Referendum, da Europa di oggi


Ora è tutto più difficile

Senza astio, senza eccessi, senza accuse verso nessuno, ma il primo punto di partenza è chiaro ed innegabile se vogliamo anzitutto rispettare il milione e duecentomila firmatari, in larga parte già elettori del Pd: siamo delusi e preoccupati. Il motivo è presto detto: la decisione della Corte costituzionale non è stata affatto scontata.
Se si considera che ben nove ore di camera di consiglio non sono affatto un dato né irrilevante né rituale, toglie in materia elettorale il prezioso vincolo esterno alla riforma, senza il quale in questo paese in questa materia non ci sono mai state innovazioni o, quando ci sono state (unico caso il Porcellum), sono state di natura regressiva.
Del resto il governo Monti dimostra che anche in altre materie il vincolo esterno, quando c’è, può fare miracoli in poco tempo. È un giudizio di fatto, nudo e crudo che non può essere sminuito.
Cosa comporta in termini di giudizio di valore? Non certo un atteggiamento rinunciatario, soprattutto da parte di chi si è sin qui impegnato nel paese e nel parlamento per superare uno status quo inaccettabile. Chiariamo allora concretamente questo secondo aspetto, cioè come possiamo declinare un serio ottimismo della volontà. L’impegno deve continuare, per il comitato referendario e per le forze politiche più vicine come il Pd, lungo le due direttrici consolidate del movimento per la riforma elettorale, vivo in questo paese da almeno vent’anni. Anzitutto quella di un rapporto più stretto tra eletti ed elettori in collegi piccoli, che permettano quanto meno una conoscenza reciproca, se non anche, attraverso le primarie, una scelta diretta: questo rapporto lo garantisce soprattutto l’uninominale e non certo il voto di preferenza in grandi circoscrizioni che premia invece le lobbies, il correntismo e le organizzazioni malavitose.
Non a caso il primo referendum, quello del 1991, metteva in causa proprio le preferenze, che non possono essere riabilitate solo perché il Porcellum ha poi introdotto liste bloccate abnormi.
La seconda direttrice è quella di meccanismi elettorali selettivi, di esito maggioritario, che consentano attraverso l’elezione dei parlamentari una legittimazione diretta degli esecutivi in un quadro di coalizioni scelte e non necessitate (a differenza del passato recente) e che evitino però anche una delega post-elettorale senza un chiaro rapporto tra consenso, potere e responsabilità (a differenza del passato più lontano, magari riverniciato con ricette pseudo-tedesche).
Su questo il movimento nel paese non si dissolva e il Pd non si mostri cedevole rispetto ai pilastri della propria proposta di legge, imperniata per il 70% su collegi uninominali maggioritari a doppio turno.
C’è però un terzo aspetto da segnalare, un fondato pessimismo della ragione e non solo a causa della sentenza della Corte. I due eventi politici di ieri sono obiettivamente collegati. Il voto su Cosentino sembra dare l’impressione, almeno momentanea, che il rapporto tra Pdl e Lega possa essere ricostituito al termine della legislatura, nonostante la diversità di collocazione rispetto al governo Monti.
Se così è, come al momento pare, la strada per la riforma sembra proibitiva: l’attuale sistema elettorale è quello più naturalmente collegato alla riproposizione di un accordo tra Pdl e Lega, che restano maggioritari almeno al senato, mentre con i collegi uninominali andrebbero concordate candidature comuni (se a turno unico) o comunque accordi (se il turno fosse doppio).
Per questa ragione è importante sostenere con forza il governo Monti, che esso acquisisca ancora maggiore forza e capacità innovativa perché dominando la scena in termini positivi per il paese esso segnerebbe di più la frattura tra chi lo appoggia e chi no. Indebolendo politicamente la possibilità di una nuova alleanza tra Pdl e Lega potrebbe forse riaprirsi, più avanti, anche una finestra per possibili riforme perché a quel punto il sistema vigente risulterebbe invece disfunzionale al mutamento del paesaggio politico.
Alla fine, comunque vada, i cittadini dovranno però essere in grado di distinguere chi ha operato per le riforme da chi ha invece lavorato per lo status quo.

Stefano Ceccanti

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