Politici, avvicinatevi alla vita (da Europa 13.10.2011)


La crescente sfiducia nei confronti della politica italiana, che si manifesta a livello internazionale come a livello nazionale, è dovuta anche alla sua tragica mancanza di serietà.
Per questo l’opera di ricostruzione del nostro paese – che dovrà essere ricostruzione morale e non solo economica, sociale, politica – avrebbe bisogno di un recupero della radicale serietà della politica, ossia del suo avere a che fare con la vita e la morte delle persone. E per questo essa non può, mai, essere ridotta a mero gioco, mero spettacolo, insomma intrattenimento.
Si sa che nella politica vi sono anche queste dimensioni: vi è gioco strategico, vi è teatro. Ma anche il gioco strategico e il teatro, quando si pongono sul terreno politico, si devono sempre misurare con la vita e con la morte, e smettono di essere mero intrattenimento.
E tuttavia in molti dei nostri discorsi le persone non sentono più risuonare la percezione della drammatica serietà della vita.
Ed è questo che rende insopportabile – nei momenti della crisi – il politico, è questo che suscita il risentimento, che spinge fino all’odio nei confronti della “casta” dei politici: la casta non degli “intoccabili”, ma dei “non toccati” dalla vita.
Molti sentono che i politici non sentono la dimensione drammatica della vita. Parlano della crisi come argomento di conversazione ma non ne sono attraversati. La loro vita non ne è colpita, modificata. Continuano a giocare indisturbati.
È questo l’insopportabile: il percepire la vacuità del politico di fronte alla serietà della vita. E chi – per ragioni economiche o sociali – è più esposto alla drammaticità della vita, è più sensibile e insofferente nei confronti del mero gioco. Ed è disposto a concedere fiducia e voto, energie e tempo, competenze e passioni, il suo “interesse” nel senso nobile del termine, alla politica solo se questa si misura con la serietà della vita. Non pretende la soluzione immediata, è disposto a pazientare e lottare, ma esige concentrazione e impegno, pretende che non si distolga lo sguardo, nemmeno per un attimo, dalla sfida.
È questa percezione che rende credibile una classe politica che vuole proporsi come protagonista della ricostruzione.
La classe dirigente dell’immediato dopoguerra era credibile non solo perché esprimeva il meglio del paese ed era caratterizzata da un estremo rigore morale e sobrietà. Era credibile anche perché era passata attraverso la terribile prova dei totalitarismi e della guerra non comodamente seduta in poltrona, ma dentro il dramma della storia, dentro le prigioni, il confino, la povertà, in una parola dentro la sofferenza del suo popolo. Gli atti della Costituente testimoniano quella comune esperienza di vita, l’essere passati tra le macerie materiali e spirituali dei fascismi: l’orrore della guerra e la pietà per l’umano resero possibile un accordo tra forze diverse. Fu come se davvero si facesse carne, attraverso la politica, la volontà di riscatto di un popolo.
Anche negli anni successivi vi è stato l’incrocio con la drammatica serietà della politica. In molti abbiamo visto cadere, per mano di una politica impazzita o di poteri criminali, maestri, professori universitari, amici, familiari. Per questo molti si sono volti all’impegno civile: per una ribellione nei confronti dell’ingiustizia.
Ma la serietà della politica non si percepisce solo nel momento estremo dell’irruzione della morte: c’è anche l’esperienza della sofferenza sociale, legata alla miseria, alla difficoltà economica, al disagio nelle sue mille forme. Anche chi ha toccato e continua a toccare questa dimensione della vita – e sono i tanti che giungono all’impegno civile dall’impegno sociale – non può sopportare di vedere trasformata la politica in gioco. Alle spalle della classe politica della ricostruzione non vi era solo l’esperienza della guerra, ma anche quella della fatica dei luoghi di lavoro, la percezione dei bisogni delle persone, quella che Giorgio La Pira chiamava “l’attesa della povera gente”. Quella classe politica faceva parte del proprio popolo, sentiva ciò che gli altri sentivano e ne avvertiva la sofferenza.
Alle spalle di un’autentica leadership democratica, popolare, non può non esserci questa percezione profonda della sofferenza sociale. È questa percezione che trasforma le persone in esseri adulti, che ne fa dei veri attori sociali e non – come purtroppo accade anche nelle nostre file – degli eterni adolescenti, giocatori strategici, in cerca di personale visibilità. Per questo, ora più che mai, abbiamo bisogno di recuperare il senso della serietà del sentire e dell’agire politico. Il tempo del gioco è finito. La fiducia politica nei propri rappresentanti si recupera se si percepisce che essi sono capaci di sentire ciò che i cittadini sentono, se essi si sforzano di portarne la pena e di dare ad essa rappresentanza. Senza abbandonare nessuno nella sua sofferenza solitaria. Perché già stare dentro la sofferenza e cercare di rappresentarla è una forma del suo riscatto e l’inizio di una liberazione.

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