Montini, il papa ambrosiano di Sergio Luzzato – il Sole24ore 22.01.2012


Montini, il papa ambrosiano
di Sergio Luzzato

C’è un dualismo nella storia dell’Italia unita – quello fra Milano e Roma – che merita di essere colto da una varietà di punti di vista, il politico, l’economico, il culturale, ma anche dal punto di vista religioso. È un dualismo non dichiarato, ovviamente, all’interno di una compagine che si pensa e si vuole unitaria, la cattolica comunità dei battezzati. Ma è un dualismo riconoscibile sotto traccia, che oppone una polarità ambrosiana e una polarità romana. Sotto la basilica di Sant’Ambrogio, il campo magnetico di un cattolicesimo per vocazione sociale più che temporale, laico più che burocratico, dialogante più che intransigente. Sotto la basilica di San Pietro, il campo magnetico di un cattolicesimo per definizione papalino e curiale, quando pure non sempre gesuitico e antimoderno.
Il fatto che dagli ultimi due conclavi siano usciti eletti, nel 1978 e nel 2005, due pontefici stranieri, papa Wojtyla e papa Ratzinger, rischia oggi di mascherare un’evidenza che potrebbe ritornare d’attualità nel conclave a venire: la storia della Chiesa nell’Italia moderna può essere interpretata anche come una storia dei modi in cui Milano cattolica si è mossa alla conquista di Roma pontificia. O piuttosto, per dirlo con minore enfasi e maggiore esattezza: la storia della vita religiosa nell’Italia moderna può essere interpretata come una storia dei modi in cui il cattolicesimo ambrosiano ha provato ad assicurarsi una forma di egemonia nei Palazzi vaticani, e fin sul trono petrino.
Nel Novecento, i momenti chiave di questa storia hanno coinciso con i pontificati di Pio XI, dal 1922 al 1939, e di Paolo VI, dal 1963 al 1978 (con l’intervallo dei regni di Pio XII e di Giovanni XXIII, l’uno più attirato dalla polarità romana, l’altro dalla polarità ambrosiana). Sia papa Ratti sia papa Montini entrarono da arcivescovi di Milano nel conclave dal quale uscirono pontefici assumendo il nome, rispettivamente, di Pio XI e di Paolo VI. E proprio il pontificato di papa Ratti va ritenuto l’epoca decisiva per la definizione del progetto di Chiesa che papa Montini avrebbe cercato di realizzare al tempo del Concilio Vaticano II: come dimostra adesso un importante volume pubblicato dal Mulino, Mons. Montini, di Fulvio De Giorgi.
Semplificando, si potrebbe dire che De Giorgi mette in campo le figure di due grandi chierici del Novecento – oltre al bresciano Giovanni Battista Montini, il milanese Agostino Gemelli – e che analizza la loro sfida (aperta o sotterranea) per contendersi il favore di un terzo gran lombardo, appunto Pio XI. Entrambi gli sfidanti condividevano con papa Ratti il progetto di una riconquista cattolica della società italiana che si fondasse non sull’antimodernità ma sulla modernizzazione: non sul bastione di un’ideologia ma sull’impatto di una pedagogia, non sull’appello integralistico alla purezza della fede ma sull’utilità missionaria delle opere di carità, non sulla tutela difensivistica di ranghi curiali ma sull’offensiva spregiudicata di gruppi laicali, non su un rifiuto pregiudiziale della civiltà laica ma sull’auspicata formazione di una classe dirigente cattolica. Tuttavia, padre Gemelli e monsignor Montini finirono per interpretare il progetto in modi troppo diversi per riuscire complementari.
A leggere quanto un Montini poco più che ventenne scriveva sul giornale degli studenti cattolici bresciani, «La Fionda», negli anni successivi alla Grande Guerra, si tocca con mano come la sua generazione – il futuro Paolo VI era nato nel 1897 – fosse uscita segnata dal conflitto mondiale quand’anche non avesse conosciuto il trauma della trincea. Con il Gemelli ultrapatriottico del 1915-18 il giovane Montini condivideva un’idea di Chiesa così volontaristica e militante da indurre De Giorgi a parlare di «arditismo cattolico». Dopodiché, all’indomani della marcia su Roma, la disfatta stessa di quel Partito popolare del quale il padre di Montini, Giorgio, era stato cofondatore e deputato, avrebbe persuaso il figlio della necessità di combattere per la riscossa della Chiesa scendendo direttamente nell’arena sociale d’Italia, e traducendo in opportunità religiosa l’atrofia politica indotta dal regime fascista.
