Crescente fiducia e impegno comune per la pace – da OR 17.01.2012


oggi é la Giornata dell’Ebraismo, pubblichiamo un articolo dell’Osservatore Romano sul tema
L’OSSERVATORE ROMANO
Crescente fiducia e impegno comune per la pace
La responsabilità particolare
di ebrei e cattolici
Il 17 gennaio la Chiesa in Italia celebra come negli anni passati la «Giornata dell’Ebraismo», che offre un’opportunità particolare per ricordare le radici ebraiche della fede cristiana, per guardare con gratitudine al dialogo sistematico in corso con l’ebraismo dal concilio Vaticano II e per promuoverlo ulteriormente nella situazione attuale attraverso azioni concrete. La «Giornata dell’Ebraismo» è stata finora accolta dalle Conferenze episcopali di Austria, Polonia, Paesi Bassi e Svizzera; in altri Paesi si sta al momento riflettendo sull’opportunità di seguire questo esempio. Il presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, il cardinale Kurt Koch, dietro incarico di Benedetto XVI , ha sollecitato alcuni Paesi, in cui ebrei e cattolici vivono fianco a fianco e sono in dialogo da molto tempo, a prendere in considerazione l’introduzione di tale giornata commemorativa.
Il dialogo ebraico-cattolico è iniziato in maniera sistematica dopo il concilio Vaticano II. La dichiarazione Nostra aetate (n. 4), che rappresenta il punto di partenza e il documento fondante di questo dialogo, fornisce tuttora un indispensabile orientamento per ogni sforzo volto all’avvicinamento e alla riconciliazione tra ebrei e cristiani. Nostra aetate fu promulgata il 28 ottobre del 1965 nell’aula conciliare; da allora, si è continuamente tentato di tradurre questo documento nella realtà concreta. Nel 1966, Papa Paolo VI decise che all’interno del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani venisse istituito un ufficio incaricato di programmare e portare avanti il dialogo con l’ebraismo. Da parte ebraica, ci furono molti partner e organizzazioni che entrarono in contatto con la Santa Sede. Tuttavia, essendo impossibile allacciare un dialogo bilaterale con ognuno di loro, la Santa Sede suggerì che tutte le organizzazioni ebraiche interessate al dialogo si riunissero in un unico organismo che potesse essere riconosciuto come partner ufficiale. Così, nacque nel 1970 l’International Jewish Committee on Interreligious Consultations (Ijcic), che è tuttora il partner ufficiale nel dialogo ebraico-cattolico. A sua volta, la Santa Sede istituzionalizzò il dialogo tramite la creazione della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo il 22 ottobre del 1974. La prima conferenza a livello internazionale tra ebrei e cattolici si era comunque già tenuta nel 1971 a Parigi. Come tema, essa si era prefissata lo studio dei concetti di «Popolo e Paese» dal punto di vista della tradizione ebraica e della tradizione cattolica, come pure la promozione dei diritti umani e della libertà di religione.
L’anno passato sono stati ricordati i quarant’anni di dialogo tra la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo e l’International Jewish Committee on Interreligious Consultations. In quest’arco di tempo, hanno avuto luogo complessivamente venti grandi conferenze in vari luoghi e su varie tematiche. La XXI riunione dell’International Catholic-Jewish Liaison Committee (Ilc) è stata una sessione commemorativa: dal 27 febbraio al 2 marzo 2011 i membri si sono nuovamente incontrati a Parigi per ricordare la storia comune e per individuare le prospettive future di questo dialogo (il tema era «Quarant’anni di dialogo: riflessioni e prospettive future»).
Nel suo discorso iniziale, il cardinale Kurt Koch ha accennato al carattere commemorativo della sessione: «Quarant’anni di dialogo istituzionalizzato non sono molti rispetto alla lunga storia del popolo ebraico e alla storia millenaria della Chiesa cattolica. Ma ciò che è successo in questi quarant’anni può essere realmente visto come un grande miracolo compiuto dallo Spirito Santo». In cosa consiste questo «grande miracolo», egli lo ha spiegato di seguito: «In questi quarant’anni, a seguito dell’innovativa dichiarazione Nostra aetate (n. 4) del concilio Vaticano II quarantasei anni fa, le relazioni sono cambiate in maniera irreversibile non soltanto a nostro reciproco vantaggio ma anche — cosa importante — per il bene di tutti coloro che sono impegnati nella promozione del dialogo interreligioso. Ho l’impressione che in questi quarant’anni molti vecchi pregiudizi e inimicizie siano stati superati, la riconciliazione e la collaborazione siano cresciute e l’amicizia personale si sia approfondita».
