Terza via, la migliore


Terza via, la migliore- da Europa di oggi
Gianfranco Baldini e Jonathan Hopkin hanno appena curato un volume di 245 pagine per il Mulino, La Gran Bretagna di Cameron, in cui tra i vari aspetti studiati c’è un esame “laico”, né ideologico né superficiale, del blairismo con dati, tabelle, analisi documentate.
In sintesi il giudizio proposto dai curatori è di promozione con qualche debito. L’area di policy con maggiori risultati è stata indubbiamente la sanità: «liste di attesa ridotte fin quasi a zero, personale meglio pagato, strutture più adeguate». Inferiore alle promesse, ma comunque molto significativa, la riduzione della povertà tra i minori, in ogni caso la migliore performance in tutti i paesi Ocse, e anche quella tra i pensionati.
Più critico il risultato nell’istruzione, a partire dai tassi di abbandono rimasti alti.
Quale però il parametro complessivo scelto per stabilire il verdetto? Trattandosi di un governo di centrosinistra, necessariamente la riduzione delle disuguaglianze.
Ferma restando, come indicato da Eric Shaw, la specifica declinazione datane dal New Labour, non come livellamento ma come uguaglianza delle opportunità, indipendentemente dalle proprie origini sociali, ovvero come “mobilità sociale”.
Tra i due concetti c’è distinzione, non opposizione, giacché un elevato indice di diseguglianze è comunque un indicatore della difficoltà di mobilità sociale, stante la diversità delle risorse di partenza.
Jonathan Hopkin e Martina Viarengo, che affrontano in modo approfondito il tema, mostrano anzitutto un quadro comparativo e diacronico dei livelli di disuguaglianza, calcolato secondo il coefficiente cosiddetto di Gini, compreso tra 0 (livellamento totale tra tutti) e 1 (concentrazione di tutti i redditi a un solo individuo). Nel 1995, al momento della prima vittoria di Blair, era evidente l’impatto delle scelte fatte dai governi neo-conservatori che aveva considerato la disuguaglianza come motore dello sviluppo: la Gran Bretagna e gli Usa sono i paesi che erano più cresciuti nell’indice (la prima dallo 0,28 del 1975 allo 0,33 del 1985 fino allo 0,36 del 1995; gli Usa da 0,32 a 0,34 a 0,36) insieme all’Italia (manca il riferimento nel 1975, passa poi dallo 0,31 allo 0,35). Tra 1985 e 1995 la Germania, pur sempre con governi di centrodestra, era stabile, dallo 0,26 allo 0,27, mentre la Francia delle alternanze ripetute (sei anni di centrosinistra e quattro di centrodestra) era addirittura scesa da 0,31 a 0,28 e la Spagna ad egemonia socialista era anch’essa scesa da 0,37 a 0,34. Nel 2005 il quadro sembrerebbe smentire a prima vista le intenzioni del New Labour: sia Gran Bretagna sia Usa salgono ancora a 0,38. Tuttavia a peggiorare è il quadro complessivo ad eccezione della sola Spagna; ad esempio la Germania sale in soli cinque anni da 0,27 a a 0,30. Se da questo primo indicatore fatalmente più rozzo si passa ad analisi più ravvicinate sulle politiche, su ciò che dipende specificamente dall’azione del governo nazionale in carica, il quadro cambia. Come accennato la spesa per il servizio sanitario, per istruzione e trasporti nonché gli interventi specifici sulle fasce di povertà sono cresciuti più degli altri comparti di spesa pubblica anche in efficienza qualitativa (soprattutto la sanità, ma anche l’istruzione), anche se i risultati complessivi avrebbero potuto essere migliori qualora si fosse intervenuti anche sulle aliquote fiscali medio-alte, ritenute intoccabili.
Alla fine, come ricordano Baldini e Hopkin, i numeri sono questi: se è vero che si è saliti da 0,36 a 0,38, senza i potenti correttivi di policies introdotti dal New Labour per la sola inerzia delle politiche conservatrici e per il contesto esterno “la disuguaglianza sarebbe aumentata come nel ventennio precedente”, cioè sarebbe arrivata allo 0,44. Se allora una differenza enorme, di 0,06, non basta a qualcuno per capire quanta è stata la differenza tra quel centrosinistra riformista e il centrodestra, costruendo un paradigma per cui sarebbero invece tutte varianti di una stessa ideologia liberista (parola dietro cui si celerebbe la somma di tutti i mali del mondo) allora forse il problema non è il New Labour, ma un malinteso concetto di sinistra, a vocazione passatista e minoritaria. Perché forse la Terza via non è riproponibile, ma non è che oltre la Terza via può rinascere la seconda.

Stefano Ceccanti

Leave a Comment