Cattolici e bipolarismo-primi assaggi di ieri


La nota di Sandro Magister sul convegno di ieri su cattolici e bipolarismo

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/02/24/dimenticare-todi-meglio-magna-carta-e-i-postmarxisti-ratzingeriani/

Le relazioni-base Diotallevi e Guzzetta saranno disponibili all’inizio della settimana prossima

Di Diotallevi riporto solo tre passaggi.

Il primo sulla funzione della politica:

“il potere politico ha una funzione specifica: deve produrre un particolare tipo di beni comuni. Questo può essere detto ‘pace’ (in termini agostiniani) o ‘ordine pubblico’ (in termini scolastici, cfr. DH 6). La via istituzionale alla carità (CV 7) persegue incessantemente la trasformazione del vivere sociale in città, ma non secondo il modello della polis sottoposta ad un ordine monarchico retto dal primato della politica, bensì secondo il modello della civitas caratterizzata da un assetto poliarchico che non conosce primati (CV 57, meno che mai quello di uno Stato ab-solutus e superiorem non recognoscens). La civitas del magistero sociale della Chiesa somiglia molto alle stateless societies, o forse viceversa. Questa è la ragione che ha condotto il magistero della Chiesa cattolica ad uno sviluppo del principio di sussidiarietà anche in termini orizzontali (es. non faccia la politica quello che può fare l’economia) la cui più completa trattazione disponibile è fornita dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Il potere politico, come ogni altro potere sociale, può anche essere chiamato a svolgere supplenze, ma è bene che queste siano eccezionali e temporalmente limitate (cfr. n.48).”

Il secondo sulle regole:

“Rispetto ad altre aree dell’opinione pubblica nel cattolicesimo italiano è sovrarappresentato l’elettorato centrale (quello che non vota per appartenenza, quello più disposto a valutare anche nomi, programmi e coerenza delle alleanze). Nei fatti, la capacità di questo elettorato “centrale cattolico” di spostarsi da centrodestra a centrosinistra, e viceversa, ha contribuito non poco a determinare l’esito delle elezioni nazionali e locali di quest’ultimo ventennio. Come è ben noto, questo elettorato è penalizzato da una legge elettorale proporzionale e dalla assenza di una competizione sulla guida degli esecutivi (a qualsiasi livello), mentre questo stesso elettorato diventa decisivo quando è in palio la guida di un esecutivo e per ottenerla è necessario conquistare il 51% dei consensi espressi. ”

Il terzo sui modelli di impegno:

“Nella lunga e contraddittoria storia dei tentativi di conciliare transizione di sistema, democrazia e riforme è difficile individuare una stagione che possa vantare risultati come quelli che innanzitutto associamo al nome di Alcide De Gasperi. Opporre un potere generato dal consenso democratico all’intrusione in politica di poteri non politici, contrastare efficemente potenziali derive clericali, cooperare con altri riformismi di matrice non cattolica, impegnare una porzione significativa del cattolicesimo italiano a difesa della democrazia, fu decisivo nel 1946 e in altre circostanze, e se ne avvertì il valore ogni volta in cui prima o dopo di allora invece mancò. Rispetto al disegno degasperiamo, bipolarista di fatto e programmaticamente, il modello del patto Gentiloni, quello del “partito cattolico”, quello della resistenza centrista (e trasformista), o – si licet … – quello di “Todi”, rappresentano non delle approssimazioni, ma delle alternative radicali; quello degli “indipendenti” (non importa se di destra o di sinistra) una pura e semplice negazione, perché la politica è agire collettivo e – se possibile – il riformismo lo è ancor di più.”

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