Difatti, l’incontro è stato contrassegnato da un’atmosfera di amicizia e di crescente fiducia, che costituisce la base di ogni dialogo. In una dichiarazione comune alla fine della conferenza, è stato fatto riferimento a questa base irrinunciabile e, al contempo, sono state menzionate le sfide comuni: «Uno dei risultati principali della conferenza è stato l’approfondimento delle relazioni personali e del desiderio comune di far fronte insieme alle enormi sfide davanti alle quali si trovano cattolici ed ebrei in un mondo in rapida e imprevedibile trasformazione. Si è inoltre riconosciuto il dovere religioso comune di contribuire all’alleviamento delle conseguenze mondiali della povertà, dell’ingiustizia, della discriminazione e della negazione dei diritti umani universali. I partecipanti sono stati particolarmente sensibili alla richiesta dei giovani di avere una reale libertà e una piena partecipazione nelle loro società». Dal punto di vista teologico, ebrei e cristiani non hanno soltanto un ricco patrimonio comune, come viene espresso in Nostra aetate (n. 4), ma, partendo da questa base condivisa, possono promuovere valori comuni nella società, impegnarsi a favore dei diritti umani e collaborare nel campo sociale e umanitario. Durante l’incontro di Parigi, è stata sottolineata in questo contesto anche l’importanza della libertà religiosa e si è ribadita la convinzione comune che la violenza perpetrata in nome della religione non è conciliabile con l’idea che ebraismo e cristianesimo hanno di Dio: «In molte parti del mondo, le minoranze, soprattutto le minoranze religiose, sono oggetto di discriminazione, minacciate da ingiuste restrizioni della loro libertà religiosa e addirittura vittime di persecuzioni e uccisioni. I relatori hanno espresso profondo dolore davanti alle ripetute istanze di violenza e terrorismo “in nome di Dio”, ivi compresi i sempre più numerosi attacchi contro i cristiani e gli appelli alla distruzione dello Stato di Israele. La conferenza deplora ogni atto di violenza perpetrato in nome della religione come totale corruzione della natura stessa di una genuina relazione con Dio».
Queste affermazioni sono in linea con l’appello rivolto da Papa Benedetto XVI davanti ai partecipanti dell’incontro religioso di Assisi, il 27 ottobre 2011: «Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore!». Il dialogo con le altre religioni è volto a mantenere e diffondere la pace, a promuovere la giustizia e preservare il creato in un impegno comune. L’ebraismo, e insieme a lui il cristianesimo, non vuole soltanto la pace in questo mondo, ma vive anche della speranza nella pace messianica, come dice Isaia, 2, 3-4: «Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». La pace, dunque, come promessa della fine dei tempi, poiché i tempi odierni sono troppo spesso segnati da tensioni, violenze e guerre. L’ebraismo e il cristianesimo sono però chiamati in modo particolare a promuovere la pace già in questo mondo. E ciò essi lo devono fare insieme, poiché sono da sempre dipendenti l’uno dall’altro. L’allora cardinale Joseph Ratzinger ha sottolineato proprio questo strettissimo legame in un suo articolo comparso su «L’Osservatore Romano» il 29 dicembre del 2000: «È evidente che il dialogo di noi cristiani con gli ebrei si colloca su un piano diverso rispetto a quello con le altre religioni. La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei, l’Antico Testamento dei cristiani, per noi non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede».
Da questo rapporto particolare tra ebraismo e cristianesimo deriva, per il dialogo ebraico-cattolico, anche una responsabilità particolare, che consiste nell’impegnarsi insieme a favore della pace nel mondo, senza però perdere di vista la promessa di una pace che ci sarà donata alla fine dei tempi. Se ebrei e cristiani si fanno insieme promotori di pace, allora diventeranno una benedizione per il mondo intero. Nostra aetate è stata nel 1965 il punto di partenza del dialogo con l’ebraismo e, nel corso del secolo passato, ha continuato a influenzare le nostre relazioni nei loro molteplici sviluppi. Quando, nel marzo del 2011, sono stati commemorati a Parigi i quarant’anni di dialogo istituzionalizzato tra la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo e l’International Jewish Committee on Interreligious Consultations, la prima espressione di gratitudine è stata rivolta a Dio, onnipotente ed eterno, che tiene la sua mano protettiva e benedicente sopra questo dialogo e lo accompagna con il suo Spirito, conducendolo verso un futuro ricco di speranza.
NORBERT HOFMANN, SEGRETARIO DELLA COMMISSIONEPER I RAPPORTI RELIGIOSI CON L’EBRAISMO

