Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer: note di un viaggio


di Maurizio Mazzetto

“Beato l’uomo che tu educhi, o Signore, a cui tu insegni la tua legge, per dargli quiete nei giorni di sventura, finché all’empio sia scavata la fossa”.

Pregavo, qualche giorno fa, con il Salmo 94, da cui ho tratto la citazione di apertura. Mi sembra che essa dica bene l’esperienza vissuta dal pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti il 9 aprile 1945, pochi giorni prima della caduta del regime e della fine della Seconda Guerra mondiale. Sulle sue tracce mi sono messo, partecipando, nella seconda settimana di agosto, a un “Viaggio spirituale”, organizzato da una piccola casa editrice piemontese (Effatà). Il titolo della proposta era: “Sulla via di Bonhoeffer. Sulla via della libertà”.

Si trattava di andare in Germania, nei luoghi di vita (e di morte) di Bonhoeffer: Tubinga, Berlino, Stettino (che ora è in Polonia), Norimberga (Campo di concentramento di Flossemburg). L’accompagnatore culturale era il prof. Giuseppe Pellegrino, docente di Teologia Morale e autore di un saggio su Bonhoeffer. Il motivo che mi ha spinto a partecipare a questo viaggio – io sono abbastanza diffidente dei viaggi organizzati, anche quelli del cosiddetto “turismo religioso” – molti di voi lo hanno già immaginato, sapendo che Bonhoeffer è il mio principale “ispiratore” (non solo il suo pensiero, ma anche, e forse di più, la sua vita). Perciò ho fatto un’eccezione. La fortuna è stata che eravamo un piccolo gruppo, di 23 adulti (più una brava ragazza, figlia dei promotori): tutti fortemente motivati e preparati (diversi con studi di teologia, di filosofia, di storia…). Così, tra l’altro, c’è stata l’occasione di collaborare, da parte dei partecipanti, con vere e proprie “lezioni”: di storia della Germania e dell’Europa, di teologia luterana, di filosofia tedesca; è stata tenuta anche una lezione di… “fisica teorica” (uno dei partecipanti era docente all’università di Torino in tale materia). Il viaggio era scandito dalle quattro tappe che costituiscono, secondo una poesia di Bonhoeffer, le Stazioni sulla via della libertà: disciplina, azione, sofferenza, morte. Tre volte al giorno si pregava e si rifletteva insieme, utilizzando testi tratti dalle opere di Bonhoeffer: Vita comune, Sequela, Resistenza e resa (Lettere dal carcere), Lettere alla fidanzata, Etica, ecc.: si stava in silenzio, si ascoltava (anche la musica, quella amata o suonata da Bonhoeffer). Ogni sera si leggeva, e meditava, una sua poesia. Insomma è stata un’esperienza intensa, molto ricca di stimoli e di provocazioni. Una settimana importante per me. Ora non intendo, cari amici, fornirvi il mio “Diario di viaggio” (come altre volte mi è capitato di fare); bensì offrirvi qualche impressione ed emozione, tra le tante, vissute nei luoghi visitati (immaginate con quale intensità), e qualche suggestione bonhoefferiana, che può essere utile, spero, anche per voi.

