Rosarno due anni dopo. “Tornano gli schiavi che lo Stato non vede”


di Gianluca Ursini 

Mancano pochi giorni, poi carabinieri e polizia inizieranno gli sgomberi. E potrebbe riscoppiare la rivolta, il «terzo riot» di migranti a Rosarno, dopo dicembre 2008 e gennaio 2010. Prima verrà svuotata l’ex fabbrica «Pomona», dove 250 tra burkinabè, maliani, nigerini, ghanesi e marocchini si raggruppano senza allaccio elettrico, senza docce né riscaldamento né cucine o bagni chimici, in due vecchi edifici colonici, sotto il ponte della ferrovia sulla strada per Nicotera, in mezzo ai giardini, come si chiamano qui gli aranceti, in una cappa di umidità che ghiaccia le ossa in nottate a 8 gradi. Qui al mattino i migranti cercano lavoro, ma da faticare non ce n’è, nemmeno per gli italiani, «con i prezzi al chilo crollati per le clementine, la realtà in Calabria è che non c’è futuro per l’agricoltura. Forse per tutto il territorio, calabresi inclusi: ieri sono finiti i fondi, in Regione il bilancio ha chiuso i battenti e così sulla Piana di Gioia Tauro ha chiuso il servizio 118; 180 mila cittadini non hanno più autoambulanze», sentenzia secco Antonino Calogero dalla Cgil di Gioia, dove è segretario generale di zona. Con le arance che quest’anno non toccheranno nemmeno 5 cent al chilo, clementine e mandarine crollate dai 20 centesimi della stagione passata ai 10, anche 8, o sei al chilo, non ha senso per i padroncini procacciarsi stagionali per raccogliere. Anche i calabresi si tornano a vedere per strada alle sei del mattino: non c’è lavoro. E a Rosarno per ottobre, novembre gennaio febbraio e marzo si sono radunati da tutta Italia più del doppio dei migranti stagionali visti lo scorso anno, il primo dopo la grande rivolta del gennaio 2010. «Saranno 1.700 distribuiti tra Rosarno, un migliaio, forse 1500, nelle campagne tra le attigue Rizziconi e San Ferdinando, mentre l’anno scorso non arrivavano a 900, e l’anno della rivolta erano 2500, solo gli africani», è la stima di Renato Fida, delegato Flai, che si è inventato il «sindacato di strada» Cgil, senza richiesta di permessi di soggiorno, per sindacalizzare i migranti e contrastare il caporalato. Le stime conteggiano gli stagionali senza un alloggio stabile. Rimangono da aggiungere un migliaio di comunitari, europei che hanno domicilio stabile in Calabria. Ucraini tunisini, marocchini bulgari e rumeni, da anni. In tutto, 2mila migranti su 16mila rosarnesi: «Qui c’è la terza concentrazione di stranieri d’Italia dopo Brescia e Foggia», fa i conti il sindaco Elisabetta Tripodi, eletta nel dicembre 2010 in una coalizione di sinistra. E i mille che vivono a Rosarno, da quando sono stati abbattuti o murati i vecchi lager fatiscenti dove si radunavano negli anni passati, la ex fabbrica di succo d’arancia «Rognetta», l’ex oleificio «Silana» per l’olio lampante, dove i migranti dormivano in 15 dentro i silos, o la Cartiera di San Ferdinando, si trascinano in una esistenza che così grama non l’avrebbe immaginata John Steinbeck in «Furore », l’epopea dei poveri Usa accorsi in California per le raccolte stagionali durante la Grande Depressione. Cento fortunati troveranno un tetto nei container del campo organizzato dal Comune di concerto con la Regione, dal 15 dicembre, massimo entro Natale. «C’erano 200 richieste, da parte solo di chi poteva mostrare permesso di soggiorno,ma entreranno solo i più lesti a presentare domanda», spiega Calogero; chi prima arriva, meglio alloggia, il sistema escogitato dai burocrati regionali. L’anno scorso, con la nuova sindaco insediata in dicembre, il campo aprì da febbario ad aprile solo tre mesi. Ma servì a contenere la rabbia, ed evitare nuovi disordini. «Ci sono in paese alcuni vecchi alloggi sfitti, che stiamo cercando tramite le associazioni di procacciare a canone molto basso ai migranti africani, sull’esempio del “Modello Drosi”, paese a 15 km da qui dove la Caritas fa incontrare l’offerta di case a basso costo con la richiesta dei migranti, ma non abbiamo risorse, le case decenti se le procacciano bulgari e rumeni che pagano anche 200 euro. A meno di 100 euro, ci sono solo vecchie bicocche» ricorda la sindaco Elisabetta Tripodi, che ha riportato il rosso in voga in Comune dopo un commissariamento di 3 anni per ‘ndrangheta. In queste notti in 800, sono fuori. Come in questo campo sulla strada per Nicotera, oltre il ponte sul fiume Mesima, alla ex coop «Fabiana», fallita da decenni, una delle famigerate fabbriche di «arance di carta» con le quali truffare la Ue per le sovvenzioni all’agricoltura. Sono accampati in 150 in un edificio su due piani con nemmeno 9 vani. Le scene all’interno sono dantesche, tra materassi ammucchiati e corpi stretti vicini, per ripararsi. Questo non è un uomo, che in un freddo pungente, riscalda con due ceppi accesi sotto un bidone arrugginito del gasolio, un po’ d’acqua per potersi sciacquare alla fine della giornata nei campi. La tensione e la rabbia per una sensazione indegna dell’umano è il sentimento comune, e i decani di ogni comunità circondano una delegata del sindacato di strada con mille richieste «Le richieste di base sono due: un tetto asciutto dove dormire tranquilli, e la possibilità di una certificazione, per ottenere un nuovo permesso di soggiorno, e magari lasciare il nostro Paese», riassume Fida della Flai Cgil. Ma Davide, il decano dei ghanesi che hanno occupato un vecchio cine abbandonato in centro città e resistono alle richieste di sgombero dei carabinieri, avvicina i cronisti forestieri: «Dalle case occupate non ce ne andiamo. Qui se arriva la polizia a sgomberarci, finisce come al Bosco due anni fa. Già allora mi hanno messo un mese in carcere a Palmi; meglio che qui: almeno sto al caldo e mangio». In contrada Bosco in quell’8 gennaio 2010, iniziò la seconda rivolta dei migranti.

(“L’Unità”, 10.12.2011)

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