La versione di Luca (e qualche dubbio).


E’ altamente probabile che nemmeno don Luigi Sturzo sapesse, giusto il 19 gennaio di novantatrè anni fa, se e dove mai ci fossero davvero quegli “uomini liberi e forti”, ai quali si rivolse –  assieme agli altri componenti della “commissione provvisoria” che lo affiancava in qualità di segretario politico del PP – nonché animati da un sentimento di ”alto dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti” e disponibili a battersi per l’affermazione degli ideali di libertà, civile, politica, religiosa.

E quali oggi – della medesima tempra e come allora “inspirandosi ai saldi  principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia” – dovrebbero fuoriuscire dalle catacombe di una lunga insignificanza, e di non poche omissioni, cui li avrebbe relegati la stagione della “doppia supplenza” seguita alla dissoluzione del “partito cristiano”, tornando a misurarsi con la politica, nel tempo presente della “stateless society”, e con quelle che Luca Diotallevi definisce nel suo libro “nuove opportunità offerte ad un esercizio di responsabilità per il bene comune”.

Tuttavia, se è vero che servono grandi riforme, ma mancano proprio i riformatori, è altrettanto probabile che, malgrado l’enunciazione preventiva di chiari punti programmatici, ed appassionate e lucide riflessioni come quella di Luca (che se ne mostra ben consapevole), detto sturzianamente, solo il “fuoco” di una libera competizione politica, oggi come allora, potrebbe (imprevedibilmente) forgiare una proposta e un’iniziativa “neoriformista d’ispirazione popolare”, e magari una leadership di governo che sappia riannodare i fili sparsi di una (rinnovata) cultura politica. Che, dalle intuizioni di Sturzo e De Gasperi, come un fiume carsico, pure riemerge in fatti e processi che giungono sino a noi, e che hanno orientato, e potrebbero ancora orientare un’identità vivace, in particolare con riferimento ai quattro nodi indicati: rapporti fra politica e religione, assetti istituzionali tra centro e periferia, rapporti fra politica ed economia, nonché tra istituzioni di governo e partiti.

Viene da chiedersi per inciso se almeno per qualcuna di quelle intuizioni, in anni più recenti, sarebbe stato troppo, anche per un approccio spregiudicato come quello di Diotallevi  riconoscere – magari, e per usare una sua recente battuta, “aprendo tutto il gas” – come non solo “alcune voci levatesi contro la  demonizzazione del centrodestra italiano”, ma proprio alcuni fatti di governo ascrivibili a questo schieramento le abbiano, magari involontariamente, e sia pure fra mille contraddizioni, obbiettivamente attualizzate e valorizzate. O per lo meno se abbiano trovato un più di ascolto su questo versante dell’arco politico – di élites e di popolo (benchè tradottosi in un’occasione largamente mancata).

A cominciare dalle istanze economico-sociali ed anti-centraliste/burocratiche, e non solo di  “sindacato territoriale” portate alla ribalta dal fenomeno leghista, alle piattaforme riformiste di politica del lavoro e di relazioni industriali perseguite. E a dispetto di uno sguardo che (certo non degasperiano) ma piuttosto ideologicamente, e statolatricamente, continuava ad essere fissato nel frattempo solo “verso sinistra”, da parte di numerose soggettualità e individualità di cattolicesimo sociale e “democratico”, pur con qualche eccezione, legate ad un approccio a parole “di laicità”, ma in sostanza rinnegato fra la trita riproduzione in politica di logiche para/intraecclesiali e la sudditanza a suggestioni laiciste. E in cui la fecondità e il valore di una “scelta religiosa” sono andate il più delle volte a farsi fottere in collateralismi sotterranei non meno commendevoli di quelli più espliciti conosciuti in passato.

Ma su tutto ciò sarà la riflessione svolta in un orizzonte storico di più lungo periodo a incaricarsi di stilare un più equanime giudizio.

Dopodichè, possiamo esser grati a Luca anche per aver messo a tema “l’ultima chance”  rispetto a cui resta difficile immaginare una iniziativa politica riformista nel nostro Paese in grado di raccogliere vasti consensi “senza che in essa abbia un ruolo importante una componente non trascurabile di cattolicesimo politico”, ad un tempo schivando le secche, sempre dure da battere in breccia quando si tratta dell’argomento, del solito moralismo oscurantista e parruccone, della retorica dell’Onestà e della Giustizia, oltrechè del difensivismo a oltranza dell’argenteria repubblicana e costituzionale.