10 Comments

  1. saglovia ha detto:

    RETTIFICA:

    Quello che mi sfugge è:
    1. perché i rapporti con l’Ebraismo (che non crede in Cristo) sono “curati” dal Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani?
    2. perché – ad esempio – quelli con l’Islam (che considera Cristo un profeta) no.

    Misteri della fede!

  2. Isabella Nespoli ha detto:

    Nel novembre 2004 il cardinale Mejia che é stato segretario della Commissione per il dialogo con l’Ebraismo partecipò ad una conferenza alla Gregoriana, di cui pubblico solo il paragrafo che risponde alla domanda introdotta dal precedente commento sulle ragioni storiche della divisione fra le commissioni per il dialogo con l’Ebraismo e con l’Islam all’interno della Santa Sede. La conferenza nel suo insieme si può trovare nel sito http://nostreradici.it/dialogoebcris-Mejia.htm

    “[…] Per questo motivo, quando il papa (oggi Beato) Giovanni XXIII aveva deciso la creazione del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, come organo di preparazione del Concilio, la questione dell’Ebraismo e dei suoi rapporti con noi, è stata affidata al suo Presidente, il Cardinale Agostino Bea. E questo si deve accuratamente notare per i futuri sviluppi. Da quel momento in poi, infatti, i rapporti con l’Ebraismo sono stati ben distinti e separati dei rapporti della Chiesa cattolica con le altre religioni, e questo nonostante la struttura e il tenore della Dichiarazione “Nostra aetate”, come si diceva un momento fa. Quando poi il Segretariato per l’Unità dei Cristiani è diventato un organismo della Curia Romana, cioè, un Dicastero, i rapporti con l’Ebraismo son rimasti dell’ambito delle sue competenze, benché nel frattempo fosse già stato creato un Dicastero apposito per i Rapporti con le religioni non cristiane, oggi chiamato Consiglio per il Dialogo interreligioso. Alla competenza di questo Dicastero risalgono tutte le religioni non cristiane, fuorché l’Ebraismo. E questo deve essere tenuto ben presente. Infatti, all’interno del Segretariato per l’Unità dei Cristiani si è creato, quasi fin dall’inizio, il 1° ottobre 1969, un apposito Ufficio per i rapporti con l’Ebraismo, affidato dal cardinale Bea, Presidente del Segretariato, al Professore Don Cornelius A. Rijk, che è stato così il primo responsabile, nella Santa Sede, dei rapporti con l’Ebraismo, quando questi rapporti erano una assoluta novità e dovevano quindi ancora trovare la loro strada. L’impegno di Don Rijk era un lavoro di pioniere e sono lieto di ricordare qui il suo nome e i suoi meriti, checché ne sia dei suoi limiti. Tutti quelli venuti dopo siamo, in un modo o nell’altro, indebitati verso di lui. Il compito di Don Rijk era duplice. Da un parte, lui doveva in qualche modo istituzionalizzare nella Santa Sede, sotto la conduzione del Cardinale Bea, i rapporti assolutamente nuovi, con l’Ebraismo

