Contratto sociale e contratto morale. De Gasperi e il cattolicesimo politico


di Giuseppe Tognon,
pubblicato ne «l’Unità», 8 gennaio 2012

 

 

Nel vuoto politico attuale è giusto aggrapparsi alle parole del Presidente Napolitano e guardare la realtà senza i “dogmatismi e gli schematismi” che in tempi passati impedirono alla politica italiana, dominata da pregiudizi ideologici, di riconoscere il valore e l’efficacia di idee ed azioni originali. E’ un richiamo forte alla continuità storica della Repubblica, ma anche un richiamo da completare, perché occorre guardare a fondo nel “roveto ardente” della politica italiana per cercare gli ideali e le passioni che possono spingere le nuove generazioni. Nella transizione italiana, iniziata con la fine dei due grandi partiti della DC e del PCI, abbiamo sperimentato tutti gli idoli politici possibili, tranne quello coerente con la nascita e con la fine della prima Repubblica, l’ effettiva democratizzazione e costituzionalizzazione dei partiti. Abbiamo adorato l’idolo delle riforme elettorali, delle riforme istituzionali, della semplificazione, dell’Unico al comando, della fusione omeopatica delle grande famiglie politiche, dei migliori e dei tecnici, dell’antipolitica… La politica italiana è come un manuale di scienza politica che contiene tanti capitoli tranne quello fondamentale: che cosa è un contratto sociale e perché non ne possiamo fare a meno?
Un grande filosofo politico del Novecento, John Rawls, nel 1971 suggerì un esperimento mentale molto adatto alla società attuale in cui la retorica della felicità a buon mercato, della globalizzazione benefica e della società liquida hanno finito per far credere che tutto ciò che di buono sentiamo dentro e verso cui siamo intimamente attratti sia un imbroglio o un’ illusione. Immaginiamo – egli scriveva – che tutti gli individui siano posti sotto un “velo di ignoranza” che nasconde una realtà di forti interessi e che “nessuno conosca più il proprio ruolo nella società, la propria posizione di classe o il proprio status sociale, nessuno conosca la propria sorte nella distribuzione dei beni naturali, le proprie capacità, la propria intelligenza o la propria forza o altro”: che cosa succederebbe? Che presi dalla paura saremmo costretti a cercare sicurezze e a garantire che nessuno prenda il sopravvento e dunque a fondare regole e patti, a firmare contratti rigorosi. Ciò che Rawls ipotizza come fondamento del contratto politico non richiede dunque grande sapienza intellettuale bensì una preoccupazione per la vita e può essere raggiunto anche in altri modi e da altre strade, ad esempio da una visione religiosa per la quale il contratto sociale è il frutto di una espansione “politica” del legame comunitario che spinge gli uomini a interessarsi gli uni degli altri, ad amarsi, a combattere le forze del male.
Per fortuna in Italia, sia a sinistra sia a destra, i campi di battaglia non sono mai riusciti a contenere e ad imprigionare l’intelligenza politica: sono separati da trincee di carta e sono stati attraversati da incursioni vivificanti che non possono essere liquidate come eretiche o come eccezioni. E’ giusto che alle prese con difficili scelte di tipo economico e sociale sul lavoro, sul debito pubblico, sull’evasione, sulle liberalizzazioni, si torni a citare Luigi Einaudi, l’economista liberale che contribuì a consolidare la Repubblica e a rilanciare l’economia. Tuttavia il ricorso a formule fa dimenticare che il fondamento della nostra unità non è nelle idee di qualche uomo di eccellenza, ma nell’adeguamento dei principi politici alla passione per la libertà e per la giustizia di un popolo colpito da grandi sventure ma sostanzialmente unito intorno a esperienze comuni. Più che i singoli uomini andrebbero citati e rispettati quei soggetti collettivi – sindacati, associazioni, cooperative, partiti, circoli – che insieme alla Chiesa hanno fatto grande la storia politica italiana e che malgrado le degenerazioni non possono essere delegittimati e ridotti a lobbies. Più di Einaudi bisognerebbe forse ristudiare Alcide De Gasperi. Il leader cattolico che guidò il paese nel passaggio alla democrazia, che impostò la politica estera atlantica ed europea dell’Italia e che costruì il più grande partito di ispirazione cristiana dell’Occidente, non fu soltanto un credente sincero, ma colui che portò a maturazione un’ intera tradizione politica, quella cattolico-liberale, a cui ancora mancava