4 commenti sulla manovra più il mio intervento al Pd Pisanova


Vi propongo qui i link a quattro commenti sulla manovra: quello più tecnico di Alessandro Barbera, quelli più politici di Mauro Calise e Stefano Folli, quello a cavallo tra tecnica e politica di Pietro Ichino.
Allego poi il testo che ho inviato al Pd di Pisanova nell’incontro imperniato sul dialogo laici-cattolici dopo la fase berlusconiana, non potendo essere direttamente presente visto che il Presidente del Consiglio arriva in Aula alle 18.

1. Alessandro Barbera su “la Stampa”
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=17T6LG
2. Mauro Calise su “Il Mattino”
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=17TA3H
3. Stefano Folli sul Sole 24 Ore

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=17TAHE

4. Pietro Ichino sulla sua Newsletter
http://www.pietroichino.it/?p=18429

Intervento inviato al Pd di Pisanova

Carissimi,

mi limito a qualche osservazione più di fondo, di medio periodo, nella speranza di fare qualche commento più immediato e contingente col collegamento Skype.

La prima osservazione, a partire dal vostro titolo, è sulla stagione post-berlusconiana che si è aperta. Una fase nuova non significa che quella precedente sia archiviabile come una mera parentesi. Non faccio qui un bilancio di cosa quella fase abbia significato, mi limito però a segnalarne l’eredità peggiore, la sottovalutazione della crisi, su cui sia Berlusconi sia Tremonti hanno avuto la loro gravissima responsabilità e che per certi versi è andata ben al di là dell’elettorato di centrodestra. Davanti a noi c’era e c’è lo spettro del fallimento del Paese, niente di meno. E’ rispetto a questo rischio immediato che va valutata l’azione del Governo, non ad altri parametri immaginari. E il rischio ci sarebbe lo stesso, identico, anche con un Governo espresso solo dal Pd. Per questo giustamente il Presidente Monti ha chiamato il decreto “Salva Italia”

Era chiarissimo da tempo che l’aria in Europa era cambiata e che non potevamo più contare sulla tolleranza per le nostre inadempienze. Un anno e mezzo fa avevamo siglato un patto, il cosiddetto Euro plus, su varie questioni, compresa la riduzione effettiva del debito e avevamo sottoscritto impegni serie nei vari Consigli europei, ma il Governo faceva finta che i provvedimenti dovessero seguire solo dopo il 2013, con la nuova legislatura. Tremonti, che sapeva tutto (perché aveva aiutato a predisporre il Patto e gli altri impegni) lo faceva probabilmente perché pensava che a un certo punto il bubbone sarebbe esploso e solo lui sarebbe stato in grado di subentrare a Berlusconi a maggioranza invariata; quest’ultimo ha forse capito troppo tardi, ma ha comunque continuato a descrivere un’Italia che non c’era più.

La prima novità del Governo Monti è stata innanzitutto il tornare alla realtà, a parlare con chiarezza il linguaggio della verità, quello stesso linguaggio che aveva sempre usato il Presidente Napolitano e che, per questa ragione, era rimasto l’unico interlocutore credibile all’estero. La verità è semplice e preoccupante al tempo stesso: non è scontato che la zona euro rimanga unita e che l’Italia nel suo insieme continui a farne parte, rischiando il declino e perfino la stessa rottura dell’unità nazionale. La pedagogia che il Presidente della Repubblica ha condensato nei suoi interventi sul cento cinquantenario (ora raccolta nel volume “Una e indivisibile” edito da Rizzoli che merita di essere letto approfittando di queste vacanze, il periodo migliore per le letture) non aveva e non ha nulla di retorico passatista, aveva ed ha in mente la radicalità di queste sfide presenti, radicalità che ora ha incontrato il suo strumento possibile, il Governo Monti. Un esecutivo che ha ben chiaro qual è il nostro diritto e dovere: comportarci da europei in Italia, prendere sul serio gli impegni assunti, per poter essere poi italiani i Europa, chiedendo all’Europa di progredire nel senso di un federalismo politico, di una maggiore integrazione, fino all’elezione diretta del Presidente dell’Unione, non secondo lo schema intergovernativo che ha prevalso in quest’ultimo periodo.

