Luca’s day


Sulla presentazione di ieri del libro di Luca Diotallevi sono usciti oggi 4 articoli.
Riproduco qui sotto i link e allego l’integrale del mio pezzo, che Europa ha sintetizzato in qualxche punto.
Cari saluti

Europa
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=17OWJP
Avvenire
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=17P7XF
Il Foglio
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=17P4NX
Il Riformista
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=17OTG6

Il libro di Diotallevi. Cinque condivisioni e due perplessità
di Stefano Ceccanti

Il bel libro di Luca Diotallevi (“L’ultima chance. Per una generazione nuova di cattolici in politica”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011) si può riassumere in cinque punti (per me condivisibili) e in due perplessità.
1. Il berlusconismo come supplenza
Anzitutto (a p. 9) Diotallevi ci spiega che il berlusconismo è stato una supplenza della politica, dentro una transizione infinita e incerta, che non ha però assicurato nessuna uscita riformista dalla crisi. Una supplenza, non una mera parentesi che sarebbe risolubile tornando indietro a un passato idealizzato. In fondo la seconda fase della Repubblica ci lascia i problemi insoluti della prima, dovuti all’assenza di un durevole ciclo riformista.
2. Condizioni sociali di un ciclo riformista: uscire dalla minoranza sociale di difesa del modello tradizionale di Stato sociale
Questo ciclo non si può impostare oggi dentro la cittadella della difesa del modello tradizionale di Stato sociale europeo, con piccole correzioni incrementali: non solo perché non tiene in sé, ma perché su una linea di questo tipo, di conservatorismo socialdemocratico, si tiene solo una coalizione sociale stabilmente minoritaria in tutta Europa più vicina al 30% che al 50 e per di più incapace di spinta propulsiva (p. 18). Sbagliata pertanto la reazione istintiva di condanna in blocco della realtà leghista, una delle prime che ha segnalato il problema del’indifendibilità degli assetti centralisti e statalistici, e che in questo senso è in larga parte interna, non esterna all’eredità e al travaglio del cattolicesimo in politica, anche se non si tratta di essere indulgenti e di ritenere che lì siano state date risposte efficaci (p. 83)
3. Condizioni istituzionali e politiche: né nostalgia centrista né scorciatoia lobbysta e sulla retorica dei princìpi
Né si può pensare di utilizzare leve datate come le nostalgie per i vecchi partiti, per i voti di preferenza individuali, per la proporzionale pura (p. 19) che conducono a impotenza e micro-personalizzazione. Le nostalgie centriste sono regressive, le rendite di posizione dei politici centristi sono dannose per il potere di scelta degli elettori centrali (p. 94) il pluralismo è un’acquisizione irreversibile anche per i vescovi (pp. 22 e 89) ed anche la scorciatoia lobbystica che agisce sulle domande politiche invece che sull’offerta (in sostanza, se ci riesce, per mettere veti a leggi sgradite, essendo ben più difficile approvarne altre gradite) non è all’altezza della storia del cattolicesimo italiano né della sfida dei tempi (p. 30). Anche la curvatura, collegata a quest’impostazione lobbystica, dello spostare tutto sui princìpi anziché sulle soluzioni non va da molte parti e comunque, come nel caso della legge 40, finisce in ogni caso per produrre mediazioni necessariamente opinabili, non per ripetere principi puri (p. 105). “Le scelte non possono mai essere presentate come diretta e univoca derivazione da princìpi..implicano un esercizio responsabile della libertà” (p. 89).
4. Il Pd: promessa più sistematica ma incompiuta di un soggetto riformista
Il tentativo più sistematico per rispondere alle sfide lo ha fatto il Pd perché ha osato le innovazioni tipiche delle democrazie competitive: unificare la leadership interna del segretario con quella del candidato premier (che era saltata dopo De Gasperi e senza la quale il partito ‘buono’ può differenziarsi dal governo ‘ cattivo’), affidarne la scelta in modo estroverso la scelta agli elettori anziché ai soli iscritti, rischiare di avere nemici conservatori a sinistra (che è il pendant necessario della rottura dell’unità politica dei cattolici al centro), completare la transizione in chiave di democrazia governante e di federalismo equilibrato (pag. 53). Però poi il Pd ha avuto paura, sin da alcune incertezze e contraddizioni della fase originaria (le prime primarie non realmente competitive, l’alleanza con l’Idv..) e non c’è stata un’offerta riformista stabile e coerente.
Se l’offerta non c’è, se le speranze sono deluse anche la domanda diventa confusa e contraddittoria e rischia di cedimenti (anche cattolici) agli stereotipi statalisti, perdendo ad esempio il senso della costitutiva non conciliabilità tra l’impostazione poliarchica e sussidiaria almeno dalla “Centesimus Annus” alla “Caritas in Veritate” in materia di beni comuni (che non possono essere esclusiva dello Stato gestore) e le elaborazioni stataliste in materia che invece giungono a impostazioni opposte. In ambito cattolico come discendenza più o meno diretta dalla matrice dossettiana (pag. 60) che è datata tanto quanto la socialdemocrazia tradizionale.
In realtà dalla combinazione tra cattolicesimo impegnato in politica e riformismi di matrice diversa sono possibili varie combinazioni, almeno due: una è quella regressiva fondata sulla comune propensione statalistica, e un’altra invece è quella di riformismo liberale conscio dei limiti costitutivi della politica e soprattutto delle gestione pubblica diretta dei beni che definiamo pubblici.
5. Due perplessità: equidistanza o equivicinanza, soggetti misti
Le due perplessità sono in primo luogo sulla ricostruzione del passato post-1994 (p, 22). L’accettazione del pluralismo in realtà non è stata nel segno dell’equivicinanza esigente ai cattolici impegnati in politica, la retorica dei princìpi è servita a mascherare un’opzione preferenziale per lo schieramento di centro-destra. Di conseguenza non vi è dubbio che le nostalgie centriste sarebbero regressive, ma non perché si tratti di mantenere un’equidistanza già acquisita. Si tratta di creare un’equivicinanza sin qui non sperimentata come opzione di fondo.
In secondo luogo (pp. 105-106) non credo che si possa impostare la questione del rilancio riformista intorno al Pd come un rilancio ‘cattolico’ a cui aggregare altri. Come dimostrano alcune esperienza, certo limitate e parziali, come il quotidiano ‘Europa’ o Libertà Eguale, queste imprese sono costitutivamente miste, così come lo sono le espressioni culturali Old Labour. Su questo l’Italia, nonostante il diverso peso del cattolicesimo impegnato in politica, non fa eccezione.

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