  3. saglovia ha detto:

    Isabella, grazie per la precisazione. Due cose soltanto:
    1. il link da lei riportato non funziona.
    2. quanto da lei scritto spiega il “quid”, ma non il “quia”. 🙂

  4. Isabella Nespoli ha detto:

    mi dispiace che il ink non funzioni anche se é quello, credo che la conferenza per intero del Cardinale sia la cosa migliore per avere una visione ecclesiale e vaticana completa del “quid” e del “quia”, per cui può cercare con qualsiasi motore di ricerca “La Chiesa Cattolica e l’Ebraismo oggi” Jorge Cardinale Mejia 23 Novembre 2004 conferenza offerta al Centro Cardinal Bea della Pontificia Università Gregoriana in collaborazione con il SIDIC di Roma.
    in attesa che Lei possa trovare il testo completo della conferenza Le trascrivo un altro passaggio della conferenza.

    [..]La Commissione: il suo posto nella Curia Romana e la sua struttura. La creazione di una siffatta Commissione era una novità nella Curia Romana ed è uno dei pregi del grande pontefice che fu Paolo VI di aver preso questa misura in ambito istituzionale, in piena coerenza e continuità con la sua teoria del dialogo nella sua enciclica inaugurale ”Ecclesiam suam”. Allo stesso tempo, il papa aveva creato una Commissione simmetrica nell’ambito del Segretariato per i Non Cristiani, per i Rapporti religiosi con l’Islam. In questo modo l’Ufficio preesistente diventava una Commissione con un’identità e una struttura propria. A questo proposito, è importante notare tre cose:

    A) La Commissione, come l’Ufficio precedente, è rimasta nell’ambito del Segretariato per l’Unità dei Cristiani (oggi Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani). Se quindi l’Ebraismo può essere qualificato anch’esso di religione non cristiana, non lo è però nel senso delle altre religioni che possono essere così qualificate. Il suo rapporto con la Chiesa cattolica e con la realtà cristiana in genere è di un altro ordine e di tutt’altra natura. E questo si è voluto affermare creando la Commissione non in seno al Dicastero che si occupa appunto di queste altre religioni ma con quello che si occupa degli altri cristiani, La soluzione non è forse ottima, perché potrebbe creare l’equivoco che tali rapporti mirano anch’essi ad una “unione”, come con gli altri cristiani, il che, come si sa, non è assolutamente il caso con l’Ebraismo. Da un altro punto di vista però vi è un vero rapporto tra l’impegno ecumenico propriamente tale e le relazioni con l’Ebraismo, almeno nel senso che tale relazione è una vocazione comune a tutti i cristiani e può davvero giovare alla riconciliazione tra loro.

  5. Isabella Nespoli ha detto:

    “Il Giudaismo- ha ricordato il cardinale Kasper nel 2004- non è una religione tra le religioni non cristiane ma, come afferma chiaramente il Capitolo 4 della Dichiarazione Nosta aetate, la Cristianità ha un rapporto particolare e unico con il Giudaismo. Non possiamo definire la Cristianità e la sua identità senza fare riferimento al Giudaismo, e ciò non si può dire nel caso dell’Islam, del Buddismo o di ogni altra religione. Il Giudaismo appartiene alla radice stessa della Cristianità.” Per questo la Commissione per il dialogo ebraico cristiano è inserita nel Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, erede del conciliare Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani. Molte conferenze episcopali del mondo hanno seguito questo modello, in primo luogo quella italiana. E del resto, come ricordava in articolo su L’ Osservatore Romano il cardinale Ratzinger nel 2000: “È evidente che il dialogo di noi cristiani con gli ebrei si colloca su un piano diverso rispetto a quello con le altre religioni. La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei, l’Antico Testamento dei cristiani, per noi non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede”.

