariati per i gruppi di anglicani che si convertono alla Chiesa cattolica, grazie alla Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus – il primo ordinariato è stato istituito lo scorso gennaio nel Regno Unito e ad oggi 57 preti, 3 diaconi e oltre mille laici si sono uniti all’ordinariato.

Così, da poco nominato priore della Comunità di San Gregorio al Celio, padre Hughes ha subito pensato di festeggiare i mille anni della fondazione della Comunità di Camaldoli invitando nel monastero per la festa di San Gregorio Magno Rowan Williams, primate anglicano. Così si è aggiunta anche l’idea di invitare Benedetto XVI. Che ha accettato. Questo sabato, la comunità camaldolese sul Celio diventerà luogo di un incontro ecumenico di tutto rispetto. Rinnovando i fasti di una tradizione che riguarda l’intera storia di Roma.

Il monastero di San Gregorio al Celio sorge dove una volta c’era il palazzo dei nobili Anicii, la famiglia di Gregorio. E fu proprio Papa Gregorio a trasformare l’edificio in monastero dopo la sua crisi religiosa. Era già un posto interculturale: poco lontano, dove oggi c’è la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, c’era il quartiere dei Greci; e sull’Aventino, nel posto dove ora sorge il roseto comunale, sopra il Circo Massimo stava il cimitero ebraico.

Se da San Gregorio è partita l’evangelizzazione degli Angli, c’è un pezzo di storia più recente che riguarda il rapporto con la religione ebraica, e l’ha scritta il precedente priore, padre Innocenzo Gargano, che ora è solo il rettore della Chiesa e che ha contribuito, con i suoi incontri dell’amicizia ebraico-cristiana, ad aprire un dialogo fecondo con il mondo ebraico.  Una storia particolarissima, la sua: nativo della provincia di Taranto, ha fatto l’ammissione alle medie al Mugello, e con lui  a fare gli esami c’erano i ragazzi di Barbiana (quelli di don Milani), entrato in seminario camaldolese ad 11 anni, ha studiato a Roma, poi ha ottenuto una borsa di studio ad Atene, e poi si è andato a perfezionare a Berkeley, negli Stati Uniti. Dove ha scoperto che l’ebraismo non solo non finiva con la venuta di Gesù, ma che continuava anche oltre, e che la teologia ebraica poteva (doveva) essere messa in dialogo fecondo con il cristianesimo.

E che un posto di dialogo fecondo (sia esso ecumenico o interreligioso) sia un monastero è una conferma di quanto Benedetto XVI va affermando in tutto il suo pontificato. Commentando la lezione al College des Bernardins a Parigi nel 2008, Giuseppe Dalla Torre – rettore della Lumsa e presidente del Tribunale di Città del Vaticano – ha affermato che si potrebbe dire che il Papa ha esortato tutti a “trovare il monaco che è in noi”. “Per prima cosa – disse il Papa – si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile”. Quaerere Deum: è la strada che porta a un dialogo fecondo. E all’unità di tutti i cristiani. Questo è l’auspicio di Benedetto XVI. E di questo probabilmente parlerà.

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