La relazione Diotallevi su cattolici e bipolarismo


Qui sotto, ma anche su
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il testo integrale della relazione di Luca Diotallevi al recente convegno su Cattolici e Bipolarismo promosso da Libertà Eguale e Magna Carta

Cattolici e bipolarismo: argomenti, interessi, responsabilità
di Luca Diotallevi

Se ci si attiene alla porzione politica del dibattito pubblico, si può essere indotti a pensare che la fede cattolica non ispira argomenti sul tema di cui stiamo per occuparci, oppure che essa anima una preferenza “centrista” e dunque “antibipolarista”.
Invece, se appena un poco si allarga l’orizzonte, appare che le cose non stanno così: sia la prima che la seconda conclusione risultano sostenute da argomenti molto deboli. Quello che allora mi riprometto è richiamare l’attenzione su argomenti di segno opposto e – credo – di una qualche maggiore consistenza.

1. Argomenti
Secondo le parole di Benedetto XVI a Berlino ogni azione legislativa è semplicemente indeducibile dalla Rivelazione, e dunque anche quella che ha per oggetto materie come forma di governo e legge elettorale. Tanto questo a delegittimare senza appello tanto ogni (eventuale) integrismo bipolarista quanto ogni (invece realissimo) integrismo centrista.
Indeducibilità, però, non significa irrilevanza od indifferenza. La Rivelazione cristiana, infatti, non tace su funzioni e limiti del potere politico. Tra indeducibilità e non indifferenza, anche su questo tema si apre lo spazio per una partecipazione dei credenti al dibattito pubblico. Questa partecipazione si esprime innanzitutto nella forma di argomenti. Nessuno di essi sarà conclusivo o esclusivo, nessuno di essi potrà essere caricato di valore identitario, ma ciò non significa assolutamente che a tutti gli argomenti si debba a priori riconoscere lo stesso valore.
Dunque, mentre – “qui ed ora” – ci accingiamo a portare argomenti a sostegno di forme di governo e modelli di legge elettorale sinteticamente definibili “bipolari”, dobbiamo considerare assolutamente legittimo che qualcun altro ne porti di contrari. Semplicemente, si tratta di misurare e di comparare la forza degli uni e degli altri nelle circostanze storicamente date. Tra cattolici “centristi” e cattolici “bipolaristi” è ora di rimettere la “palla al centro” e di smascherare una volta per tutte il mito o meglio l’ideologia della presunta vocazione centrista (e trasformista) del cattolicesimo politico.
Non a caso, infatti, il discernimento ecclesiale sui temi istituzionali è ripreso da tempo, e con esiti sorprendentemente convergenti. Senza la pretesa di una ricognizione completa, mi limiterò a due esempi.
Di recente, il passaggio tra indeducibilità e non indifferenza è stato attraversato dal Card. Ruini che, in occasione delle conclusioni di un forum del “Progetto Culturale”, argomentò a sostegno del consolidamento del principio maggioritario, del federalismo e del rafforzamento di un esecutivo nazionale. In questa stessa direzione era già andato l’esito del discernimento comunitario che ha portato alla formulazione della «agenda» della Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Reggio Calabria, 2010). Uno dei suoi cinque capitoli, dedicato alla necessità di chiudere la transizione istituzionale, inserisce tra le priorità «riforme che mettano al centro i cittadini-elettori, che ne facciano i decisori finali della competizione propria di una democrazia governante» (n.17). In questa «agenda», una marcata priorità è attribuita alla realizzazione di un combinato di legge elettorale / forma di governo / democrazia nei partiti che affidi agli elettori la scelta di determinare concorrenti e vincitori della competizione per l’esecutivo. La democrazia, si evince da questa stessa «agenda», diventa virtuosa quando la rappresentanza non viene ridotta a rappresentazione, ma assume la forma di responsabilità imputabile, quando la competizione è forzata ad essere competizione per il governo e non per un posto in “tribuna” (tutto vantaggi e nessuna responsabilità), quando le “carte” delle alleanze sono scoperte prima del voto e non dopo, quando la competizione politica è tra soggetti politici contendibili nei quali la leadership politica coincide con la candidatura alla guida dell’esecutivo.

