Sussidiarietà, poliarchia e solidarietà di Flavio Felice


Introduzione

Flavio Felice

Colloquio annuale di Dottrina Sociale della Chiesa
17-18 novembre

Area Internazionale di Ricerca “Caritas in Veritate”
Pontificia Università Lateranense
In collaborazione con il Comitato Scientifico ed Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani

“IL RUOLO DELLE ISTITUZIONI ALLA LUCE DEI PRINCIPI DI SUSSIDIARIETÀ, DI POLIARCHIA E DI SOLIDARIETÀ”

Ecc.ze Rev.me,
Autorità civili,
Chiar.mi professori,
Cari studenti,
Signore e signori,

Il primo colloquio sulla Dottrina sociale della Chiesa cade ad un anno dall’istituzione da parte del Rettore Magnifico, S. Ecc. Mons. Enrico dal Covolo, dell’Area Internazionale di Ricerca “Caritas in Veritate”. Statutariamente, tale organismo accademico nasce allo scopo di approfondire e di diffondere i temi sensibili delle scienze sociali, a partire dalla prospettiva antropologica della Dottrina sociale della Chiesa, valorizzando, mettendole a sistema, le risorse umane presenti nelle diverse realtà che compongono la nostra Alma Mater.
Le finalità dell’Area di Ricerca consistono nello svolgimento di attività di ricerca e nell’attivazione di percorsi formativi che, facendo perno sulla visione antropologica espressa dalla Dottrina sociale della Chiesa, siano incentrati sui temi dell’economia politica, delle scienze giuridiche e delle scienze sociali.
Il 24 maggio 2011, in occasione del seminario inaugurale dell’Area di ricerca, intitolato: “Dalla Centesimus annus alla Caritas in veritate: vent’anni di Magistero sociale sulle orme dell’uomo”, lanciammo l’idea di organizzare per il mese di novembre il primo colloquio internazionale di Dottrina sociale della Chiesa, dedicato ad una riflessione sul ruolo delle istituzioni politiche, economiche e culturali, locali, globali e intermedie, alla luce dei principi solidarietà, di sussidiarietà e di poliarchia; con particolare riferimento ai principi di sussidiarietà e di poliarchia, ricordo, per inciso, che sono stati indicati dal Santo Padre Benedetto XVI nella sua recente enciclica come i cardini per una “governance della globalizzazione” – cito testualmente – “Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico”.
A distanza di pochi mesi da quel giorno, sarebbe miope trascurarlo in questa sede, sono profondamente mutate le condizioni politiche ed economiche di buona parte dei paesi cosiddetti economicamente avanzati e che storicamente hanno rappresentato autentiche fucine delle idee che hanno ispirato la genesi, la maturazione e, infine, il costituirsi e l’evoluzione delle istituzioni politiche, economiche e culturali che stanno alla base degli ordinamenti fondati sulla libertà politica ed economica: le istituzioni della democrazia e del mercato.
Quando, nell’estate del 2008, la crisi finanziaria ha mostrato il suo volto più cupo, da alcuni rappresentata catastroficamente come “la fine di Wall Street”, la maggior parte dei commentatori politici e degli analisti economici e finanziari hanno sottolineato come sarebbe ormai finita un’era durata circa vent’anni, un’era durante la quale il mondo occidentale non avrebbe saputo definire un modello di sviluppo capace di garantire una ricchezza stabile. In particolare, sarebbe finita l’era nella quale il denaro a buon mercato e l’innovazione finanziaria hanno contribuito a ridurre in modo drastico la percezione del rischio. La fine di un’era nella quale la “distrazione” dei regolatori e “l’ingordigia” e/o “l’ignoranza” dei manager hanno consentito lo sviluppo di prodotti ad alta tossicità. La fine di un’era nella quale l’offerta di finanza era eccessiva e l’uso della leva finanziaria del tutto fuori controllo. Di fronte ad un simile cambio di scena, l’intervento pubblico, sulla base della nota massima: “Too big to fail”, appariva come il tentativo di aprire una nuova fase, post-capitalistica e contraddistinta da un rinnovato ruolo dello “Stato” nella definizione strategica degli obiettivi sociali.
