Gianluca Salvatori su Il Trentino ricorda Maria Eletta Martini


Ho conosciuto Maria Eletta Martini agli inizi degli anni 80. Era in parlamento già da molti anni ma non aveva perso curiosità e attenzione per la realtà fuori del Palazzo. Veniva da una scuola in cui politica e mondi della vita erano considerati livelli comunicanti. Partigiana prima, poi militante in un partito verso cui era attratta dalla dimensione popolare, negli anni in cui ho lavorato al suo fianco ho imparato che il mestiere del politico può essere nobile. Di più, mi ha insegnato che può restarlo anche quando deve fare i conti con il suo opposto.

Erano anni difficili. Terminata la stagione del terrorismo, stava cominciando quella lunga fase di incertezza che poi sarebbe diventata permanente nella vita italiana. I governi Craxi avevano segnato il declino dell’era democristiana e l’avvento di nuovi stili di vita pubblica, che presto sarebbero stati ampiamente assimilati. La cesura tra politica e società iniziava a mostrarsi sempre più profonda. Sul piano dei rapporti con il mondo cattolico, che la Martini era incaricata di seguire per conto della Democrazia Cristiana, stava tornando in auge quella cultura neo-concordataria che i vertici ecclesiastici avevano scelto come strada per assicurare alla Chiesa, nell’incertezza dei tempi politici, più spazio e maggiori garanzie. Una svolta che avrebbe segnato il mondo cattolico per i tre decenni successivi.

Ricordo bene quando tornava dagli incontri oltretevere scuotendo la testa. Lei, cattolica democratica abituata a difendere gelosamente un’idea di laicità in cui valori e principi non vanno esibiti per negoziare vantaggi a proprio beneficio, non si adattava ad accettare l’uso spregiudicato dell’identità come strumento di trattativa. Mal sopportava che i principi ideali venissero separati dal faticoso processo di mediazione culturale, da cui ciascuno esce trasformato nel confronto con l’altro, per essere invece branditi come clave.

Stava scomparendo il mondo in cui l’allieva di Aldo Moro era cresciuta, dove la politica era considerata soprattutto come strategia e visione del futuro, con il fine di trasformare la realtà attraverso il confronto delle idee anziché attraverso lo scontro degli interessi. E non era affatto chiaro da cosa quel mondo sarebbe stato sostituito.

Dalla vita parlamentare si ritirò nel 1993, alla vigilia di Mani pulite. Contraria alla rassegnazione, Maria Eletta Martini fu spinta dalla sua passione civile ed ideale a guardare ai movimenti profondi della società per rintracciare forze capaci di contrastare l’involuzione del sistema politico. Da ex partigiana, consapevole della responsabilità per la costruzione del nuovo, sentiva la necessità di individuare percorsi alternativi di rigenerazione dello spazio pubblico. Di qui l’impegno per far emergere a livello nazionale l’esperienza del volontariato e delle realtà sociali, al quale si è dedicata fino alla morte avvenuta due giorni fa.

Quell’idea, se anche non fu sufficiente ad evitare l’agonia della Prima Repubblica e a correggere la deriva della lunga transizione in cui ancora viviamo, oggi merita di essere rivisitata. Mentre si apre di nuovo il passaggio verso un nuovo approdo politico, di cui non conosciamo il profilo, la questione di colmare il solco tra politica e società pesa come un macigno sul nostro futuro. E’ difficile però scorgere all’orizzonte dei personaggi in grado di affrontarla con l’integrità intellettuale, la modestia personale e la capacità di sintesi politica di Maria Eletta Martini.

Gianluca Salvatori
Twitter gsalvatori

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