Padre Turoldo, un profeta del ‘900


di Ettore Masina*

Padre Davide Maria Turoldo è morto il 6 febbraio del 1992 e certo molti giovani di oggi non lo hanno mai sentito nominare, se non per qualche poesia sulle antologie scolastiche meno conformiste. Ma il ricordo di lui è ancora vivo in molti adulti, come si vede dalla imminenza di numerosi convegni dedicati alla sua memoria e a quella del suo amico Ernesto Balducci, morto poco dopo di lui, il 25 aprile 1992. Turoldo e Balducci, due uomini diversissimi fra loro, rimangono infatti tra i maestri di chi, durante e dopo il Concilio, pensò che la Chiesa avrebbe dovuto diventare, secondo la parola di Giovanni XXIII, Chiesa dei poveri.
Essi stessi erano figli di poverissima gente. Davide, nono di dieci figli, era stato pastore, da bambino, prima di entrare in seminario; la casa dei suoi genitori era così misera da non avere neppure un camino, le pareti dunque annerite dal fumo. Considerò sempre questa sua condizione come un titolo di nobiltà: il suo Cristo si era identificato nei poveri e aveva proclamato che il criterio del giudizio universale sarebbe stato quello della solidarietà mostrata o negata loro. Così, uomo dal multiforme ingegno, Turoldo fu monaco, nell’ordine dei Servi di Maria, e poeta, scrittore di meditazioni teologiche e di note politiche, predicatore di successo anche mediatico, teatrante e persino sceneggiatore e regista di un film. Ma tutto questo avendo sempre come bussola i diritti dei poveri, la loro dignità, la necessità, per i credenti, di testimoniare la propria fede con le opere. Nella chiesa milanese di san Carlo al Corso, presso la quale era stato “incardinato” nel 1940, inventò la “messa del povero”, durante la quale si raccoglievano offerte anche di generi alimentari e vestiario, ma chiarì subito ai fedeli che questo era il minimo che il Vangelo richiedesse: ben più radicali erano le esigenze della carità.
Con il suo fraterno amico, p. Camillo de Piaz, fondò un centro culturale denominato Corsia dei Servi, che dopo l’8 settembre 1943 divenne un nucleo importante di resistenza al nazismo e al fascismo. Furono nascosti fuggiaschi, aiutate famiglie, ospitate riunioni clandestine, stampato e diffuso un giornale (L’Uomo) in cui si cominciava a discutere delle forme da dare alla nascente democrazia italiana. Da allora Turoldo si legò vitalmente a ogni lotta di liberazione, non solo a quelle italiane dei contadini e degli operai, ma anche di regioni lontane: da quella antifranchista a quella del Salvador di mon. Oscar Romero, del Guatemala di Rigoberta Menchú, del Nicaragua di Ernesto Cardenal, dei movimenti “neri” degli Stati Uniti e del Sudafrica. Nell’epoca della guerra fredda non permise a nessuno di incasellarlo negli schemi di quello che lui chiamava sprezzantemente «il sistema». A chi lo invitava (ma è un eufemismo) ad aderire alla Democrazia Cristiana, rispondeva che non si doveva confondere un partito con la Chiesa né la Chiesa con un partito.
Amò grandemente papa Giovanni e il Concilio e fu appassionatamente con chi desiderava che il cattolicesimo italiano diventasse più cristiano. Anche da questo punto di vista non si limitò a predicare: già colpito dal cancro che lo avrebbe ucciso, lavorò con impegno, insieme a Gianfranco Ravasi, a una nuova versione italiana del Salterio, prezioso dono alla Chiesa.
Questa sua poliedrica personalità, il tumulto dei suoi sentimenti, la radicalità della sua testimonianza di fede gli procurò l’ostilità di non pochi clericali e di atei devoti; i suoi superiori, almeno alcuni, lo amarono – o almeno lo stimarono – ma temettero che la sua presenza fosse troppo ingombrante e risultasse scandalosa ai vertici vaticani. Perciò, più volte, lo allontanarono dall’Italia senza rendersi conto che in questo modo si espandeva il raggio della sua azione. Turoldo diventò così, oggetto di interesse in molti Paesi e maestro più o meno consapevole di sacerdoti e di seminaristi.