1. La prima impressione, ovviamente, l’ho ricevuta nella casa paterna, a BERLINO. Bonhoeffer, che spesso era in viaggio per il suo impegno ecumenico, pastorale, teologico, e, nella seconda parte della sua vita, per essere entrato, tramite un cognato, nei Servizi segreti tedeschi (con lo scopo, in realtà, di passare informazioni agli alleati, al fine di favorire la caduta del nazismo e predisporre il terreno dopo il programmato colpo di stato, che prevedeva l’uccisione di Hitler), spesso vi soggiornava anche da adulto. Guardo intensamente quella casa – in Via Marienburgher Allee, n. 43 – avvicinandomi in silenzio. Entro entrato in essa con commozione, come si entra in un luogo che detiene le memorie di vite preziose, come si entra una chiesa o in un altro luogo sacro. Qui è vissuto Bonhoeffer! Qui è cresciuto, è stato formato dai suoi genitori (anche dalla nonna, cui era particolarmente legato: donna di carattere, che non esitò a protestare col regime per le prime discriminazioni subite dagli ebrei), qui ha imparato i primi elementi della disciplina (“Se parti alla ricerca della libertà , impara anzitutto / disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri / e le membra non ti portino a caso qua e là”); qui ha giocato con le numerose sorelle e fratelli (lui era gemello, di Sabine); qui ha studiato, e ha scritto molte cose (qui ha composto, per sé e per i congiurati dell’attentato a Hitler del 20 luglio ‘44, il fondamentale scritto “Bilancio sulla soglia del 1943. Dieci anni dopo”), qui ha riposato dopo gli innumerevoli viaggi, impegni, incontri e contatti. Qui, infine, fu arrestato: il 15 aprile 1943 da qui fu prelevato per essere portato in un carcere di Berlino.

Del testo “Bilancio sulla soglia del 1943” consiglio a tutti la lettura, ma approfondita e meditata a lungo. In particolare può essere utile soffermarsi (senza dimenticare gli altri paragrafi!) sul capitolo intitolato: Chi resta saldo? Esso smonta tanti nostri calcoli, ragionamenti e ambizioni, e ci riconduce all’assunzione della responsabilità, cercata ogni nuovo giorno, in ogni nuova e diversa situazione, con sempre nuovi atteggiamenti e scelte. La nota dominante della vita di Bonhoeffer è stata, infatti, la disponibilità al coinvolgimento nella realtà storica: il rifiuto di ogni equidistanza e non compromissione (… ossia il contrario di ciò che a me, i “superiori”, hanno sempre insegnato, e continuano a insegnare…). A Berlino, visitiamo il monumento alla Shoà : le 2700 stele (collocate sulla piazza che nascondeva il rifugio di Goebbels, e non lontano dal luogo sotto il quale c’era il bunker di Hitler, ora campo di gioco per bambini…). Qualche giovane berlinese è seduto o vi è steso sopra, con leggerezza inconsapevole, come a voler dimenticare (o rimuovere) la tragedia. Cammino tra di esse in silenzio, con passo greve; noto le diverse altezze, come diverse sono le persone che sono state uccise, ciascuna con la sua individualità; cammino sul terreno appositamente ondulato, come le onde di un mare che ha travolto tutti, vittime e carnefici. Pazzia della ragione e fanatismo del cuore. Bonhoeffer alzò la voce contro il genocidio degli ebrei: “Apri la tua bocca in favore del muto, in difesa di tutti gli sventurati”, era un versetto dei Proverbi (31,8) che amava particolarmente. Oggi in difesa di chi dobbiamo aprire la bocca?

