Gli F 35 secondo l’istituto affari internazionali


dal sito
http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1947

Strumento militare
Gli F35 e il futuro della difesa italiana
Vincenzo Camporini
09/01/2012

Francamente si fatica a comprendere le ragioni della martellante campagna in atto contro la produzione e l’acquisizione dei velivoli da combattimento che, in numero drasticamente ridotto, dovranno sostituire ben tre tipi di sistemi che sono in servizio da decenni e il cui mantenimento in decorose condizioni di prontezza operativa sta diventando sempre più oneroso e problematico. Si parla del Joint Strike Fighter F35 Lightening II, che dovrà prendere il posto di Tornado, AM-X e AV8-B (circa 250 velivoli) in numeri quasi dimezzati rispetto alle dotazioni iniziali complessive.

Riesame
La campagna contro l’F35 risulta poco comprensibile per due motivi: in primo luogo perché appare sotto esame uno solo dei programmi di investimento della difesa, mentre coerenza vorrebbe che gli ambienti antimilitaristi e pacifisti, di qualsiasi matrice, sia cattolica che di sinistra, considerassero ed eventualmente mettessero in discussione anche altri tipi di spesa militare; in secondo luogo perché l’argomento finanziario – “con quei 15 miliardi il peso della manovra per il risanamento potrebbe essere quasi dimezzato” – si basa sull’assunto, totalmente infondato, che ci siano oggi da qualche parte nelle casse della Difesa 15 miliardi accantonati per lo F35, che potrebbero essere dirottati verso programmi socialmente più appetibili, che si chiamino servizio civile, sanità, scuola.

Al primo argomento si può rispondere che è in atto un attento riesame dello strumento militare nel suo complesso, finalizzato a definirne le esigenze, nel quadro strategico, quello attuale e in quello ragionevolmente prevedibile, per poter disporre delle esigenze operative necessarie, non solo e non tanto in un ambito nazionale, quanto in vista di un futuro, anche se non prossimo, processo di integrazione della difesa europea.

Questo riesame, come più volte ribadito dal ministro della difesa Giampaolo Di Paola, è mirato a rimodellare le nostre forze armate, ancorché ridotte nei numeri rispetto a quanto oggi previsto dalla legge, in modo da avere uno strumento equilibrato in tutte le sue capacità e componenti, utilmente impiegabile a sostegno della politica estera nazionale. In questo contesto il numero che si sente sempre citare di 131 esemplari di F35 verrà attentamente riesaminato, così come stanno facendo tutti gli altri partner del programma che, come noi, avevano a suo tempo definito un’esigenza di massima, riferita ad una situazione globale ben diversa da quella attuale.

Al secondo argomento si risponde chiarendo che gli stanziamenti per l’acquisizione saranno necessari non prima del 2014 e che i costi verranno spalmati su un periodo ben superiore al decennio: non esiste quindi oggi un “tesoro” che ci si possa spartire, a danno, peraltro, di una funzione, come quella della difesa, che è fondamentale per la sovranità stessa del paese.

Nuove sfide
Altrettanto inconsistente appare l’argomento che, trattandosi di un sistema prevalentemente concepito per l’attacco al suolo, sarebbe in contraddizione addirittura con il dettato costituzionale, in cui si parla di difesa e non di attacco, confondendo così il livello strategico-politico con quello meramente tattico: l’Italia certo non si prepara per attaccare nessuno, ma se si deve poter difendere e se deve, come prescrive l’art. 11 della Costituzione, cooperare, in condizioni di parità con gli altri Stati, per assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni, deve possedere la capacità, ad esempio, di neutralizzare le batterie lanciamissili che battevano Misurata durante la recente crisi libica.

Proprio gli avvenimenti dell’anno scorso dovrebbero fare attentamente riflettere chi sosteneva l’inutilità e la non impiegabilità dei mezzi militari ad alta tecnologia, in un contesto internazionale in cui l’unico utilizzo delle forze armate appariva quello delle missioni di peacekeeping più o meno intense, ma senza dover ricorrere alle forme di impiego definite ad alta intensità. La realtà è che dobbiamo essere pronti a qualunque evenienza e che non possiamo illuderci che il domani sia uguale all’oggi, rischiando così di perdere la guerra futura con gli strumenti che hanno consentito di vincere quella passata.

E se improvvisamente, dopo avervi rinunciato, scoprissimo che ci è indispensabile un moderno sistema d’arma, che sia terrestre, navale o aereo, potremmo accorgerci che non si trova sul mercato pronto per la consegna, ma che ci vogliono anni per svilupparlo, produrlo e per addestrarne il personale all’impiego e che sarebbe troppo tardi per provvedere.

Opportunità
Un’ultima considerazione che esula dall’aspetto propriamente militare: l’Europa e, a maggior ragione, l’Italia, paese essenzialmente manifatturiero, può sperare di non soccombere nella competizione scatenata dall’irrompere sul mercato delle potenze emergenti, solo se manterrà sufficientemente alto il vantaggio tecnologico nei confronti dei potenziali concorrenti. Solo la partecipazione ai più importanti programmi di sviluppo internazionale fornisce delle opportunità in tal senso. Si tratta di programmi che coinvolgono non soltanto le grandi imprese, in primis le aziende del gruppo Finmeccanica, ma anche tutta la galassia delle piccole e medie imprese, che costituiscono il vero patrimonio del paese.

Non dimentichiamoci infine che i velivoli nostri e di altri partner europei verranno per buona parte prodotti e assemblati in Italia, con un giro di affari complessivo pari almeno all’esborso per l’acquisizione.

Certamente l’ideale sarebbe se questi programmi avessero una caratterizzazione europea, ma la storia recente fornisce purtroppo vari esempi dell’incapacità dei paesi dell’Ue di unire le proprie forze. Da qui lo sviluppo parallelo dei modelli Typhoon e Rafale, l’uscita della Gran Bretagna dal programma Fremm e oggi il programma franco-britannico per un Uav di nuova generazione, da cui sono accuratamente esclusi altri partner ugualmente capaci. In questo quadro, il programma F35 costituisce l’unica reale possibilità di restare agganciati alla tecnologia più avanzata: non possiamo lasciarcela sfuggire.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello Iai.

1 Comment

  1. Giovanni Bianco ha detto:

    Si tratta di un intervento poco convincente, che non chiarisce sin in fondo nessuno dei problemi sollevati e soprattutto la logica sottostante alla questione degli F35, quell'”estenuante corsa agli armamenti”, per riprendere la “Populorum progressio” così efficacemente richiamata da Mons.Giudici.

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