Cattolici e Pd: i tre errori di Fassina, da Europa di oggi


Gli errori di Fassina
L’articolo di Stefano Fassina, responsabile economia del Pd, pubblicato ieri sull’Unità in merito a cattolici e centrosinistra ha un merito. Comprende che l’esperienza religiosa non ha solo un profilo privato, ma si condensa anche in visioni di rilievo pubblico.
Non è un dato scontato perché, solo per fare l’esempio dell’ultimo congresso svolto da un partito socialista, quello spagnolo, si è andati in direzione opposta, confermando la “vocazione minoritaria” che è sfociata nel peggior risultato dal 1977, meno del 29%. Lo ha spiegato bene Josep Maria Carbonell, già deputato regionale socialista, sulla piattaforma digitale dei cattolici democratici catalani http://www.catalunyareligio.cat/es/blocs/redaccion/ el-psoe-y-labandera-del-laicismo, stupendosi che in tale grave errore sia caduta non solo la fragile Chacon, ma anche il ben più sperimentato Rubalcaba, che aveva iniziato ai tempi di Gonzalez, quando mai il Psoe avrebbe commesso l’errore di seguire la sensibilità prevalente tra gli iscritti ma non tra gli elettori.
Detto questo ci sono tre seri limiti. In primo luogo Fassina seleziona due documenti, la Caritas in Veritate e il position paper del Pontificio Consiglio giustizia e pace sul G-20 di Cannes, interpretando la prima alla luce del secondo. Com’è ampiamente noto si tratta di un testo privo di placet ufficiale anche perché sembrava, a prima vista, contraddittorio con l’enciclica. Difficile conciliare, tra l’altro, l’impostazione della Caritas in Veritate, una governance basata su poliarchia e sussidiarietà, quindi su un ruolo parziale della politica nell’affermazione del bene comune, con l’autorità politica universale del paper. Tant’è che in seguito è stato introdotto un maggiore controllo centralizzato sui documenti e sono uscite varie precisazioni. Sia sulla sua natura, riducendolo a semplice espressione di un solo dicastero pontificio, sia di chiarificazione riduttiva. Per citare l’intervento di monsignor Toso, segretario del dicastero vaticano «non vuole proporre un superpotere monocratico e irresistibile, e nemmeno condanna gli aspetti positivi del pensiero liberale, dal momento che riconosce la libertà dei mercati e il loro valore di beni «pubblici » – è su posizioni ben diverse rispetto a quelle del marxismo collettivista! –, necessari alla realizzazione del bene comune mondiale».
C’è poi un secondo aspetto: Fassina e i sostenitori del superamento a ritroso della “terza via” per ripristinare la seconda (un classico statalismo socialdemocratico) isolano un testo dal percorso comunitario in cui è inserito esattamente come alcuni cattolici di destra utilizzano la Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede nel 2002 sulla politica che tende a gerarchizzare in modo astorico i princìpi più rilevanti.
Ora il pensiero cattolico non è fatto solo da documenti, ma anche e soprattutto da movimenti reali. Come a destra chi in Italia fonda tutto sulla Nota del 2002 prescinde dal fatto che i partiti del Ppe con più successo non sono portatori di una cultura intransigente dei princìpi non negoziabili, così a sinistra, in Italia ma anche nel resto d’Europa, il contributo dei cattolici ha ben poco a che vedere con la visione statalista.
In Italia ci sono stati De Gasperi e Sturzo (in tempi recenti Nino Andreatta), e non a caso, a partire da essi i documenti della Settimana sociale dei cattolici, anticipando la piattaforma del governo Monti sulle liberalizzazioni e la flexicurity, invitavano a battersi contro il partito unico della spesa pubblica e non contro un inesistente liberismo.
Ma, e qui viene il terzo aspetto, l’impostazione di Fassina è riduttiva persino rispetto agli stessi partiti socialisti europei dove, quando si pensa ai cattolici, il riferimento va soprattutto alla presenza anche collettiva nel Labour party («il partito dei cattolici, che non potevano sentirsi a casa loro né nel campo protestante-conservatore, né in quello liberale» come disse il cardinal Ratzinger al senato nel 2004) e a Jacques Delors. Ora nel primo caso il Christian socialist movement del labour è stato uno dei luoghi di elaborazione della “terza via” anche in base alle sollecitazioni della “Centesimus annus”, come ben spiega Graham Dale nel suo volume “God’s Politicians”, ricordando che Blair ne faceva parte sin dal 1992 e prima di lui anche il suo predecessore John Smith.
Nel secondo caso Delors fu storicamente l’animatore insieme a Michel Rocard della seconda sinistra che contestava a Mitterrand un’eccessiva propensione statalista e si rifiutò di candidarsi alle presidenziali del 1995 perché la possibile maggioranza che si sarebbe profilata in parlamento (quella che poi vinse alle legislative del 1997 con Jospin) non sarebbe stata coerente con la sua linea politica, per la quale avrebbe preferito un asse coi centristi. Insomma la parte più vitale del pensiero politico dei cattolici si incontra non in una lotta antiliberista, ma seguendo Monti, le settimane sociali, il Christian socialist movement e Delors.
Stefano Ceccanti