Argomenti come quelli appena ricordati traggono forza da un solido terreno magisteriale. Questo combina una coscienza limpida della dignità e dei diritti di ogni persona umana e una visione particolare sulle funzioni e i limiti dei poteri sociali, e dunque anche di quello politico. Di questo sfondo conviene mettere in luce almeno tre elementi.
Non vi è alcuna ragione teologica per attribuire al potere politico ed a chi lo esercita una condizione diversa da quella che si attribuisce a qualsiasi altro potere (genitoriale, economico, religioso, scientifico, ecc.). Le persone sono fallibili (a cominciare dalle loro facoltà conoscitive e valutative), le risorse sono scarse ed i poteri sociali sono ambigui: quest’ultimi cumulano utilità e disfunzionalità, e sono percorsi da una inerzia a farsi assoluti, che per la Rivelazione cristiana è stata vinta, ma non ancora debellata, né potrà esserlo sino all’ultimo giorno del secolo presente. Per dirla in termini teologici stringati: il potere politico non ha fondamento prelapsario, dimodoché pensare che possa esistere una autorità politica super partes è nel migliore (ma proprio nel migliore) dei casi una terribile e pericolosissima ingenuità teologica. Per la teologia cristiana (ebraico-cristiana, per la verità) il potere non è gestibile tecnicamente e la pretesa di neutralità equivale ad una truffa. Anche in politica i cristiani restano «né anarchici, né zeloti» (Cullman) e sanno bene che la piena realizzazione del bene comune non è affare del saeculum che siamo chiamati a vivere (Colombo).
In secondo luogo il potere politico ha una funzione specifica: deve produrre un particolare tipo di beni comuni. Questo può essere detto ‘pace’ (in termini agostiniani) o ‘ordine pubblico’ (in termini scolastici, cfr. DH 6). La via istituzionale alla carità (CV 7) persegue incessantemente la trasformazione del vivere sociale in città, ma non secondo il modello della polis sottoposta ad un ordine monarchico retto dal primato della politica, bensì secondo il modello della civitas caratterizzata da un assetto poliarchico che non conosce primati (CV 57, meno che mai quello di uno Stato ab-solutus e superiorem non recognoscens). La civitas del magistero sociale della Chiesa somiglia molto alle stateless societies, o forse viceversa. Questa è la ragione che ha condotto il magistero della Chiesa cattolica ad uno sviluppo del principio di sussidiarietà anche in termini orizzontali (es. non faccia la politica quello che può fare l’economia) la cui più completa trattazione disponibile è fornita dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Il potere politico, come ogni altro potere sociale, può anche essere chiamato a svolgere supplenze, ma è bene che queste siano eccezionali e temporalmente limitate (cfr. n.48).
Infine, finché dura il saeculum per i battezzati è un dovere fare il possibile perché anche il potere politico operi in regime di libertà vigilata: limitato dall’esterno da altri poteri sociali non politici e parimenti pubblici, e dall’interno per mezzo di una certa differenziazione e segmentazione, ma soprattutto per mezzo della personale imputabilità e della piena contendibilità di ogni ruolo politico, ovviamente a partire da quelli più importanti. In questo modo, nella civitas, poliarchia e democrazia non fondano, ma offrono un valido presidio alla eccedenza della persona umana. Per ragioni come queste nella Centesimus annus si può leggere: «La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (n.46).

Un osservatore disinteressato potrebbe ricavare l’impressione che, a partire dal Vaticano II (in realtà dalla Pacem in terris e da certi interventi di Pio XII), il magistero sociale della Chiesa cattolica abbia operato un doppio movimento. Per un verso ha riscoperto le proprie radici in una tradizione precedente Leone XIII e anche alla moderna scolastica e, per altro verso, ha preso coscienza e valorizzato le proprie affinità rispetto a tanto pensiero liberale non certo continentale, ma anglosassone. Possiamo immaginare che molti reagirebbero fieramente sdegnati, ma i testi sono lì. Come lì sono le parole di Benedetto XVI a Westminster (Settembre 2010) dedicate alle istituzioni democratiche di quel paese: «la dottrina sociale cattolica ha molto in comune con tale approccio».
Resta da ricordare che dietro questi approdi non c’è solo il lavoro di teologi ed esegeti, ma il significato e le conquiste del concreto agire politico di certo cattolicesimo politico italiano (non di tutto!), da don Luigi Sturzo ad Alcide De Gasperi, da Robberto Ruffilli a Pietro Scoppola, che ha avuto uno delle sue espressioni più recenti, e più incisive e (non dimentichiamolo) più partecipate nei referendum istituzionali promossi con successo tra gli anni ’80 e gli anni ’90.