2. Quando andiamo a FINKENWALDE (presso Stettino, sul Mar Baltico) e incontriamo il giovane pastore, Piotr Gas, che ci accoglie nel “Centro Internazionale di studi e di incontri Dietrich Bonhoeffer”, ho, almeno un po’, la sensazione reale dell’eredità che Bonhoeffer ha lasciato. L’incontro con lui – e, poi, con sua moglie, pure lei pastora; … mi fanno pensare subito a Bonhoeffer e alla sua fidanzata, Maria von Wedemeyer – mi da la visione di una Chiesa che continua oggi, non solo la ricerca su ciò che è stato Bonhoeffer, ma anche, e soprattutto, su ciò che noi siamo chiamati a vivere e a testimoniare per essere fedeli al Vangelo di Cristo. Bonhoeffer – ci ricorda il pastore, raggiante, perchè siamo il primo gruppo di italiani che riceve in quel Centro – si chiedeva cosa fare per “mettere il bastone tra le ruote” di colui che sta portando distruzione e morte. Io mi domando: allora si trattava del nazismo, ed oggi? Chi dobbiamo fermare? A cosa dobbiamo ribellarci? E come? Il pastore dice, inoltre, che Bonhoeffer ci ha lasciato la sua testimonianza non solo con la sua morte, ma anche, e ancor di più, con la sua vita, con le sue scelte, ossia con la sua azione: “Fare ed osare non il qualsiasi, ma il giusto, / non ondeggiare nel possibile, afferrare arditi il reale. / La libertà non è nei pensieri fuggenti, ma nell’azione soltanto”). Le nostre azioni, quali sono? Di che tipo sono? Sono altrettante libere e coraggiose? Bonhoeffer, afferma infine il pastore, non è da considerare come un “santo” della Chiesa luterana, bensì come un “cristiano forte” (con i nostri stessi interrogativi e dubbi). Ebbene: in tempi, come i nostri, nei quali essere cristiani sembra che voglia dire identificarsi con una istituzione o una cultura e civiltà, dobbiamo chiederci, invece, in che modo riusciamo a manifestare con forza la nostra fede in Cristo: quali segni – forti, concreti e controcorrente – di Vangelo offriamo oggi al mondo? A Finkenwalde, del campo dove furono le case del Seminario clandestino della Chiesa Confessante (antinazista), di cui Bonhoeffer era il formatore, c’è il progetto di fare un “Parco del silenzio”. Una delle partecipanti al viaggio, prima di visitare il luogo, suggerisce al pastore di piantare lì un Celtis australis (Bagolaro): una pianta simbolica, oltre che bella; le sue radici, ci spiega per motivare la sua proposta, vanno nel profondo, quando, in tempi duri, non trovano acqua. … Così, ho pensato io, ha fatto anche Bonhoeffer! È andato nel profondo (del suo rapporto con Dio), quando la società e la Chiesa tedesca lo hanno deluso. Proprio le infedeltà della Chiesa al Vangelo di Cristo, furono motivo di sofferenza per Bonhoeffer. Ad un certo punto, anche dalla Chiesa confessante, oltre che dal movimento ecumenico, prese le distanze: troppo tiepidi, non decisi! Bonhoeffer, ora, è solo e impotente; inoltre il cerchio dei sospetti della Gestapo si stringe attorno a lui: “Mirabile trasformazione! Le tue forti, attive mani / sono legate. Solitario, impotente vedi la fine / della tua azione”. È vero che la “comunità dei fratelli” (confessanti), con la condivisione della Parola, e l’amicizia, in particolare quella con Eberhard Betghe, furono un sostegno fondamentale per la sua vita. Ma, anche qui, senza pensare che potessero essere un riparo: Bonhoeffer per primo accettò di “tagliare tutti i ponti” e di “fare il passo nell’infinita insicurezza”, per scoprire ciò che Dio esigeva da lui in quel momento (ciò che Gesù voleva e dava): così – scriveva in Sequela – deve fare colui che vuole “imparare a credere”. E noi siamo davvero liberi, anche dai legami e dalle prudenze cui ci invitano i nostri fratelli nella fede e, talora, i nostri stessi amici? Vogliamo davvero “imparare e credere”? Queste sono le domande che mi pongo ogni giorno.

