Rileggere Barbera e Barile vent’anni dopo sul Governo del Presidente


QUELL’ ARMA NELLE MANI DI SCALFARO

05 giugno 1992 — pagina 1

UN GOVERNO, tanto più all’ inizio di una nuova legislatura, dovrebbe formarsi a partire dai risultati elettorali. Ma il 5 e 6 aprile la maggioranza uscente di quadripartito è stata battuta senza che se ne sia profilata una alternativa. Sappiamo bene che la soluzione vera del problema della scelta del governo investe la riforma delle regole elettorali ed istituzionali: è un sistema elettorale diverso quello che ci può portare il giorno delle elezioni ad un responso chiaro da parte dell’ elettorato su programmi, coalizioni e leader in alternativa fra di loro. Per questo abbiamo promosso i referendum elettorali. Ma, in attesa delle regole nuove, dobbiamo sfruttare tutti i margini delle regole vecchie, a cominciare da quelle della Costituzione formale, depurate dalle incrostazioni accumulatesi negli anni. Per questo la Presidenza del Comitato 9 giugno ha chiesto ascolto al Presidente Scalfaro e per questo ha esposto una proposta di metodo che tende ad utilizzare i margini sin qui inesplorati della nostra forma di governo. L’ art. 92 della Costituzione al suo secondo comma recita con sobrietà: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. A questa indicazione si è sovrapposta la concreta prassi “partitocratica”: in assenza di un sistema elettorale dagli effetti univoci è cresciuto il ruolo dei partiti, senza che ad esso corrispondesse una reale responsabilità per le scelte operate. LA PRASSI partitocratica, denunciata sin dalle origini da Sturzo, Maranini, Calamandrei ed altri, è intervenuta su due aspetti fondamentali. Anzitutto il Presidente della Repubblica ha proceduto sin dall’ inizio della stessa Repubblica all’ “incarico” di un Presidente del Consiglio anziché passare direttamente ad un’ effettiva “nomina” di quest’ ultimo. Nomina che, chiaramente, nel disegno costituzionale dovrebbe fondarsi su una previa valutazione delle chances di conseguimento della fiducia da parte del Parlamento e non, ovviamente, su una “fiducia presidenziale” dello stesso peso di quella parlamentare. Ciò ha contribuito allo spostamento della sede delle decisioni ed anche del “potere di crisi” dal Parlamento ai partiti, in particolare ai partiti che dopo estenuanti trattative hanno dato il via all’ incaricato superstite dopo il gioco al massacro sugli altri. La fiducia da tempo non è più fra Parlamento e governo ma fra i partiti (nonché correnti) della coalizione ed il governo. In secondo luogo si è avuta la più palese deviazione partitocratica nella nomina di ministri e sottosegretari: con la spartizione nei “vertici” dei partiti della coalizione secondo il noto “manuale Cencelli” e la moltiplicazione ad oltranza del numero degli uni e degli altri (i soli ministri sono passati dai 15 iniziali a 31 dell’ ultimo governo Andreotti) per accontentare appetiti crescenti e con la creazione di vere e proprie “delegazioni di partito al governo” con tanto di capo-delegazione, in totale antitesi a quell’ unità di indirizzo politico che dovrebbe contraddistinguere un governo degno di questo nome. La Presidenza Saragat nel 1968 ha preso atto di questa realtà: nella fase previa, quella delle consultazioni, segretari e presidenti di partito si sono affiancati ai capigruppo parlamentari. Si è così ratificata la supremazia degli apparati di partito e delle correnti sulle rappresentanze elettive. E ciò con un capovolgimento totale rispetto all’ evoluzione delle moderne forme di governo parlamentari dove sono gli eletti ad essere centrali nella stessa organizzazione di partito e non solo nella dinamica Parlamento-governo. Sempre più frequenti sono stati sin dagli inizi degli anni Ottanta i richiami all’ applicazione dell’ articolo 92. Il punto di attacco era tuttavia il momento finale del procedimento di formazione del governo, e cioè la libertà del Presidente del Consiglio nella scelta dei ministri: o per premiare i competenti, identificati con i tecnici in opposizione ai politici (nell’ accezione tecnocratica di Visentini ed altri) o per scegliere personalità di spessore morale contro i corrotti (nella versione etico-politica di Berlinguer). Nel richiamo all’ articolo 92 del Comitato 9 giugno, già contenuto nel Patto referendario, c’ è molto di più della semplice scelta dei ministri sulla base di competenza e moralità. C’ è intanto la consapevolezza che non è agevole pervenire alla formazione neanche dei tradizionali governi partitocratici e che rischiamo quindi di assistere ad una sequela inconcludente di incarichi ben più lunga delle votazioni a vuoto per l’ elezione del Capo dello Stato. E c’ è inoltre la seria consapevolezza che occorre intervenire sullo stesso procedimento che porta alla nomina del Presidente del Consiglio. Il punto più rilevante è senza dubbio quello del ripristino del potere di ‘ nomina’ del Presidente del Consiglio da parte del Capo dello Stato, prescindendo dall’ “incarico” (preliminare alla “nomina”) e dalle conseguenti “trattative”. La figura dell’ “incaricato” in apparenza libera il Capo dello Stato dall’ incombenza di gestire in proprio delicate trattative con i partiti. In realtà essa contribuisce in modo determinante a creare una “doppia fiducia”: a quella tra maggioranza parlamentare e governo si affianca ed anzi assume carattere preminente quella, prima ricordata, tra partiti e governo. Un meccanismo che è alla radice e della debolezza dei governi e della pratica emarginazione delle Camere. Al Capo dello Stato spetta il ruolo “maieutico” di individuazione della personalità più adatta attraverso il contatto con i gruppi parlamentari: ciò può dare al processo di formazione del governo un inizio unificante ed omogeneizzante in alternativa a quelle spinte al frazionamento e alla spartizione che sono così strettamente legate alle “trattative” tradizionali. Solo così il Presidente del Consiglio potrà avere la forza di scegliere i ministri più adatti senza il coinvolgimento soffocante di partiti e correnti e senza impropri condizionamenti del Capo dello Stato, minacciati da Gronchi in poi e mai effettuati, che rischierebbero di esporre il Capo dello Stato ad una impropria responsabilità politica. Solo così il Parlamento potrà riacquistare all’ atto della fiducia e della sfiducia quel ruolo che è stato sottratto dai partiti. Non saremo di fronte ad un’ imposizione al Parlamento da parte del Presidente Scalfaro, ma ad una libera assunzione di responsabilità da parte dei gruppi parlamentari. Non prefiguriamo né una maggioranza “pre-costituita” né, all’ opposto, un “governo allo sbando”, ma una maggioranza che si costituisca per scelta, per accordo sul programma e sulla composizione del governo all’ atto della fiducia, come richiesto dall’ ordine del giorno Perassi approvato all’ Assemblea Costituente. Sappiamo che questa non è la soluzione ai problemi del sistema politico, ma questo ci appare oggi l’ unico modo per dare al Paese in tempi rapidi e secondo Costituzione un governo coeso. – di AUGUSTO BARBERA e PAOLO BARILE

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