Come peraltro dimostrato plasticamente dall’esercizio di discernimento operato nell’ “agenda di speranza” scaturita dall’ultima Settimana Sociale da un lato, e sia pure contraddetto, dall’altro, dai risultati dei successivi referendum su “sorella acqua”, nucleare e giustizia, con il dubbio che ne deriva se a
votare per il “Si” non sia stata in realtà anche larga parte di quella stessa platea rappresentativa di un mondo cattolico ed ecclesiale forse troppo  frettolosamente ascritto tout court ad un presunto nuovo corso “liberalizzatore”.

Al lettore, però, rimangono alla fine del vibrante volumetto non pochi interrogativi, dai temi più elevati, in taluni casi peraltro già oggetto di vivaci dibattiti svoltisi in passato sul blog, a quelli di più “bassa cucina” politicista, diciamo.

Quanto ai primi, e solo enunciandoli, è proprio da considerarsi del tutto conclusa l’era degli Stati e del connesso modello di politica? o ciò semmai può valere per un certo tipo di modello, in particolare di marca europea quale incarnato nello Stato sociale frutto del compromesso socialdemocratico? Per il resto del pianeta, l’articolo non sembra cosi passato di moda.

Vale poi ancora la pena impancarsi nella polemica “antistatalista”, stretti come siamo fra un approccio di capitalismo liberista di cui andranno misurati, con i tanti profitti di benessere globale che ne sono derivati, per lo meno qualche responsabilità nella crisi che viviamo (e circa le quali oggi si possono almeno in parte apprezzare i giudizi di uno storico mai bolso dell’economia del valore di un Giulio Sapelli), ed un modello renano che, a dispetto e al netto delle sue denunciate commistioni, esibisce nella “egotica” Germania, tassi di reattività/produttività, solidità di finanze pubbliche e incrementi di occupazione tanto più invidiabili se considerati nel panorama a rischio default dell’Eurozona?

E  ancora, inservibili i vecchi, a quali nuovi meccanismi della rappresentanza politica bisognerà pur  applicarsi di fronte allo strapotere, oltrechè della finanza speculativa, da ultimo della tecnoscienza?

Per passare ai secondi, l’attenzione e l’assai benvenuto approccio finalmente “laico” al fenomeno della Lega – il pensiero si leva al tramonto? – e più che altro ai fenomeni sottostanti la sua ispirazione originaria – che non dovrebbe comunque tralasciare la risalente stagione ultrademocristiana del nord-est, fatta di imprenditorialità, territorio ma anche dei fiumi di credito concessi ed  ammortizzatori sociali pagati per la ristrutturazione di intere filiere produttive, come pure la più recente delle quote latte e del neo-socialismo municipale – possono o no andare di pari passo con una rimessa in agenda di iniziative di governo per lo sviluppo “dei” tanti Sud del nostro Paese (dove la declinazione dell’aggettivo “stateless” procura forse effetti emotivi tuttora un po’ diversi che altrove…), e che pure fu terreno di elezione proprio dell’intelligenza riformatrice di un De Gasperi fondatore della “statalista” Cassa del Mezzogiorno?

Alla fine della fiera si plana con levità sull’interrogativo al quale come al solito si va fatalmente a parare, quanto a cattolici e politica: ovvero “le forme o i soggetti”.

Essendo del tutto apprezzabile lo sforzo del Nostro di non nascondersi come le une e gli altri siano “ben altro che tecnicismi irrilevanti” per chi davvero intenda sporcarsi le mani.  Ed è a questo bivio che tornano un po’ alla mente, dopo quelli di continuità, gli elementi di differenziazione che, alla luce di differenti contesti, caratterizzarono le esperienze di Sturzo e De Gasperi e che vale sempre la pena tener presenti.

Laddove, detto forse un po’ all’ingrosso – e restando fermo che al fondo di entrambe si è posto il problema del cattolicesimo politico non come rappresentanza del “soggetto cattolico”, ma come la presenza del cattolicesimo stesso nella vicenda politica in Italia – a differenza di quanto farà più tardi De Gasperi, quando Sturzo fonda il Partito popolare non vuole unire i cattolici, ma dividerli. La sua idea, in sostanza, era di distinguere, in polemica con la gerarchia, la presenza clericale del cattolicesimo italiano dall’esigenza di evocare i cattolici ad assumere una responsabilità laica in una pari competizione con tutti.  De Gasperi (in uno con Montini) costruisce invece la Dc traendo con determinazione le conseguenze dalla lucida comprensione di come si configurerà l’Europa del dopoguerra, e attrezza a questo fine un partito unitario il quale ha, in primis come compito ineluttabile quello di governare a ogni costo perché non c’è un’alternativa democratica, ma successivamente con Moro (che curiosamente non figura nell’elenco dei martiri alla fine del libro) arriverà, facendo i conti con i mutamenti intervenuti nella società, a porsi il problema  dell’allargamento delle basi di legittimazione del sistema nella prospettiva di una nuova fase.

