Marco Meloni sulla Bce…coraggiosamente su l’unità…


La lettera BCE lancia una sfida ai riformisti
di Marco Meloni
L’Unità, 4 ottobre 2011, pag. 17
L’inusuale epistola “segreta” della BCE firmata da Jean-Claude Trichet e da Mario Draghi ci interroga da giorni sul suo significato. Per fornirne un’interpretazione adeguata, è utile ricordare l’interlocutore – un agonizzante governo di centrodestra – e il contesto. La BCE ha deciso ad agosto di acquistare di Btp italiani e Bonos spagnoli per arginare la crisi della moneta unica. Il governo ha risposto con lo sconcertante balletto estivo sulla manovra. Allo stesso tempo, il declassamento di Standard & Poor’s su USA e Italia ha evidenziato la debolezza del processo politico.
Le agenzie di rating non sono istituzioni democratiche, né lo è – pur in termini assai differenti – la BCE. Cionondimeno, proprio nelle loro contraddizioni, entrambe le analisi evidenziano le mancanze del governo economico europeo e di quello italiano. Per questo occorre evitare di ricorrere ai sofismi o agli ideologismi e ragionare sulle cause della nostra crisi, che precede quella globale, e sul contenuto delle riforme strutturali che Draghi ha sempre suggerito al Paese.
C’è, a ben vedere, il rischio di confondere il dito con la luna. Il che può portare a due derive pericolose per l’Italia e l’Europa. La prima è la ricerca dell’uomo nero: nel vortice dell’insicurezza economica, rischiamo di collocare l’Europa – la “tecnocrazia” di Bruxelles – al posto degli “immigrati”, in un’illusione autarchica che baratta la crescita civile ed economica con la conservazione e il consenso nel breve termine.
La seconda deriva è quella della sottrazione alle proprie responsabilità. Non sono stati gli “gnomi di Zurigo” a creare il debito. Non è stata la BCE a sostenere di aver previsto la crisi senza attuare nessuna misura per aiutare la crescita del Paese. Non è stata la BCE a smettere di considerare i giovani una risorsa e l’istruzione l’infrastruttura fondamentale della società. Non è stata la BCE a salvare Alitalia e a colpire la reputazione dell’Italia nel mondo e le grandi società pubbliche con la nuova etica dei faccendieri improvvisati.
Certo, si deve promuovere una nuova accelerazione della sovranità europea verso un meccanismo realmente democratico, a partire dall’elezione diretta del presidente della Commissione. Ma noi italiani dobbiamo essere in grado di assumerci le nostre responsabilità. La nuova Europa dovrà essere costruita su cooperazione e fiducia reciproca: è irrealistico pensare che il prezzo del debito europeo sarà pagato con gioia dai finlandesi se esso comprende le pensioni baby e le pensioni d’oro degli italiani.
La lettera cofirmata da Draghi parla a noi e di noi, nel momento di più cocente disfacimento del sistema politico e di crisi del progetto europeo. Parla dei punti essenziali che bloccano lo sviluppo e fotografano una società iniqua. Non a caso, mette al primo punto la crescita, unica via per uscire da un decennio di disuguaglianza e impoverimento delle famiglie, e per dare ai giovani un’occupazione di qualità e un sistema di diritti e welfare da cui sono esclusi.
La lettera parla di noi perché la nuova cultura di governo dovrà confrontarsi con quanto non potremo più permetterci nell’Italia dopo Berlusconi: dalle inefficienze del sistema pubblico, lontano da standard adeguati di produttività, trasparenza e legalità, all’arretratezza dei servizi professionali. Parla di noi perché la chiusura corporativa della società italiana è evidente per ogni osservatore onesto, italiano o europeo. Parla di noi perché i 100 miliardi annui di interessi passivi sul debito sono e restano un’ipoteca sul nostro futuro.
Mario Draghi ha scritto una lettera al suo Paese per ribadire quella stella polare (“Tornare alla crescita”) che ha caratterizzato il suo mandato di governatore. In queste settimane emerge un ritrovato protagonismo degli attori economici, con il Progetto delle imprese per l’Italia, e di quelli sociali, con la nuova stagione di impegno civile del cattolicesimo italiano. La politica e il PD possono reagire rivendicando la propria “autonomia” e considerando questi fenomeni “invasioni di campo”. Oppure possono prenderli sul serio, mostrandosi adeguati a un confronto pubblico e ai compiti che sono loro propri: individuare le azioni indispensabili per ripartire. Innovare e battere tutti i conservatorismi. È questa la missione del PD.

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