Sia chiaro: dall’idea cristiana (anzi: ebraico-cristiana) che il potere politico è fallibile e ambiguo, che ha competenze limitate in ordine al bene comune, che dunque deve essere limitato, responsabile e contendibile, non si deduce una e una sola forma di governo od una e una sola legge elettorale. Tuttavia è difficile negare che questa visione offre – ceteris paribus – un potente criterio di discernimento tra diverse forme di governo, diverse leggi elettorali, diverse legislazioni “di contorno” e diverse forme di partito.
Se si assume questo punto di vista è difficile considerare indifferenti o equivalenti, ad es., un combinato di proporzionale – preferenza multipla – capo dell’esecutivo che emerge da giochetti postelettorali ed un combinato che allinea governo e maggioranza dietro un leader tale per aver ottenuto la maggioranza dei voti di elettori in precedenza già arbitri della riduzione a due dei candidati. Se si assume questa idea del potere politico e dei suoi limiti non risultano equivalenti né indifferenti forme di governo che consentono un sostanziale sovvertimento post-elettorale dei rapporti e della composizione di maggioranza ed opposizione e altre per le quali un premier può sciogliere le camere da cui riceve la fiducia (in un qualsiasi modo, e non ce ne sono pochi). E via dicendo.
Se si assume questo punto di vista, insomma, è difficile – ceteris paribus – non preferire un potere politico meno invasivo e più responsabile, più bilanciato tra centro e periferia del sistema.
Se si assume questo punto di vista si possono più facilmente fiutare imbrogli, come quello di chi vorrebbe restituire all’elettore il potere di scegliere un parlamentare a patto che però l’elettore rinunci al potere di scegliere il capo dell’esecutivo, del governo e della maggioranza.

Fin qui la parte relativamente facile del compito. Infatti, sarebbe grave dimenticare che in ogni forma di prassi, e la politica è una di queste, gli argomenti contano meno degli interessi. Perciò, se si affronta di un problema pratico esibendo solo argomenti, legittimamente sorge il dubbio che dietro quegli argomenti sia celato qualche interesse.
Allora, per fedeltà al sano realismo cristiamo, ed anche perché gli argomenti siano trattati da argomenti (niente di meno, niente di più), è doveroso esplicitare anche gli interessi. Infatti, a me pare che il cattolicesimo italiano (sociologicamente inteso) sia molto interessato allo sviluppo di una democrazia bipolare. E parlo di un interesse diretto e particolare, non di uno evidentemente condiviso con la gran parte della opinione pubblica nazionale.
La difficoltà di questa parte del discorso consiste nel fatto che svilupparla impone di violare il politically correct. Implica chiarire che, anche in politica nulla è mai neutro, e le regole meno di tutto il resto. Inoltre implica dire chiaramente che le regole non le fanno gli arbitri né i tecnici. Semplicemente le regole le fa chi vince. Poi, certo, ci sono regole che riconoscono e tutelano i diritti dei cittadini-elettori e regole che li comprimo, ma ciò non toglie che le une e le altre hanno una cosa in comune: sono fatte dai vincitori. Abbiamo certe regole perché vinse De Gasperi, ne avremmo avute altre se avesse vinto Togliatti.

2. Interessi
Il discorso sugli interessi ha lo svantaggio della “scorrettezza”, ma ha l’indubbio vantaggio di una maggiore semplicità.

Rispetto ad altre aree dell’opinione pubblica nel cattolicesimo italiano è sovrarappresentato l’elettorato centrale (quello che non vota per appartenenza, quello più disposto a valutare anche nomi, programmi e coerenza delle alleanze). Nei fatti, la capacità di questo elettorato “centrale cattolico” di spostarsi da centrodestra a centrosinistra, e viceversa, ha contribuito non poco a determinare l’esito delle elezioni nazionali e locali di quest’ultimo ventennio. Come è ben noto, questo elettorato è penalizzato da una legge elettorale proporzionale e dalla assenza di una competizione sulla guida degli esecutivi (a qualsiasi livello), mentre questo stesso elettorato diventa decisivo quando è in palio la guida di un esecutivo e per ottenerla è necessario conquistare il 51% dei consensi espressi.
In un sistema “bipolare”, in definitiva, l’investitura più spesso dipende dal giudizio degli elettori “centrali” ed è questa la ragione per cui la competizione cessa di essere tra sigle e diventa tra nomi, cessa di essere tra ideologie e diventa tra programmi; tende insomma col tempo a diventare una competizione tra riformismi diversi invece che tra estremismi speculari. … e se non basta? E se non basta, bisogna solo insistere ed alzare l’asticella: i francesi alzarono la soglia dell’accesso al secondo turno sino al 12,5% degli aventi diritto al voto, e gli americani imposero le primarie.