L’autore di Mons. Montini non esita a qualificare il pontificato di papa Ratti come un esperimento di «modernizzazione totalitaria». Ma De Giorgi ha cura di distinguere, nell’entourage di Pio XI, ciò che rese monsignor Montini rappresentativo di una sensibilità di minoranza rispetto alla sensibilità di maggioranza rappresentata da padre Gemelli. Alleati nel sostegno dell’ambiziosissima creatura di quest’ultimo, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, oltreché del sodalizio laicale di vita consacrata dei Missionari della Regalità di Cristo; uniti anche nell’impegno per la milizia laica di massa dell’Azione cattolica, di contro alla centralità ecclesiale della Curia, Gemelli e Montini si trovarono divisi dal problema dell’atteggiamento verso il regime: indulgente (ai limiti del complice) l’approccio dell’uno, severo (ai limiti del refrattario) quello dell’altro.
Una prima crisi intervenne nel 1933. Montini fu costretto a dimettersi dalla guida della Fuci, la Federazione universitaria dei cattolici italiani, rimpiazzato da un fiduciario di Gemelli che offriva al fascismo ben migliori garanzie di osservanza. Ma la crisi spiritualmente più grave intervenne nel 1938. Allora – ormai da braccio destro del cardinale Pacelli ai vertici della Segreteria di Stato vaticana – Montini dovette riconoscere una volta per tutte le implicazioni politiche e morali del programma gemelliano di una riconquista cattolica dell’Italia da compiersi a costo di sottoscrivere le peggiori derive del fascismo, dall’invasione militare dell’Abissinia alla persecuzione legale degli ebrei.
Prudente di carattere e inoltre di mestiere, da diplomatico della Santa Sede, Montini tenne per sé un appunto del 9 aprile 1939 dove, a proposito delle leggi razziali e dell’atteggiamento di Pio XII (papa Pacelli, fresco successore di Pio XI), stava scritto: «Bisogna che il Papa non tema di deplorare apertamente ciò che secondo il Vangelo e la legge naturale lo è» (deplorabile). Ma Montini non aveva atteso né la deriva imperialista né quella antisemita del regime per consegnare alla rivista «Azione fucina», nel 1931, un giudizio trasparente su Benito Mussolini e sul culto degli italiani per il Duce. «Avvicinati, sono uomini» coloro che «la parola dice grandi»: «come noi, deboli e caduchi, e forse (se s’ha da sostenere che la moralità dei grandi non dev’essere così rigida come quella dei piccoli) inferiori e degeneri».
A differenza di Gemelli, insomma, il Montini degli anni Trenta rifiutò di lasciarsi incantare dall’«umanità superiore» della civiltà fascista e decise di investire tutto sulla «superiore umanità», su una «civiltà dell’amore». Lasciata la presidenza della Fuci, si diede a un lavoro culturale di lunga lena per le case editrici Morcelliana e Studium, mentre prese a tessere – nel solco dell’umanesimo integrale di Jacques Maritain – una rete di “montiniani” provenienti dai quattro angoli d’Italia e promessi a bell’avvenire politico dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale: uomini di fede e di scienza che si chiamavano Alcide De Gasperi, Guido Gonella, Giorgio La Pira, Aldo Moro.
Ancora dopo la guerra, nel 1954, le resistenze del cattolicesimo romano al cattolicesimo ambrosiano di monsignor Montini si sarebbero tradotte in un suo allontanamento dei Sacri Palazzi, in quella specie di giubilazione che fu la sua nomina ad arcivescovo di Milano: tanto che un padre Gemelli ormai malato e inacidito avrebbe potuto ironizzare su di lui come su «un transatlantico che si era venuto a incagliare nel Naviglio». Ma alle secche del Naviglio monsignor Montini si sarebbe gloriosamente sottratto nel 1963: per rientrare a Roma da papa, e per spingere la Chiesa cattolica – sulla scia di Giovanni XXIII – verso un dialogo nuovo con la modernità.

22 gennaio 2012

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