da Matteo Maltinti, studente di giurisprudenza di Bologna


IL DIFFICILE RUOLO DEL CATTOLICO IMPEGNATO IN POLITICA

Oggi più che mai il cattolico che decide d’impegnarsi in politica sente su di sé il peso delle profonde responsabilità che tale scelta comporta; in un contesto estremamente accidentato, dove si è esposti al fuoco incrociato dei clichè anticlericali di una società a tratti pervasa dal fumus intolerantiae e ai richiami severi di una gerarchia ecclesiastica non sempre abituata all’idea della fine dell’unità politica dei cattolici e talvolta ostile rispetto ai margini di autonomia della politica su certe tematiche, il ruolo del cattolico che decide di fare politica si prospetta come molto arduo. Appare necessario conciliare i propri principi (irrinunciabili, ma d’altronde credere è una scelta e non un obbligo) con le esigenze della politica, l’arte della discussione per eccellenza, dove tutto viene messo in discussione e dove parlare di “principi non negoziabili” risulta complicato, tenendo conto della multiforme realtà circostante.
Il credente che si accinge a rappresentare i cittadini presso le istituzioni dovrebbe innanzitutto svolgere tale funzione con serenità e disponibilità al confronto, necessario per evitare arroccamenti che riportano col pensiero a periodi bui della nostra storia; d’altro canto, la politica (e soprattutto i partiti) dovrebbero garantire, in ossequio ai dettami costituzionali concernenti l’esercizio del mandato, che al termine di un percorso di confronto e discussione possa esserci in ogni caso libertà di coscienza sui temi eticamente sensibili se non si è raggiunta una sintesi soddisfacente; ma libertà di coscienza vera, senza additare a posteriori come traditori coloro che si sono avvalsi di tale libertà o esponendoli al pubblico dileggio in forza dei loro principi morali.
Si parla tanto di autonomia della politica, di laicità dello Stato, di eccessive ingerenze ecclesiastiche nelle decisioni riguardanti la comunità : fatto salvo il principio per cui la Chiesa come tutti ha il diritto di dire la sua su questioni che riguardano la collettività, bisogna considerare che il più delle volte è la politica a invocare e strumentalizzare posizioni di esponenti della Chiesa a fine propagandistico. In quest’ottica si spiega ad esempio il fatto che il responsabile economico di un partito citi impropriamente un documento del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace per avvalorare le proprie (discutibili) tesi, dimostrando oltretutto di avere scarsa conoscenza della dottrina sociale cattolica. Compito dei cattolici politicamente impegnati deve quindi essere anche quello di costruire una vera autonomia della politica evitando le banalizzazioni e le semplificazioni illogiche dei propri principi e impedendo ricostruzioni fantasiose in merito : oggi c’è chi tenta di affossare anni di positivo sviluppo della dottrina liberale (e non liberista, si badi bene) sostenendo che la Chiesa sarebbe per sua natura a favore della socialdemocrazia o dei principi statalisti; un tentativo di riprodurre una sorta di pensiero unico cattolico a fini politici, dimenticando al contempo il ruolo chiave di personaggi come Rosmini, don Sturzo, De Gasperi e lo stesso Aldo Moro, nonché il valore di documenti come la Rerum Novarum di Leone XIII, la Populorum Progressio di Paolo VI e la Caritas in Veritate di Benedetto XVI, dove viene sì criticato il liberismo fine a sé stesso ed esclusivamente utilitaristico, ma che mai si pronunciano a favore di determinate posizioni neostataliste, rilanciando anzi i valori della libertà e della tutela della dignità personale dell’individuo.
Essere cattolici impegnati in politica oggi è possibile, per quanto difficile; occorre semplicemente affidarsi al buonsenso e a un criterio che, salvaguardando le proprie prerogative di credenti ,permetta allo stesso tempo un sereno esercizio delle proprie funzioni, tenendosi alla larga da tentazioni banalizzanti o semplificatorie.

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