Solo un altro esempio dell’interesse cattolico al “bipolarismo”. In un sistema bipolare sono le organizzazioni sociali non politiche che hanno la possibilità di occupare il centro, di dettare l’agenda e di alzare il prezzo del proprio consenso. Possono passare dalla collateralità alla centralità (come è avvenuto in tutte le democrazie mature). Negli ultimi venti anni questa operazione è riuscita spesso alla CEI, ma non alla Fiom, ai tassisti, ai notai o a Confindustria, o per lo meno non con la stessa trasparenza.
Se i politici cattolici della precedente generazione hanno reagito male al nuovo ruolo di alcune autorità ecclesiastiche è perché non riuscivano a fare politica dentro una democrazia che andava uscendo dall’adolescenza. In una democrazia matura di collateralismo si muore. Diventa politicamente meno rilevante il politico che pretendeva di viverne e diventa socialmente marginale l’attore sociale che cerca di esercitarlo. (Nei primi anni ’80 Tarantelli aveva provato a spiegarlo alla CGIL.)

Dalla leggerezza degli argomenti siamo dovuti passare alla pesantezza degli interessi. Tuttavia non basta ancora.
Il meccanismo ideale può essere chiaro, le sue ragioni e persino i suoi vantaggi possono apparire evidenti, ma i processi non si avviano e ancor meno si concludono da soli. Soprattutto quando agli interessi dei riformatori si oppongono altri (legittimi) interessi, quelli, cospicui, dei conservatori: di destra, di sinistra, di centro, e magari anche interessi dissimulati in improbabili pretese di terzietà.
Questo è quello che succede oggi, giusto a cento anni dalla introduzione dei primi elementi di suffragio universale. La ordinaria competizione democratica non seleziona attori politici capaci delle riforme (pesantissime) di cui abbiamo bisogno. Come sappiamo, questa è la principale ragione per cui si è prodotto il governo in carica. Abbiamo bisogno di riforme e mancano i riformisti. Abbiamo bisogno di riforme e la competizione democratica per venti anni non ha prodotto maggioranze con la forza e la tenuta necessaria per farle.
Che fare? Rinunciamo alla democrazia o rinunciamo alle riforme?
Dobbiamo avere il coraggio di porci questo ennesimo sgradevole interrogativo. Perché solo se abbiamo il coraggio di porcelo possiamo dire con chiarezza (in alternativa a quanto sostenuto da Scalfari, Folli, Bastasin o altri) che se è difficile ottenere dalla nostra democrazia le riforme che servono, ottenerle senza passare per tutte le fasi di una compiuta competizione democratica è semplicemente impossibile: sperarlo è ingenuo, prometterlo è sospetto. Potremmo al massimo ottenerne alcune, ma senza poter chieder conto politicamente del perché proprio quelle e non altre non meno urgenti. Il governo in carica è una supplenza. Come ogni supplenza, la sua durata non è esente da costi, che con il passare del tempo crescono in misura più che proporzionale. Eccepire sulla sua legittimità e sulla presunta inesistenza di alternative a questo punto è meno urgente dell’esigere che svolga bene il suo compito e dunque anche nel minor tempo possibile, ed è meno urgente del lavorare ad un superamento dello scollamento tra offerta politica e domanda di riforme.
Ciò chiama in causa la responsabilità politica dei cattolici italiani, e li obbliga a prender sul serio interessi e argomenti.

