Il Novecento delle “rivoluzioni interrotte”


di Luca Kocci

La Costituzione della Repubblica, il Concilio Vaticano II e il ’68: sono le tre «rivoluzione interrotte», o forse non ancora portate a compimento, del secolo scorso e tre momenti cardine del ‘900 che Raniero La Valle racconta nel volume “Quel nostro Novecento”, appena pubblicato dall’editore “Ponte alle grazie”, intrecciando la sua biografia personale con la storia politica, sociale ed ecclesiale non di quello che il grande storico Eric Hobsbawm chiamò «secolo breve» ma di un «secolo grande e terribile» che, scrive La Valle, «ha prodotto i totalitarismi e il nuovo costituzionalismo, che ha fatto le più grandi guerre e ha dato fondamento alla pace, che ha inventato la bomba atomica e la dottrina della nonviolenza, che ha perpetrato la Shoah, ha compiuto genocidi e ha visto popoli insorgere e liberarsi».

Un secolo che per l’autore, nato nel 1931, comincia con la «notte del fascismo», la guerra, le leggi razziali e le persecuzioni contro gli ebrei, l’occupazione di Roma da parte dei nazisti e la Resistenza, che La Valle ricorda attraverso il racconto, bellissimo, della storia di due donne: Teresa Mattei – partigiana e deputata comunista alla Costituente, la più giovane fra tutti i 556 eletti, appena 24 anni – e Tina Anselmi, che poi sarà chiamata da Nilde Iotti a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, la resistenza «più importante» della sua vita perché «senza di lei – scrive La Valle – il gruppo eversivo non sarebbe stato sconfitto» e se «alla sua relazione conclusiva e ai suoi moniti si fosse prestata maggiore attenzione oggi non si starebbe attuando il piano di smantellamento democratico ereditato da Licio Gelli e messo in opera dai piduisti rimasti in servizio». Dalla Resistenza scaturiscono la Liberazione e la Costituzione, in cui uguaglianza e pace vengono proclamate come principi generali e universali, sebbene mai, o non ancora, pienamente realizzati: la prima delle «rivoluzioni interrotte». Poi il Concilio, anche se molti oggi sostengono che «non ha cambiato niente o che deve essere interpretato secondo un’ermeneutica dell’invarianza», la seconda rivoluzione, perché ha riconciliato non solo la Chiesa con il mondo, ma «l’uomo con gli uomini e le donne quali noi siamo». «Rivoluzione interrotta» anche questa, fin da subito, a cominciare dalla chiusura dall’alto di quell’esperienza pressoché unica di un quotidiano cattolico libero e pensante che fu L’Avvenire d’Italia, di cui lo stesso La Valle fu direttore, sostenuto dal cardinal Lercaro, fino a quando non venne messo in quarantena anche lui.

E poi il ’68, la terza «rivoluzione interrotta» del Novecento. «Dopo la rivoluzione del diritto, dopo la conversione del linguaggio della fede, venne col ‘68 la rivoluzione della vita quotidiana, l’esplodere dei movimenti, il nuovo pensiero femminista, il sogno della libertà, la lotta contro le istituzioni totali, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia. Il ‘68 avrebbe dovuto essere letto come un segno dei tempi – scrive La Valle –, ma così non fu letto né dalla Chiesa né dai partiti, e perciò non poté sprigionare tutte le sue energie». Fra quelle che riuscì a liberare, la stagione del fecondo dialogo fra cattolici e comunisti, di cui La Valle fu uno dei protagonisti, anche come parlamentare cattolico del Pci nella Sinistra indipendente fra il ’76 e il ’92, la cui nascita fu “certificata” alla Badia fiesolana di padre Balducci, grazie anche alla spinta decisiva del pastore valdese Tullio Vinay e di Mario Gozzini. «L’Arbitro (ovvero le gerarchie ecclesiastiche, ndr) fischiò, considerò un tradimento che dei figli si schierassero in quel modo», ricorda La Valle. «Ma non ci fu alcuna scomunica; ormai la partita era iniziata e bisognava giocarla, anche perché sembrava davvero che per l’Italia fosse cominciata una partita nuova». E quella «partita» portò la legge 194 e la nuova legge sull’obiezione di coscienza, due fra i grandi diritti civili dell’Italia repubblicana. Poi la fine del ‘900, iniziata con l’89 e con il ripristino della guerra – dalla prima (in Iraq), all’ultima (in Libia), da Saddam Hussein a Gheddafi – e terminata con Berlusconi: «Il Novecento finì così con una sconfitta. Non vinse né il socialismo né il costituzionalismo liberale». Ma del Novecento, scrive La Valle, «restano, insieme a molti altri doni, quelle tre grandi cose che furono la Costituzione, il Concilio, e il ‘68. Ma nessuna di queste cose potrà sopravvivere se non sarà assunta con amore, così come per amore sono state compiute».

(Adista Segni Nuovi, n.87 del 2011)

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