Il suo macro ecumenismo nel nome dei poveri lo rese amico di Vittorini e di Carlo Bo, di Testori e di Pasolini, di Luzi, Giudici, Zanzotto, Sanguineti e di tanti altri intellettuali che pure non sarebbero facilmente stati disposti ad accettare il nome di cristiani. Ma, naturalmente, anche più ampia fu la cerchia degli amici con i quali condivise sensibilità ed esperienze ecclesiali: Dossetti, Lazzati e La Pira, p. Balducci, don Zeno Saltini, don Milani, don Mazzolari, don Vivarelli, p. Nazareno Fabretti, Luigi Santucci.
Trascorse gli ultimi anni in una antica abbazia, da lui restaurata con il contributo di amici, a Fontanella di Sotto il Monte (Bg), il paese natale di papa Giovanni XXIII. Come era accaduto in tutti i luoghi in cui aveva dovuto piantare la sua tenda di pellegrino o di esiliato, gli si strinse attorno una comunità che con lui vedeva la necessità di un vangelo incarnato non in grandi strutture ma in piccoli cerchi di amicizia. Nel 1988 seppe di dover morire entro pochi mesi. Allora vedemmo in lui più chiaramente la profondità della sua fede in un’attesa serena dell’eternità.
Il 21 novembre 1991 il cardinale Martini, arcivescovo di Milano, gli consegnò il Premio Lazzati per l’appassionata ricerca sui rapporti fra religione e società civile. Martini, quasi piangendo chiese scusa al vecchio poeta per le incomprensioni della Chiesa. «La tua – disse – è stata una delle voci profetiche del nostro tempo».
Il 2 febbraio 1992 era domenica. Turoldo celebrò la sua ultima messa nella cappella dell’ospedale San Pio X di Milano. Si congedò dai suoi amici dicendo: «La vita non finisce mai». La mattina del giovedì seguente “visse la sua Pasqua”. Più di tremila persone sfilarono accanto alla sua bara. C’era molta gente “importante” alla quale egli non aveva negato amicizia (ma non senza additare loro la severità della parola di Dio), ma moltissimi erano i poveri, che non avevano certamente compreso a fondo il linguaggio poetico di Davide ma avevano capito con certezza che egli era sempre stato dei loro.
Che resta di lui? In questi giorni, voglio ricordare soprattutto un episodio. Dopo la Liberazione, Milano conobbe una primavera di feste come non se ne sono viste più, ma il resistente Turoldo non vi partecipò: continuava a pensare ai lontani, quelli portati via dai nazisti, imprigionati in campi di concentramento o, peggio, in quei luoghi di sventura dei quali si cominciavano a scoprire le orrende dimensioni. No, la guerra non era ancora finita se centinaia di migliaia di persone erano sperdute al freddo, alla fame, mentre gli eserciti vittoriosi, inseguendo il nemico in fuga, non si fermavano ad assisterle. P. Davide mobilitò allora la Terra ma soprattutto, ne sono convinto, il Cielo. In pochi giorni, pregando ma anche gridando minacciosamente (era un nonviolento, ma la gente che non lo sapeva vedeva invece le sue enormi mani e le sue braccia gigantesche), improvvisò una colonna di camion, raccolse viveri, trovò coraggiosi che lo accompagnassero e partì. È impossibile a chi non ha conosciuto quei tempi comprendere cosa volesse dire, allora, trovare degli autocarri, del carburante, dei generi alimentari e dei volontari disposti a lasciare le loro famiglie per attraversare un’Europa ancora in preda ai colpi di coda della mostruosa Bestia della violenza. Turoldo ci riuscì.
L’impresa di Davide e dei suoi amici fu una straziante Odissea per un continente distrutto e insanguinato, mentre già gli statisti vincitori cominciavano a valutare la convenienza di una nuova guerra. Trovò uomini così schiacciati dagli orrori subìti da non riuscire più a credere di essere tornati liberi. Misurò nelle masse disperate dei vinti e nella superbia dei vittoriosi a quali disumanità può portare la negazione della dignità umana. Penso che oggi ci domanderebbe cosa stiamo facendo perché la dignità dei poveri non sia schiacciata dai pesi che gli “esperti” impongono loro per medicare il malconcio sistema del profitto, così come hanno sempre fatto i professionisti della realpolitik ogni volta che è entrato in crisi il sistema del potere.

* Giornalista, scrittore, fondatore della Rete Radié Resch. Il suo ultimo libro è “L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo”, (Il Margine, Trento, 2011; v. Adista 24/11)
 
 
 (“Adista Segni Nuovi”, n.11 del 2012)

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