Governo Monti: il parere di Pietro De Marco


Pietro De Marco
Meditazione sul governo del professore.
La svolta impressa al nostro sistema politico dalla costituzione del governo Monti im-pone di riflettere sulla legittimità e i limiti del nuovo esecutivo, in termini formali, per quanto possibile al di là di strategie ‘immediate’ di opposizione o di favore.
Mi permetto di sostenere, come premessa politica, che la ‘sospensione della democrazia’, che legittimamente preoccupa molti, non è il nostro principale problema, oggi. Non solo perché il processo formale che ha prodotto l’attuale governo non ha visto alterazioni del quadro costituzionale, ma perché – più profondamente – non va dimenticato che sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione, che è formula rigorosa (è noto che Carl Schmitt fu grandissimo costituzionalista) non elogio del colpo di stato. Ovvero: nell’incombere della necessità, al di sopra della sovranità delle leggi (realizzata nell’ordinamento e tramite l’ordinamento) vi è la sovranità del corpo politico nella sua rappresentanza; ovvero si torna all’esercizio primo, originario, della politica. Nessun ordinamento ha la qualità inalterabile dei diritti di natura; nel suo profilo essenziale e nel suo fondamento esso è conseguenza della decisione politica. Se forze conformi all’ordinamento, in una congiuntura, si trovano nell’impossibilità di provvedere al bonum commune, ciò che vincola, che produce lo stallo va sospeso. Nel nostro caso: se il mandato popolare produce una rappresentanza immobilizzata, il decisore deve, quindi può, essere temporaneamente un attore politico nuovo, emancipato o immunizzato dagli effetti perversi (vale a dire: in negativo difformi dai calcolati) della connessione eletti-elettori.
La coscienza del Notfall, del caso di necessità o di emergenza su cui vi è in Italia un dif-fuso accordo, portata alle sue conseguenze dalla rappresentanza politica – dalla sua ma-gistratura più alta al Parlamento – con l’insediamento del governo Monti, dovrebbe aiu-tare a non aprire oggi un nuovo, dannoso, capitolo di deprecazioni al posto di diagnosi e di calcolo delle soluzioni.
Il problema di massimo rilievo è piuttosto quello di definire i termini dello stato d’eccezione e del mandato di un esecutivo (del Presidente, più che del Parlamento) in sé esonerato, ai fini del bonum commune, da ogni preesistente ‘patto’ cioè vincolo dei par-titi, più che degli eletti, con gli elettori. Lo stato d’eccezione è ravvisato, o simboleggia-to, nella cosiddetta ‘crisi di fiducia’ dei mercati finanziari verso la nostra (di stato so-vrano debitore) solvibilità. Il mandato riguarda la manovra idonea a restituire quella ‘fi-ducia’; ‘so io come farmi ascoltare dai mercati’, sembra abbia detto il prof. Monti. Bene; questo è il compito, nei termini concertati in cui il governo di un paese europeo non può che operare. S’intende che la ‘crescita’ non sarà mai l’effetto delle scelte di un esecutivo e che i suoi tempi sono comunque non brevi, comunque imprevedibili. Né il governo d’eccezione potrà giustificare la propria permanenza en attendant la crescita. Dovrà compiere, se vi riuscirà, quegli atti di organizzazione, liberalizzazione e ‘facilitazione’ da molte parti richiesti come precondizioni, ma – sottolineo – temuti dalla società civile, nella sua maggioranza, e dalle forze che la rappresentano. Una società molecolare, la nostra, in cui non vi è minima porzione o segmento che non abbia ottenuto nei decenni leggi, provvedimenti, allocazioni per i propri singolarissimi bisogni. La classe politica ha ascoltato e ascolta troppo, non troppo poco, il ‘paese reale’ nel suo individualismo di persone e di corpi sociali. Così qualsiasi rimozione del fitto e immobilizzante tessuto di ausili (incoerenti e spesso disfunzionali) elargiti ai membri di ogni ceto, genera dissenso e rivolta. Il governo Monti, nella sua ‘neutralità’ che è la formula stessa della sua politicità, e che partecipa in certa misura della ‘irresponsabilità’ del Presidente della Repubblica, ha in effetti il compito ingrato, e necessario, di non ascoltare l’infinita e contraddittoria tessitura dei condizionamenti e dei ricatti dal basso, dal ‘particulare’. I partiti, proprio come tali, hanno preso atto – non importa con quali sentimenti – dell’esonero dalle regole (politiche) di rappresentanza di cui fruisce pro tempore il Presidente del Consiglio.
Dunque, sotto ogni profilo principale, il governo del Presidente ha il mandato di togliere dalle secche, e proseguire l’uscita del paese dalla prima Repubblica. Indipendentemente dalle attese e dai propositi individuali di mandante e mandatari. Ma, simmetricamente, nessuna attività ministeriale ‘innovativa’, al di fuori dell’orizzonte dei ministeri econo-mici e di altri funzionalmente collegati (infrastrutture ecc.), fruisce di questo esonero. Dalla bioetica a decisioni rilevanti di politica estera, da scuola e università a giustizia e interni, Monti non è legittimato ad alterare significativamente le linee del passato go-verno. Lo stato di necessità, dunque, in tanto legittima il ‘ governo del Presidente’ in quanto ne circoscrive e vincola politicamente il campo d’azione. Certamente alcuni mi-nistri (non economici) saranno tentati, come singoli, di operare al di là di una ‘ordinaria amministrazione’, già in sé complicata, per introdurre linee e stili propri; ma sanno che saranno fermati nel Parlamento, ora da un suo fronte ora da un altro. La tentazione di giocare su due e più ‘forni’ sarà forte (la legge A con la sinistra, la B con la destra, la C con maggioranze occasionali) ma incompatibile col Notfall legittimante e istituente. Monti deve realizzare, o porre su binari inequivoci, quanto gli schieramenti politici, perversamente sensibili ai loro elettorati, non vorrebbero o potrebbero (non hanno voluto o non hanno potuto) fare, come si è dimostrato. Il sovrappiù sarebbe politicamente un ‘abuso di autorità’.
Nel complesso si tratta di un balance ingegnoso e realistico perché asimmetrico, quindi non immobilizzante come molti bilanciamenti. Può funzionare.

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