La seconda osservazione, sempre relativa al vostro titolo, è la nuova sintesi riformista tra laici e cattolici che il Pd ha promesso senza essere riuscito pienamente a realizzare. Tendenze riformiste erano ben presenti in tutti i principali partiti della prima fase della Repubblica, ma un ciclo riformista stabile di almeno due legislature non c’è mai stato: ci ricordiamo la scelta europea ed atlantica della prima legislatura, lo slancio del primo centrosinistra con la media unica e lo statuto dei lavoratori, la vittoria sulla sfida terroristica nella stagione della solidarietà nazionale, la presenza degli italiani nel Parlamento Europeo per spingere verso l’integrazione politica, ma la divisione tra i riformisti li rendeva più deboli, ciascuno alle prese con conservatorismi diversi nel rispettivo partito di appartenenza. Ricordiamo le incomprensioni di cui furono vittime nel Pci Napolitano, Lama e Altiero Spinelli,nella Dc e nel mondo cattolico De Gasperi, Sturzo e Moro e così anche varie altre forze nei partiti laici e socialisti. L’unità ideologica della sinistra con riferimento (anche se sempre più critico) al comunismo si intrecciava con la prosecuzione sempre più stanca dell’unità politica dei cattolici. Non a caso entrambe sono cadute insieme. E qui bisogna fare attenzione perché ogni volta che sembra riproporsi la prima, una sorta di unità aprioristica della sinistra, sia pure non più sulle vecchie basi ideologiche, come nel caso dell’incontro di Vasto con Sel e Idv, può riproporsi anche la seconda. Qui sta anche un certo grado di inevitabile ambiguità del cosiddetto incontro di Todi, che ha certo positivamente segnato una rottura irreversibile col berlusconismo anche da parte di alcuni settori cattolici che l’avevano individuato per varie ragioni come una sorta di male minore, ma un incontro che aveva in sé anche il rischio di rilancio di una prospettiva centrista e terzopolista che non assicurerebbe affatto un progetto riformista. Sappiamo infatti che il bipolarismo muscolare della seconda fase della Repubblica, dove ha brillato solo il primo Governo Prodi del 1996-1998, non porta a riforme durature, ma sappiamo anche che senza la praticabilità dell’alternanza il sistema si inceppa e le rendite politiche di posizione (di chi sta permanentemente in maggioranza e di chi sta sempre all’opposizione) impediscono novità incisive. Ne approfitto per segnalare un’altra lettura, il libro di Luca Diotallevi (“L’ultima chance. Per una generazione nuova di cattolici in politica” edito da Rubbettino, che invita il Pd, dentro un sistema bipolare, a realizzare ciò che aveva promesso, individuando puntualmente i nodi di cultura politica delle culture di provenienza, tenendo a una politica efficiente e non invadente, con istituzioni chiamate di norma a regolare, a incentivare la responsabilità dei singoli e dei gruppi, più che a gestire direttamente.

Una terza considerazione di scenario. Il Governo Monti si è realizzato perché l’alleanza Pdl-Lega guidata da Berlusconi aveva fallito, ma anche perché tutte le forze che progressivamente si erano allontanate in modo drastico da quel Governo riferendosi nelle istituzioni solo ormai al Quirinale (l’Unione europea e l’amministrazione Obama, il mondo dell’economia, le più varie espressioni molecolari dell’impegno dei cattolici) ritenevano però che l’alleanza di Vasto (magari confusamente integrata dopo il voto da un’ulteriore estensione al Terzo Polo) non sarebbe stata un’alternativa reale per affrontare una situazione di potenziale e imminente fallimento del Paese. Difficile negarlo quando, ad esempio, l’alleanza Pdl-Lega aveva retto malamente e confusamente al necessario intervento in Libia, ma un Governo Pd-Idv-Sel non avrebbe comunque retto a impegni di questo tipo, su cui l’Idv ha regolarmente votato contro sin dall’inizio della legislatura. Sarebbe caduto al primo passaggio semestrale del decreto missioni. Quando sappiamo che, al di là di specifiche perplessità, per l’Italia, che è situata a diretto contatto col Nordafrica delle incerte rivoluzioni democratiche, l’isolazionismo, la fuga dalle corresponsabilità internazionali insieme alle altre grandi democrazie stabilizzate, a cominciare dagli Usa di Obama, non sarebbe in alcun modo una scelta praticabile. Dobbiamo dircelo perché questo periodo ci deve servire anche a formulare un’offerta politica diversa, imperniata sul Pd, prima ancora di qualsiasi ipotesi di coalizione. Saremo in grado di farlo soprattutto se seguiremo la grande capacità di Napolitano e Monti di guidare il Paese fuori dall’emergenza ed anche le eventuali coalizioni dovranno essere coerenti con questo percorso. Al Governo daranno consensi anche altre forze che sono fisiologicamente alternative al Pd, del resto l’esecutivo si configura fin dall’inizio come un Governo di “convergenze parallele” che non annulla le differenze. Però è anche vero che chi non si assumerà con noi sino in fondo, senza riserve, dal centrosinistra, l’onere di sostenere Monti, di supportare una moderna cultura riformista, che comporta anche l’onere di scelte impopolari sul breve termine, non potrà ambire ad essere nostro alleato. Oltre il Governo Monti, senza Berlusconi dall’altra parte, non ci sarà più spazio per quelle coalizioni fatte solo per vincere e non per governare.

Ps: per chi vuole seguire costantemente la mia attività consiglio la lettura del mio blog www.ceccanti.ilcannocchiale.it e /o di raggiungermi su Facebook sull’account stefano ceccantibis

3 Comments

  1. Luca ha detto:

    Aggiungi anche Giannino dal “Messaggero”.

  2. Carlo Riviello ha detto:

    …en attendant art.18 e dintorni.

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