la prova del governo, e che ne rilanciò un’altra, quella del cattolicesimo sociale, offrendo ad una generazione di successori l’occasione per confrontarsi con il superamento di quel banale realismo politico che dominava le relazioni internazionali nel periodo della guerra fredda e che a partire dagli anni Sessanta per fortuna lasciò il passo ad una visione più matura e più complessa delle relazioni sociali. La storia del socialismo, del liberalismo e del cattolicesimo politico è molto complessa e non può essere banalizzata nell’ opposizione tra chi esalta il potere necessario dello Stato contro i vizi del potere privato e chi al contrario non li vede e accusa i poteri pubblici di voler attentare all’autonomia degli individui. Non basta d’altra parte dire con Gramsci che l’errore sta nel separare la società politica dalla società civile: è bene prendere atto che la società civile ha un primato originario sulla società politica nella misura in cui quest’ultima non ha un potere autonomo e che tutto il potere le deriva da una realtà dove non esistono mai solo individui, ma sempre relazioni tra individui e dove uomini e donne lottano e si amano nella concretezza quotidiana.
E’ troppo facile rievocare i grandi nodi di un programma politico pensando di poterne parlare come Cartesio parlava delle idee chiare e distinte: in politica le idee di fondo sono poche, dense e sempre storicamente indeterminate e quindi più che alla loro definizione astratta è necessario interessarsi a chi le porta avanti e al come. La politica è nuda: non ha altro vestito che quello con cui nasce l’uomo, la pelle, e vale per essa ciò che vale per la fede religiosa, di cui è in un certo modo sorella, e cioè che si può credere e operare bene anche senza conoscere per filo e per segno il perché – senza essere professori o teologi–, mentre non si può operare bene senza sentirsi parte di una comunità, senza legami, perché l’unico modo per sentirsi liberi è quello di sentirsi coinvolti ed amati. Il deficit della politica oggi non è soltanto intellettuale, ma emotivo. La maggior parte delle persone non capisce nulla dei dibattiti tra liberismo economico e economia sociale di mercato, ma è attentissima al vissuto e alla storia degli uomini importanti. Più che la ideologia oggi conta la biografia e non è un cambiamento di poco conto. Li guarda, non li studia, e quello che oggi manca loro è il senso della realtà e del limite, distrutti da una cultura che ritiene che tutto ciò che non è politico o economico sia insignificante o superato, che fuori dalla politica o dall’interesse non vi sia alcun patto che valga. Il tradimento politico non è solo quello di occupare posti di potere senza averne la capacità e la dignità bensì la pretesa che il contratto politico possa dettare legge sull’educazione, sulla famiglia, sul lavoro, sulla vita e la morte, così da togliere ai cittadini lo spazio necessario per confrontarsi e riconoscersi uguali nelle differenze, prima di ogni elezione ed oltre ogni elezione politica. Il lento e perverso sostituirsi della scorciatoia politica alla fatica della socialità e della verità ha spento ogni vitalità e ogni gratuità.
L’azione politica deve restituire alla società civile ciò che le è stato espropriato attraverso l’inganno della deresponsabilizzazione, quella profondità di senso e quello spessore storico togliendo i quali è venuta a mancare la prospettiva di una vita morale autonoma della società. Se gli uomini politici manifestano con chiarezza a quali visioni del mondo e quali valori universali intendono sostenere, se anche sbagliano saranno testimoni della distanza che c’è tra un grande ideale e la fragilità umana e stimoleranno altri a provarci. Il quadro politico nazionale potrà riconfigurarsi in maniera stabile quando ciascuna delle forze politiche presenti, spesso a caso, nelle varie formazioni parlamentari avrà, ciascuna per la propria parte e senza mascheramenti, risposto alla domanda sul “da dove veniamo?” e alla domanda “in che cosa crediamo”. Allora si potrà riscrivere non soltanto il programma di una legislatura, ma prepararsi ad impostare il programma di un’ Italia diversa.

1 Comment

  1. Emanuel ha detto:

    Cari tutti, penso possa interessarvi la mia tesi di laurea su Alcide De Gasperi e la nascita del Partito Popolare Trentino: http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=40733 Buona lettura!

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