La replica interessante ma troppo eclettica di Balboni ad Armillei


La replica interessante ma troppo eclettica di Balboni ad Armillei

di Stefano Ceccanti
Enzo Balboni nella sua replica a Giorgio Armillei su Tam tam Democratico http://www.tamtamdemocratico.it/doc/228875/la-nostra-sussidarieta-non-e-statalista.htm per un verso assume positivamente (e contribuisce a precisare) la distinzione tra Repubblica e Stato valorizzando la sussidiarietà all’interno di questa visione pluralistica e per altro verso però pretende di iscrivervi per intero il dossettismo e di espungervi invece le correnti euroamericane di Terza Via che si sono collocate su quella direttrice.
Insomma Balboni sostiene una linea in larga parte condivisibile (tranne però un richiamo generico alla bontà dell’interventismo statale diretto che collide con l’idea di un ruolo prevalentemente regolatore dello Stato), ma poi iscrive dentro di essa soggetti che non le sembrano omogenei ed esclude quelli che la affermano. Delle due l’una: o c’è la sussidarietà o c’è un rapporto gerarchico tra Stato e Repubblica (vuoi nella forma statalista per cui lo Stato è sostanzialmente il monopolista del bene comune, vuoi nella forma paleo-liberale pre-democratizzazione col suffragio universale per cui lo Stato è residuale e ancillare e il bene comune sta altrove).
La citazione di Scoppola da parte di Armillei, che pone Dossetti e più esattamente quello della relazione sullo Stato del 1951 tra gli statalisti e non tra i sussidiari, non era invece affatto immotivata ed avulsa dal contesto. Scoppola (insieme ad Elia) scrive un testo “Dossetti dalla crisi della democrazia Cristiana alla riforma religiosa” in appendice all’intervista sua e di Elia allo stesso Dossetti pubblicata dal mulino nel 2003 e realizzata nel 1984. La pagina 131 è dedicata quasi per intero a una critica radicale del testo del 1951, visto come inconciliabile rispetto a una visione liberaldemocratica dello Stato.
Due i passaggi-chiave di Scoppola. Il primo è la matrice di fondo: “Dossetti, parte com’è noto, da una forte polemica contro lo stato liberale, del quale non vede o sottovaluta l’evoluzione in senso democratico, così da giungere ad auspicare una forte discontinuità.”. Il secondo è la conseguenza: “Discende da questa polemica la risoluta affermazione di una concezione finalistica dello Stato..viene riproposto, cioè, in quella relazione, quel tradizionale concetto di un ‘bene comune in sé definito e non frutto della dialettica delle realtà presenti nella società”.
Per di più anche Elia che, a differenza di Scoppola nell’intervista si mostra più comprensivo degli intenti politici intervisti di Dossetti, ma nella sua postfazione “Dossetti, Lazzati e il patriottismo costituzionale”, deve comunque ammettere senza reticenze (pag. 1429 che “Dossetti manifestava un giudizio fortemente negativo sui ceti medi, sul capitalismo e sulla stessa libertà di iniziativa economica..Dossetti considera superata ‘la cd libertà dell’iniziativa privata nell’economia occidentale’ “.
Nello stesso senso si comprende anche la ferma opposizione di Dossetti alla dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa “Dignitatis Humanae”, che avrebbe ignorato, per usare le sue parole le “esigenze oggettive del bene comune in una polis ordinata secondo ragione e secondo una ispirazione solidaristica e comunitaria”, come ben ricostruisce Silvia Scatena nel volume “La fatica della libertà” dedicato a quel documento del Concilio Vaticano II (in particolare p. 440).
Insomma, a me sembra difficile negare che abbia sostanzialmente ragione, oltre ad Armillei, Luca Diotallevi nel suo recente libro su “L’Ultima chance” (in particolare a pag. 60): o si persegue la sussidiarietà, come Diotallevi propone rimarcando in particolare il contributo del Magistero recente, in particolare dalla “Centsimus Annus” (per altro in continuità con la “Dignitatis Humanae”) e gli autonomi contributi dei cattolici italiani come il recente documento della Settimana sociale o ci si muove sulla linea della relazione dossettiana del 1951 che, con l’idea di “reformatio del corpo sociale” da parte dello Stato non appare compatibile con essa.
L’eclettismo tra sussidiarietà e reformatio non sembra funzionare, anche quando è dottamente argomentata, come nel caso di Enzo Balboni che, per inciso, commette però un errore di schematismo politico ed ecclesiale quando per confutare Armillei polemizza con le teorie e le prassi di Cl, quasi che non potesse darsi invece, come per fortuna molecolarmente si dà, un percorso politico di centrosinistra ed ecclesiale di Azione cattolica che, come nell’impostazione di Pietro Scoppola, è radicalmente irriducibile al dossettismo proprio perché chiaramente cattolico-liberale. Questo è, per inciso, per chi non lo conosce, anche il percorso di Giorgio Armillei per dare a ciascuno il suo.

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