Ebbene, che cosa significa concretamente la massima “Too big to fail”? Significa ammettere, al livello più alto della decisione politica, che il credito di cui gode una istituzione economica non dipende dalla sua capacità di creare valore, bensì sarebbe direttamente proporzionale alla sua dimensione, la quale – come ci insegna la teoria economica – non risponde necessariamente a criteri economici, in quanto l’interesse legittimo dei manager non coincide, sempre e comunque, con quello degli azionisti. Al di là di opportunismi corporativistici e di possibili ritorni immediati dal punto di vista elettoralistico, si tratta di un’autentica perversione della prospettiva economica. È, in definitiva, la resa incondizionata alla logica della “ragion di stato”, che, di volta in volta, assume le vesti della “ragion di partito”, “di classe”, “delle corporazioni” e “delle organizzazioni”.
Sono passati tre anni da quei giorni convulsi e lo massima “Too big to fail”, se mai abbia significato realmente qualcosa sotto il profilo della bassa cucina politica, oggi mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte allo tsunami che sta investendo quanto di più grande, dal punto di vista istituzionale, la politica sia in grado di offrire: il bilancio, il patrimonio e l’iniziativa economica dello “Stato”. Che cosa c’è di più grande, in termini di dimensioni politiche, dello “Stato”? Ed oggi che abbiamo sorprendentemente realizzato che anche lo “Stato”, per quanto grande, può fallire, che cosa ci dovremmo inventare, lo “Stato mondiale”? Forse il Leviathan globale? Un Leviathan i cui rappresentanti, non eletti, non risponderebbero (irresponsabili) a nessuno se non a chi li ha nominati, magari in ragione delle quote di partecipazione ad un fantomatico fondo finanziario globale. Ed ancora, non rischieremmo che un tale fondo, che nascerebbe dalla fiscalità globale, finisca per imporre un regime politico composto dai rappresentanti di quei paesi che maggiormente contribuiscono al bilancio del fondo? A questo punto non credo sia difficile immaginare quali potranno mai essere le lingue parlate da tale nuovo Laviathan globale. In pratica, la mal posta superiorità delle ragioni della politica, erroneamente identificate e confuse con “la ragion di Stato”, si è infranta sulle rocce della fin troppo ovvia considerazione che sta alla base del punto di vista economico: i debiti, primo o poi, vanno pagati. Ovvero, per citare il noto aforisma del premio Nobel Milton Friedman: “There’s no such thing as a free lunch”
Per dovere di chiarezza espositiva e per onestà intellettuale, non volendo apparire “mosca cocchiera”, consentitemi di salire per un istante sulle spalle di un gigante del pensiero sociale cattolico del XX secolo. Il 13 dicembre del 1955, Luigi Sturzo, in una lettera al segretario politico del Partito Liberale Italiano, Giovanni Malagodi, fotografava la situazione economica del nostro Paese, evidenziando la funzione essenziale del principio di responsabilità. Scriveva Sturzo: “I1 fatto che un ente statale economico sia sicuro di non potere andare male, perché il tesoro può intervenire a sanarne le piaghe, attenua, volere o no, il senso di responsabilità degli amministratori, toglie la spinta a regolare le spese, crea la facile clientela politica” (L. Sturzo, La mia lettera a Malagodi, in “L’Italia”, 16 dicembre 1955, in L. Sturzo, Politica di questi anni, Vol. XIV). Ed ancora, il 4 novembre 1951, in un articolo in cui il prete calatino affronta il tema della vita pubblica, intitolato Libertà economica e interventismo di stato, Sturzo ebbe a scrivere “Oggi si è arrivati all’assurdo di voler eliminare il rischio per attenuare le responsabilità fino ad annullarle […]. Gli amministratori, i direttori, gli esecutori degli enti statali sanno in partenza che se occorrono prestiti, garantisce lo Stato; se occorre lavoro dovrà trovarlo lo Stato; se si avranno perdite si ricorrerà allo Stato; se si produce male ripara lo Stato; se non si conclude un granché, i prezzi li mantiene alti lo Stato. Dov’è il rischio? Svaporato. E la responsabilità? Svanita. E l’economia? Compromessa”. (L. Sturzo, Libertà economica e interventismo di stato, in Id., Politica di questi anni, Vol. XII, Zanichelli, Bologna, p. 101).
In breve, il punto di vista di Sturzo ci consente di considerare la ragionevole assunzione del rischio economico (ragionevole nella misura in cui responsabile e la responsabilità si misura a partire dalla possibilità di ricondurre le conseguenze di un atto alle condizioni che hanno indotto il soggetto ad agire in un determinato modo) come un’opportunità data all’uomo per andare di volta in volta oltre i limiti della propria conoscenza e di educare le proprie facoltà alla conquista dell’abilità necessaria per il perseguimento di quel benessere multidimensionale che ci consenta di pensare una nozione matura e plurale di bene comune (Dignatis humanae, 6) che non sia vuota retorica politica ovvero utopistica “presunzione fatale” che, dopotutto, la storia ha mostrato essere il paravento nobile delle più nefaste alchimie d’ingegneria sociale.