Di certo si conviene con la tesi affermata, e cioè che (ripro)porre la questione del cattolicesimo italiano rispetto al partito politico oggi non significa assolutamente pensare che essa, di necessità, possa avere solo una risposta, e che non vi sono ragioni né contingenti né di principio (e tanto meno possibilità) per rimettere in discussione il legittimo pluralismo delle scelte e dell’ agire politico dei credenti.

Allo stesso tempo, se in linea di principio può senz’altro “non esservi contraddizione tra organizzazione politica neoriformista e logica bipolare dentro una democrazia governante e competitiva”, altrettanto certo è che, se si assume “che in questo momento, nell’arena politica italiana, una prassi politica neoriformista di ispirazione cristiana e ‘popolare’, per acquisire effettualità, necessita almeno di una organizzazione politica dedicata”, viene da chiedersi a tal fine se ci si possa ritenere completamente esonerati dal mettere in discussione l’assetto politico come attualmente configurato.

Perché delle due l’una: o si fa la “corrente virtuosa” e si dà battaglia dentro l’uno o l’altro dei due grandi aggregati (poli, o coalizioni) disponibili, riconoscendo, in caso si resti in minoranza (….ratzingerianamente creativa?), lealmente la leadership in capo a chi raccoglie più voti, ancorchè non necessariamente sempre in possesso delle idee più innovative. Oppure, se l’ambizione è altra, come indubitabilmente emerge talora dalle pagine del volume, ovvero sparigliare, e niente meno che “riallineare e polarizzare” l’offerta politica, (tra un orientamento conservatore neostatalista e un orientamento poliarchico neoriformista, che ad oggi sono distribuiti parimenti in entrambi i poli), per di più dotandola di un profilo organizzativo (autonomo?), bisognerà esser pronti a correre fino in fondo il rischio di varcare le attuali colonne d’Ercole, mettendone in discussione regole e soggetti, e lavorando per una scomposizione e ricomposizione di quelli esistenti.

Sarebbe troppo facile segnalare, per inciso, come quest’ ultima condizione coincida con quanto si sente dichiarare da parte di quegli stessi esponenti di “ceto politico neocentrista” nei cui confronti, per molti versi non a torto, si muove dalle stesse pagine l’affilata accusa di voler in tal modo “sterilizzare il potere decisionale degli elettori” onde trasformarlo, in nome dell’appello ai valori, in “micidiali posizioni di rendita”.

Ma tornando al Nostro, non si sa chi abbia il coraggio di avventurarsi su terreni così incogniti, per di più in un contesto sociale e generazionale in cui i processi di secolarizzazione del paese procedono nel senso descritto dai Garelli e Cartocci, e il cattolicesimo impegnato (e quello più disponibile ad un approccio riformista al suo interno) si rivela sempre più di minoranza, sicchè risulta del tutto condivisibile la conclusione secondo cui “il fatto che nell’Italia di oggi si ravveda il bisogno di una generazione nuova di cattolici in politica non implica assolutamente che essa si manifesterà”.

Di sicuro facendo non poca differenza, come l’avrebbe fatta in altra epoca allorchè si leggeva sul numero del 25 novembre 1944 della rivista “Pensiero e Vita” (prima che venisse trasformata in “Coscienza”, organo del Movimento Laureati), quanto scritto da un giovane Aldo Moro. Che, dopo essersi chiesto se esistesse “una posizione naturale dei cattolici, veramente coerente ai presupposti della fede e della morale cristiana” ed averla individuata nel “centro”, come “punto naturale d’incontro intorno al quale concorda l’opinione pubblica media, la quale onestamente desidera ed attende svolgimenti umani e più buoni di vita”, intese sottolineare questa funzione fondamentale di mediazione “non solo, e, vorremmo dire, non tanto in sede politica, ma ancor più in sede metapolitica”.

Il che alla fine potrebbe coincidere con quella stessa “prontezza che consente a volte di lottare insieme ad altri che avevamo immaginato lontani e che a volte dà la forza per lottare politicamente contro altri che avremmo immaginato e desiderato vicini” evocata in conclusione del libro di Luca, liberi da pregiudizi e preconcetti.

Purchè nei confronti di tutti.

 

 

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