E Maritain scoprì l’America di Marco Rizzi


E Maritain scoprì l’America
di Marco Rizzi

in Corriere della Sera “La Lettura” del 19 febbraio 2012

Il legame tra cristianesimo e democrazia, tra cristianesimo e diritti umani appare oggi un dato
consolidato nei pronunciamenti del magistero cattolico. In realtà, si tratta del frutto per nulla
scontato di un percorso storico e teologico complesso: solo nel 1963 l’enciclica Pacem in terris di
Giovanni XXIII accolse un riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle
Nazioni Unite del 1948; e solo con la dichiarazione Dignitatis humanae (1965) il Concilio Vaticano
II riconobbe la libertà religiosa e di coscienza quale diritto inalienabile della persona. Decisivo in
questo percorso è stato il filosofo francese Jacques Maritain: sulle sue opere si formarono gli
intellettuali e gli uomini politici cattolici di maggior spicco nel dopoguerra europeo, come pure
teologi ed ecclesiastici di primo piano; in specie, fu a lui legato Paolo VI.
Meno conosciuto e studiato è l’impatto esercitato sul filosofo francese dal soggiorno prima e dal
forzato esilio poi vissuto negli Stati Uniti tra il 1939 e il 1945 a motivo della guerra, ora ricostruito
da Daniele Lorenzini nel volume su Jacques Maritain e i diritti umani. Fra totalitarismo,
antisemitismo e democrazia (Morcelliana). I1 decisivo incontro con la realtà americana portò
Maritain a superare le riserve verso la democrazia intesa quale regime politico storicamente
esistente, che egli aveva espresso ancora nel suo saggio Umanesimo integrale del 1936. In
quest’opera, aveva sostenuto che solo un’esplicita impronta cristiana potesse dare valore
all’emancipazione delle masse popolari, di cui ai suoi occhi si sostanziava la moderna democrazia
europea, superando gli opposti fallimenti dell’individualismo liberale e del totalitarismo fascista o
comunista. In linea con il magistero ecclesiastico, Maritain aveva individuato nei diritti della
persona, intesa quale creatura trascendente e perciò sottoposta in prima istanza all’autorità religiosa,
il nucleo fondamentale delle libertà che preesistono allo Stato e che in nessun modo esso può
violare. Indubbiamente, la dimensione religiosa della democrazia doveva essere mediata dall’azione
politica del laicato cattolico, ma la prima rimaneva ai suoi occhi il fondamento ultimo e
imprescindibile di una realtà statuale ben ordinata.
Giunto negli Stati Uniti, Maritain conosce invece l’esperienza di un cattolicesimo minoritario e
spesso discriminato, che per questo si appella alla forma di governo democratica sancita da una
Costituzione «che — afferma una lettera pastorale dei vescovi americani del 1938 —salvaguarda i
diritti inalienabili dell’uomo», tra cui in primo luogo la libertà religiosa e di espressione. Nel clima
incandescente del conflitto, Maritain dà una nuova curvatura pure alla sua battaglia contro
l’antisemitismo, intrapresa sin dall’ascesa al potere di Hitler: gli Stati Uniti vengono a rappresentare
il caso concreto di una democrazia costruita sui diritti umani, a prescindere da qualsiasi riferimento
religioso del singolo, e perciò intrinsecamente avversa — almeno sul piano concettuale — ad ogni
forma di antisemitismo e di razzismo. A differenza della Rivoluzione francese, che li aveva
presentati in una prospettiva esclusivamente razionalistica, la democrazia americana «è rimasta più
vicina al carattere originariamente cristiano dei diritti umani», scrive Maritain nel 1942.
Cristianesimo, democrazia e diritti dell’uomo si stringono così in un nodo inscindibile: Maritain lo
considera il frutto del lievito evangelico nella storia, che in America ha trovato il terreno più fertile.
Non si tratta di un’acquisizione solo teorica; l’esperienza del pluralismo culturale e religioso
statunitense gli mostra come sia possibile trovare tra soggetti filosoficamente e ideologicamente
distanti un’intesa sul piano pratico per individuare un nucleo definito di principi da porre a
fondamento della convivenza civile.
Da qui il fattivo sostegno di Maritain alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
del dicembre 1948 e soprattutto la convinzione che ormai essi costituissero l’unico fondamento
possibile per una società autenticamente democratica, superando il concetto di sovranità che
costituiva l’ossatura dello Stato moderno.
Un anno prima, il 22 dicembre del 1947, era stata approvata la Costituzione dell’Italia repubblicana.
Largamente influenzati da Maritain, i costituenti cattolici ne applicarono il metodo, cercando un
alto compromesso etico tra le diverse culture politiche dell’Italia del dopoguerra; tuttavia non
sembrano averlo seguito sino in fondo nel superamento delle posizioni di Umanesimo integrale. Ciò
avvenne per l’oggettiva difficoltà di conoscere questo sviluppo, contenuto in scritti apparsi in
America durante la guerra o a ridosso dei lavori dell’Assemblea; ma soprattutto perché i costituenti
cattolici si trovarono a doversi confrontare con le indicazioni provenienti dalla Segreteria di Stato e
dai gesuiti della «Civiltà Cattolica», incaricati da Pio XII di seguirne — e nel limite del possibile
influenzarne —l’attività. Proprio l’inserimento dell’articolo 2 sui diritti dell’uomo, anziché a quelli
della persona, fu oggetto di una difficile mediazione, ricostruita da Francesco Occhetta (Le radici
della democrazia, Jaca Book), nel triangolo tra Costituente, cattolici, Santa Sede.
Non stupisce quindi che in quello stesso periodo Maritain fosse oggetto di feroci attacchi da parte
delle componenti più conservatrici del mondo ecclesiastico — tra cui proprio la «Civiltà Cattolica»
— prima che le sue posizioni venissero riabilitate negli anni Sessanta dal magistero pontificio e
conciliare, che fece proprio il concetto stesso di democrazia. C’è da chiedersi se questo ritardo non
abbia contribuito a determinare alcuni caratteri della successiva storia dell’Italia e del cattolicesimo

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