La scelta da parte dell’Area di ricerca “Caritas in Veritate” di dedicare questo primo colloquio di Dottrina sociale della Chiesa al ruolo delle istituzioni nasce dalla constatazione, maturata nella riflessione costante sui risultati più aggiornati delle scienze sociali, che il compito precipuo dello scienziato sociale è quello di porsi domande sul come e sul perché dei fenomeni sociali, che sono di per sé complessi, e di rispondere a tali domande, descrivendo come da azioni umane volontarie, il più delle volte (diciamo anche sempre), emergano fenomeni (istituzioni) sociali non intenzionali. Lo scarto tra le singole intenzioni che muovono le azioni umane e il darsi di fenomeni e di istituzioni decisamente complessi che sfuggono al rigido determinismo sociale è il campo di studio delle scienze sociali: della scienza economica, politica, giuridica e storica.
L’interesse scientifico che nutriamo per la genesi e il funzionamento delle istituzioni nasce dalla constatazione che quest’ultime sono il prodotto, non sempre intenzionale, delle azioni umane volte alla soluzione di problemi contingenti. In definitiva, ricorriamo alle istituzioni sociali per rispondere, nei limiti del possibile, ad umanissimi problemi legati al dato creaturale della persona: il suo essere ignorante e fallibile, imperfetto ma perfettibile. Le istituzioni, allora, sono quelle speciali costruzioni dell’intelligenza che, procedendo per tentativi ed errori, assumendo frammenti di conoscenza di tempo e di luogo lì dove le circostanze e le vicende della storia li hanno favoriti, condizionata dalla presenza consolidata di usi, di costumi, di abitudini, di norme più o meno formalizzate, consentono alle donne e agli uomini, nel tempo che è loro dato, di trovare soluzioni sempre nuove alle questioni di ordine politico, economico e culturale; soluzioni tendenzialmente conformi alla loro prospettiva antropologica.
Una simile constatazione di ordine epistemologico incontra la riflessione della Dottrina sociale della Chiesa, e in particolar modo della Caritas in veritate, lì dove Benedetto XVI, nel paragrafo 7 dell’enciclica, afferma che “Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella pólis. È questa la via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis”.
Il prendersi cura e l’avvalersi delle istituzioni sociali è, per così dire, il risvolto artistico, esistenzialmente più significativo, del compito precipuo che abbiamo assegnato in capo allo scienziato sociale. Tale rappresentazione del bene comune: “la via istituzionale della carità”, oltretutto, ci consente di comprendere in modo più profondo e di operare in modo concreto a vantaggio di quell’idea alta di politica cara a Papa Paolo VI, il quale ebbe a definirla come “la più alta forma di carità”, e a Giovanni Paolo II, il quale in Laborem exercens descrive l’azione politica alla luce della Dottrina sociale della Chiesa come la “prudente sollecitudine per il bene comune”. In definitiva, la “via istituzionale della carità” è la virtù di costruire la “città dell’uomo”.
Ad ogni modo, il titolo del nostro colloquio ci invita a riflettere sul ruolo delle istituzioni sociali alla luce di alcuni concetti che, in modo diverso e in tempi diversi, hanno assunto, ad oggi, il rango di principi. Un principio è tale in quanto consente di avviare un’argomentazione e di sostenerla in modo coerente. Per questa ragione, quando argomentiamo le ragioni della “via istituzionale della carità” non facciamo riferimento a qualsiasi istituzione e a qualsiasi assetto istituzionale, ma a quelle istituzioni e a quegli assetti istituzionali conformi ai principi di “sussidiarietà”, di “poliarchia” e di “solidarietà”.
Non mi dilungherò nella esposizione descrittiva dei singoli principi, in primo luogo perché questo sarà il compito dei singoli relatori, in secondo luogo perché sarà oggetto della mia relazione nella quarta sessione. Consentitemi, tuttavia, di soffermarmi brevemente sul principio di poliarchia, in quanto, dei tre, probabilmente, ad oggi, è il meno dibattuto e studiato, considerata la tradizionale attenzione per i principi di sussidiarietà e di solidarietà da parte degli studiosi di Dottrina sociale della Chiesa.