3. Quindi scendiamo nei pressi di Norimberga, a FLOSSEMBURG, dove, nel Campo di concentramento, Bonhoeffer fu impiccato con altri che erano entrati nella congiura contro Hitler. Cerco di immaginare (se mai è possibile) che cosa potesse aver provato Bonhoeffer, quando fu condotto qui, dopo aver sostato a Buchenwald: “ascolto” i suoi primi passi nel luogo dove, gli era chiaro, sarebbe avvenuta la sua uccisione. Alla vigilia della morte, al momento di esser portato via dai nazisti, aveva lasciato a un compagno di prigionia questo messaggio: “È la fine, per me è l’inizio della vita”. La morte vissuta come la conclusione-inizio della vita (vera). La morte preparata da scelte e decisioni continue, di rotture e di separazioni, anzitutto dal proprio io, dai propri attaccamenti e dalle proprie illusioni-pretese. “Vieni, festa suprema sulla via della libertà eterna, / morte, spezza le catene e le mura pesanti / del nostro effimero corpo e dell’anima nostra accecata / affinché finalmente scorgiamo ciò che qui non è dato vedere”. Cerco, anche qui, a Flossemburg, il silenzio e il raccoglimento, lo sguardo e le domande. Tra queste ultime, una spicca, notando le case dei tedeschi che ora abitano sul luogo dove erano le case degli ufficiali nazisti al Campo: come è possibile convivere tutta la vita (tutti i giorni) davanti ad un (ex) Campo di concentramento, anzi dentro lo stesso? Osservando le torrette, il piazzale delle adunate, il forno crematorio…? Sì, certo, la vita deve continuare. E in maniera diversa. Ma… molto diversa! Anche noi, in fin dei conti, non facciamo presto ad abituarci a tutto, a convivere con il male, a sopportare ogni ingiustizia e sopraffazione? Non ci dobbiamo, perciò, meravigliare. Piuttosto interrogare. Mi soffermo, in particolare, nel luogo dell’esecuzione: davanti a un muro, cui furono appeso dei ganci per l’impiccagione. Una lapide ricorda i nomi degli uccisi: gli uomini liberi, i resistenti, i testimoni. Non riesco a distogliere gli occhi dal suo nome inciso sulla pietra. Guardo il muro: è lo stesso dove fu appeso? Lo tocco. E’ un momento intenso. Non ho cercato, in altri luoghi, una mia foto ricordo, ma qui sento di doverlo fare. Qui sento di dover riandare non solo alla sua morte, ma, appunto, a tutta le sua vita, alle sue (scomode) scelte, alle sue (coraggiose) azioni. La vita di Bonhoeffer, ricca di doni e di esperienze, di amicizie e di contatti, di pensieri e di intuizioni, di risorse e di gioia di vivere, qui è stata spezzata. Ciò nonostante è stata vita compiuta, piena, integra (senza divisioni). Ed è questa integrità che cerco. Il viaggio si conclude nella grande spianata di Norimberga, “capitale del nazismo”: davanti a quella tribuna dalla quale Hitler parlava e arringava la folla. Non me la sento di salire sulla tribuna (come altri han fatto). Mi sembra di compiere un atto mosso dal maligno. Non bisogna venire a contatto col male: si può rimanere infettati. Bonhoeffer, non a caso, e già nel 1933, aveva definito il furer, il capo, il verfuhrer, ossia il “seduttore” (corruttore). Resto sul piazzale, a guardarla dal basso: mettendomi anch’io nel numero di coloro che lo ascoltavano, e lo applaudivano. Pensando a quanto è facile, anche oggi, dare il nostro consenso ad un sistema di morte, influenzati dalla sua propaganda e dal suo falso bagliore. Quanto è facile, in ogni tempo e luogo, cercare un “capo”, che ci tolga dalla fatica della libertà e della responsabilità personali.

 Guardo in sù, e vedo un’ emblematica scena, con la quale concludo queste note: sulla tribuna, un padre, di origini africane, molto probabilmente qui residente e parlante tedesco, sta spiegando a suo figlio il luogo dove si trovano. Le sorti si sono invertite. Là dove stava il bianco, di pura razza ariana, ora c’è il nero (che avrebbe dovuto essere eliminato, come gli ebrei, i rom, gli omosessuali, i disabili, ecc.). Il mondo, dopo e nonostante tutto, procede nella via della libertà e della verità, che è multiforme e multicolore. Bonhoeffer amava la vita polifonica e cercava un pensiero pluridimensionale, oltre che un nuovo modo di credere: credo siano queste la sfide da raccogliere, valide e tutte da costruire ancor oggi… Su questa strada cerco di camminare, zoppicando e ogni tanto arrestandomi, ma, vi assicuro, con tutta la mia buona volontà. E con la vostra amicizia. il vostro, Maurizio

(www.mosaicodipace.it , rubrica “La parola a voi…” del 5 settembre 2011)

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