1 Comment

  1. Nicola Oliva ha detto:

    Intervengo sullo scambio tra il Sen. Stefano Ceccanti e il responsabile Economia del PD, Stefano Fassina.

    Alcuni rilievi, il primo è puramente formale. Monsignor Toso, segretario del dicastero vaticano, si sta distinguendo per una importante operazione di denuncia della gravità della crisi finanziaria, si rifà a Roosevelt e propone la separazione bancaria, Glass-Steagall. Preoccupa che il Sen. Ceccanti prenda le distanze dai contenuti del documento del Pontificio Consiglio Justitia et Pax che si distingue per diverse ragioni:

    identifica in modo chiaro il processo che ha portato al distacco della finanza dall’economia reale e alle bolle speculative che hanno scatenato la crisi degli ultimi anni;
    critica in modo diretto “l’orientamento di stampo liberista” che ha creato la situazione attuale;
    indica le misure per cambiare rotta: “la definizione dell’ambito dell’attività di credito ordinario e di Investment Banking”, che porta direttamente alla richiesta di ristabilire il principio Glass-Steagall che isolerebbe le attività bancarie ordinarie da quelle legate ai mercati speculativi.

    Secondo rilievo: la critica al liberalismo viene etichettata per statalismo, ahinoi fa tornare alla memoria la famosa polemica di don Sturzo dalla colonne del Giornale d’Italia: “Statalista, La Pira?“.
    Un terzo rilievo non marginale: il perentorio “battersi contro il partito unico della spesa pubblica e non contro un inesistente liberismo” e il riferimento a Beniamino Andreatta dovrebbe finalmente condurre alla comprensione delle conseguenze ‘davvero nefaste per i conti pubblici’ con la decisione assai discutibile di sancire il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981 (approfondimento). Si guardi alla impennata dell’ammontare del debito pubblico a partire da quella data!
    Con quella decisione ci si piegò al mercato e si preparò il campo per l’arrivo dei ‘Britannia boys‘ negli anni Novanta, che inaugurarono il nuovo corso di privatizzazioni, liberalizzazioni e austerità: erano gli anni degli attacchi speculativi alla Lira, di Tangentopoli e dei Governi tecnici e della transizione alla Seconda Repubblica.
    Sarebbe bene argomentare un po’ più approfonditamente di quanto non faccia il Sen. Ceccanti.
    Anche perché la spesa pubblica quando è produttiva è virtuosa, checchè ne scrivano e pensino i commentatori alla moda che pontificano sul pareggio di bilancio in Costituzione, dando potere ai mercati, con banche centrali che rifinanziano a oltranza istituti bancari in crisi, mentre gli Stati sovrani sono privati della sovranità monetaria e sono rimessi ai diktat del mercato.

    Oggigiorno poi, i mass-media e pure l’opinione del Pensiero Unico Incontestabile ritengono che statalismo, dirigismo, guida pubblica dell’economia siano parolacce da non pronunciare mai nemmeno per sbaglio, eppure ai tempi di De Gasperi, Vanoni, Mattei, La Pira, Fanfani, quei concetti permisero di guidare la ricostruzione postbellica con il miracolo economico italiano che assicurò investimenti produttivi e la creazione di una rete di welfare che oggi salutiamo come un lusso non più sostenibile per l’equilibrio dei conti pubblici.
    Il grande disegno di Enrico Mattei con l’ENI e più in generale le partecipazioni statali hanno assicurato per un lungo periodo un puntello fondamentale per il sistema italiano, fino agli anni Novanta almeno, tanto da elevare l’Italia al rango di potenza economica di livello mondiale.
    Ciononostante si innalza don Luigi Sturzo a vessillo per i cattolici in politica, benché sia stato il rappresentante di un’ideologia anti-stato, anche comprensibilmente, considerando che visse sulla propria pelle l’epoca del regime fascista.
    Tuttavia Sturzo non comprese che con Camaldoli prima, nel ’43, e poi con i primi anni della Repubblica, l’Italia aveva bisogno vitale di un forte intervento pubblico per la ricostruzione.
    A Sturzo si contrappone il memorabile La Pira che nel 1954, da sindaco di Firenze, così scrive al cattolico liberista Angelo Costa, presidente di Confindustria dell’epoca:

    “Anche a Lei, caro dott. Costa, posso riferire le parole che ho scritto al conte de Micheli: Lei è rimasto alla “contemplazione” incantatrice dei “maestosi” anzi “divini” principi di Ricardo e di Smith! […] Si chiudono le aziende? Si disperdono preziose risorse produttive meccaniche ed umane? Si sgretola una intiera economia cittadina? Si mette la disperazione in migliaia e migliaia di famiglie? Niente paura! Tutti fenomeni che la “divina” meccanica di Bastiat ha già preveduti; tutto si assesta: lasciate che la meccanica economica – leggi divine! – svolga i suoi congegni e vedrete quali armonie si produrranno, davvero prestigiose e feconde”.

    La Pira seguiva le orme di Roosevelt, che con il New Deal aveva tirato gli Stati Uniti fuori dalla Grande Depressione, senza timore verso i banchieri di Wall Street che preferivano mantenere un sistema in cui il potere dei pochi prevaleva rispetto al progresso dei molti.
    E la mente corre all’attualità della Francia, dove il candidato all’Eliseo Francois Hollande ha messo nei punti del suo programma misure per regolamentare il potere finanziario, e per tutta risposta i banchieri francesi lo attaccano.

    Nel momento storico attuale è essenziale che il mondo cattolico faccia i conti con la contrapposizione tra Sturzo e La Pira e Mattei, poiché tanti liberisti cercano di appropriarsi dei valori cristiani.
    Oggigiorno, un liberista che critica l’intervento pubblico non inneggia alla libertà, ma concede libertà di azione all’impero della finanza.
    E’ per questo motivo che Mons. Toso, segretario del Pontificio Consiglio Justitia et Pax rilancia l’esperienza di Franklin Roosevelt e indica nel potere incontrastato della finanza speculativa il problema da sanare con Glass-Steagall.
    Fortunatamente non è il solo, è in buona compagnia, c’è consenso popolare, tanti in Italia invocano la Glass-Steagall: Luciano Gallino, Guido Rossi, Giulio Tremonti, Carlo Azeglio Ciampi, Giulio Sapelli, Marco Onado, Franco Bernabè, finanche Paolo Andrea Colombo presidente dell’Enel, negli Stati Uniti il movimento Occupy Wall Street, Robert Reich, in Germania il leader dell’Spd, in Francia il citato Francois Hollande.
    Occorre separare le banche commerciali da quelle d’affari (legge Glass-Steagall), e cioè le attività finanziarie ordinarie da quelle speculative, lasciando fallire la seconde senza chiedere salvataggi ai cittadini; serve il credito agevolato per chi produce, piuttosto che per chi gioca alla bisca dei mercati; occorrono infrastrutture moderne per assicurare efficienza e sviluppo, che richiedono investimenti a lungo termine, non in linea con i rendimenti immediati voluti dalle borse.
    Che ci sia più Roosevelt e Camaldoli e meno Smith e Darwin!
    Che si rileggano pure le encicliche sociali, la Rerum Novarum, la Quadragesimo Anno, la bellissima Populorum Progressio di Paolo VI, il Codice di Camaldoli, la Caritas in Veritate. Ma non si cerchi una giustificazione “cattolica” al sostegno dato al governo Monti, alle liberalizzazioni ed ora, a quanto pare, anche alla riforma del mercato del lavoro, tradendo così tutta la vera tradizione “democratica” (Roosevelt, Kennedy) secondo cui tocca allo stato promuovere il bene comune.
    Si possono citare tutte le encicliche che si vogliono, ma sarà un esercizio vano tentare di conciliarle con le politiche della Thatcher.
    Stefano Fassina – che pure mostra il limite di fermarsi a Keynes, quando invece la tradizione politica che ispirò Franklin Roosevelt veniva da più lontano – ha il merito di difendere le radici del lavoro e denunciare il fallimento del liberismo!

Leave a Comment