Con il numero 57 della Caritas in veritate fa il suo ingresso nel lessico del Magistero sociale pontificio il termine “poliarchico”, solo in parte mutuato dalla scienza della politica contemporanea, in quanto tale termine è già utilizzato da Luigi Taparelli d’Azeglio, che distingue le forme politiche in “monarchiche” e “poliarchiche”, ma nella sostanza adottata da Rosmini, da Sturzo e da una lunga schiera di interpreti del pensiero sociale cattolico.
Il fatto che tale termine sia entrato in una enciclica sociale e sia stato investito dell’alto rango di principio, credo che meriti un po’ di attenzione sia per la novità in sé, sia per la funzione cruciale che l’enciclica gli assegna e le inevitabili possibili ricadute in termini di policies globali. Il paragrafo citato è collocato infatti all’inizio della IV parte dell’enciclica, quella in cui si avanzano alcune istanze piuttosto concrete e, tra queste, quella di una riforma della governance globale sia in ambito politico sia in ambito economico. L’insieme delle osservazioni è introdotto da una affermazione che non possiamo trascurare: il sistema di poteri che può aiutare a cogliere l’opportunità costituita dalla globalizzazione deve essere strutturato in modo “sussidiario e poliarchico”. Ecco il brano dell’enciclica in questione: “Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorità, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorità, però, dovrà essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la libertà sia per risultare concretamente efficace”. (CiV, n. 57).
La locuzione “moderamen globalizationis”, che rimanda al verbo “moderari” (porre limiti, moderare, temperare, tenere nella giusta misura), presente nella versione latina del brano dell’enciclica appena citato e la sua traduzione nelle versioni inglese, francese e tedesca con la locuzione “governance della globalizzazione”, piuttosto che “governo”, ci aiuta a cogliere con maggiore esattezza i caratteri di sussidiarietà e di poliarchia con i quali la Caritas in veritate qualifica i connotati dell’autorità – tutt’altro che monocratica – alla quale dovrebbe spettare l’individuazione della prospettiva strategica dei processi di interdipendenza globale.
Tali connotati, tipici degli ordinamenti ispirati ai principi di sussidiarietà e di poliarchia, rispondono alla più classica delle definizioni di governance, offertaci dalla “Commissione sulla Governance Globale”, istituita nel 1995 dalle Nazioni Unite, la quale definisce appunto la governance in questi termini: “La modalità in cui individui e istituzioni, pubbliche e private, affrontano le questioni di interesse collettivo. In quanto la governance è un processo attraverso il quale interessi diversi e in conflitto possono esser conciliati [kathechein-“moderamen”], dando vita ad azioni basate sulla cooperazione tra differenti soggetti coinvolti”.
Concludo questa mia fin troppo lunga introduzione, sottolineando il nostro interesse a vedere declinato il tema in oggetto: “Il ruolo delle istituzioni alla luce dei principi di sussidiarietà, di poliarchia e di solidarietà”, nella dimensione politica e ordinamentale, alla quale dedicheremo la prima sessione, e nella dimensione economica e finanziaria, alla quale sarà dedicata la seconda sessione. Nella giornata di domani affronteremo proprio il tema dell’istituzione di una eventuale autorità globale, a partire dall’interrogativo “Governance della globalizzazione o governo globale?”. Infine, la quarta sessione, organizzata in collaborazione con il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani (colgo l’occasione per ringraziare il suo presidente, S. Ecc. Mons. Arrigo Miglio), sarà incentrata sul concetto di “‘Civitas’ nell’insegnamento di Benedetto XVI successivo alla ‘Caritas in Veritate’”.
Ebbene, in qualità di direttore dell’Area di Ricerca “Caritas in Veritate” e a nome del Comitato Direttivo e Scientifico, ringrazio sin da adesso tutti gli illustri relatori che hanno accettato il nostro invito e formulo a ciascuno un augurio di proficuo lavoro e di buona giornata.
Grazie

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