  6. saglovia ha detto:

    Gentile Isabella, la ringrazio per gli ulteriori riferimenti. Tuttavia, all’attuale stato delle cose, la questione continua a lasciarmi un minimo spaesato (per tutta una serie di motivi che non sto qui a dire). La ringrazio ancora e le auguro buona giornata.

  7. saglovia ha detto:

    ho trovato il link corretto:
    http://www.nostreradici.it/dialogoebrcris-Mejia.htm

    mancava una “r”.
    Spero che – leggendo – possa chiarirmi meglio le idee.
    Grazie ancora.

  8. isabella nespoli ha detto:

    i documenti le daranno le informazioni e le fonti ecclesiali e vaticane della scelta del perché e per come il Concilio e Paolo VI scelsero di fare quelle scelte.
    il cambio dato dal Concilio si iscrive in secoli di insegnamento e di pratiche diverse, ma anche di ‘non conoscenza’ reciproca, per questo la Conferenza Episcopale Italiana quasi unica fra tutte le Conferenze episcopali cattoliche, ha istituito dal 1990 di far precedere la Settimana di Unità dei Cristiani dalla Giornata dell’Ebraismo. Per riflettere e per conoscerci meglio.

  9. saglovia ha detto:

    Gentile Isabella, non appena troverò una mezza giornata libera approfondirò i documenti venuti fuori da questo scambio di commenti. Credo comunque che con l’ultimo suo intervento abbia centrato in pieno il senso del mio disorientamento, quando ha parlato di “secoli […] di non conoscenza”. Quello che mi lascia perplesso è lo scegliere di aumentare reciproca consocenza (che reputo una ottima cosa!!) tra ebrei e cristiani facendo ricadere il dialogo tra ebrei e cristiani nella competenza di un Pontificio Consiglio che dovrebbe occuparsi dell’unità dei cristiani. Insomma, comprendo pienamente le motivazioni, ma non l’attuazione. Personalmente non ho mai fatto studi teologici, magari mi manca qualche “fondamento”. Sia chiaro, non credo che questo o quel Pontificio Consiglio sia una scelta fondamentale, dico solo che questa scoperta mi ha lasciato un po’ sorpreso.
    Grazie acora per le precisazioni.

  10. isabella nespoli ha detto:

    dietro le scelte a volte ci sono le ‘chimiche’ degli incontri fra le persone. Il cardinale Bea fu il grande architetto teologico, ecclesiale,e quindi iniziatore, del dialogo ecumenico e del dialogo con gli ebrei.
    dialogo all’inizio molto fragile, nell’opera fu accompagnato dal padre Riik, da altre figure che hanno contribuito da parte cattolica nell’inizio di questo dialogo come il cardinale Willebrands e il padre De Contenson.

    vedrà che il testo del cardinale Mejia Le fornirà in note, tutta la bibliografia necessaria per seguire la ricostruzione storica del cammino iniziato da questi uomini di Chiesa.
    se va nel sito della Santa Sede http://www.vatican.va
    troverà nella sezione, Curia, sotto la voce Pontifici Consigli, dentro la parte del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, anche la sezione che riguarda la Commissione per il Dialogo con l’Ebraismo, i documenti più vecchi, sono in lingua originale, in inglese e francese.
    detto questo la conoscenza non si può limitare solo ai documenti, diluendo Levinas, prima o poi, dovrà passare, dall’incontro con l’altro, di fronte all’altro.

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