3. Responsabilità
Li chiama in causa non per la loro qualità, ma per la loro quantità. È forse possibile che si formi in Italia una offerta politica democratica e riformista, a vocazione maggioritaria e dunque intenzionata a battersi per consolidare il nostro fragile bipolarismo, senza un concorso non necessariamente unitario, ma importante di cattolici? Sembra pressoché impossibile. In queste condizioni, alla democrazia italiana non basta che i cattolici italiani si limitano a fare domanda politica, serve anche tornino a fare offerta politica.
Nella lunga e contraddittoria storia dei tentativi di conciliare transizione di sistema, democrazia e riforme è difficile individuare una stagione che possa vantare risultati come quelli che innanzitutto associamo al nome di Alcide De Gasperi. Opporre un potere generato dal consenso democratico all’intrusione in politica di poteri non politici, contrastare efficemente potenziali derive clericali, cooperare con altri riformismi di matrice non cattolica, impegnare una porzione significativa del cattolicesimo italiano a difesa della democrazia, fu decisivo nel 1946 e in altre circostanze, e se ne avvertì il valore ogni volta in cui prima o dopo di allora invece mancò. Rispetto al disegno degasperiamo, bipolarista di fatto e programmaticamente, il modello del patto Gentiloni, quello del “partito cattolico”, quello della resistenza centrista (e trasformista), o – si licet … – quello di “Todi”, rappresentano non delle approssimazioni, ma delle alternative radicali; quello degli “indipendenti” (non importa se di destra o di sinistra) una pura e semplice negazione, perché la politica è agire collettivo e – se possibile – il riformismo lo è ancor di più.
La responsabilità che i cattolici italiani hanno per il consolidamento di una democrazia competitiva e governante è grave e stringente. Essa, per lo meno a me così pare, è una parte importante della responsabilità che i cattolici portano nei confronti del bene comune del paese.

Ci si potrebbe chiedere se una tale responsabilità debba essere giocata da destra o da sinistra. La domanda è oziosa.
A prescindere dal fatto che nulla osta a che cattolici puntino alla leadership sia sull’uno che sull’altro fronte e convergano nel consolidamento istituzionale del bipolarismo, la storia politica e la geografia politica insegnano che “destra” e “sinistra” non hanno contenuti e funzioni predeterminate. Sturzo ebbe il suo nemico principale a “destra”, De Gasperi a “sinistra”: entrambi si regolarono di conseguenza. Non rimasero al centro.

E’ meglio provare a chiarire con un esempio. Ammesso e non concesso che l’obiettivo sia dare continuità al governo Monti dopo il 2013, dove questo potrebbe trovare forza maggiore se non in un chiaro successo elettorale? (Dacché è certo difficile credere che si possa dare grosse Kohalition senza partiti in salute e senza la guida al maggiore di questi, e d’altro canto sarebbe davvero preoccupante doversi affidare ad un esecutivo la cui guida sia addirittura preventivamente definita e sottratta al giudizio elettorale.)
E se per ottenere questo mandato elettorale fosse necessario spostare – ma prima del voto – delle forza da sinistra a destra, o viceversa, cosa ci sarebbe di strano? Non è anche questo un caso di innovazione della offerta politica?
Certo sarebbe difficile che una operazione del genere, finalizzata a riconnettere democrazia e riforme, si verificasse senza una significativa partecipazione di cattolici. Ancora una volta la esperienza degasperiana fornisce un esempio sul quale meditare. Proprio per realizzare le sue politiche riformiste De Gasperi ruppe le larghe maggioranze inaugurate con il governo Parri, accettò senza riserve il gioco democratico ed ingaggiò un duro scontro bipolare. Questo fu possibile perché non pochi cattolici, liberali e socialisti accettarono di pagare il prezzo della rottura di antiche appartenenze. Credo che non abbiamo dubbi nel ritenere quel prezzo un investimento ben ripagato: esso trene vivo ed alto il nesso tra competizione elettorale e riforme.

Il contributo del cattolicesimo allo sviluppo democratico del paese appare ancora necessario, non sufficiente, ma difficilmente sostituibile. Sui cattolici ne incombe la responsabilità, ma ciò non garantisce che essi alla fine ne sarano effettivamente all’altezza e con successo.
Resta invece molto probabile che il loro disimpegno o la loro sconfitta coinciderebbe con la vittoria di poteri meno sottoposti al vincolo della democrazia e dunque gravemente ostili ad ogni regime di poliarchia.
Semplicemente a me questi paiono i contorni della chance che ha di fronte una potenziale – solo potenziale – nuova generazione di cattolici e di cattoliche impegnati in politica.

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