Cattolici e politica. Brunelli su il Regno


cattolici dopo Berlusconi
Ve r s o u n a nuova f a s e d e l l a n o s t r a d e m o c r a z i a
I L R E G N O – AT T UA L I T À 1 6 / 2 0 1 1 505
U
I T A L I A P o l i t i c a

istitu

Una notte profonda. L’Italia

è entrata in una notte profonda:

le sue strutture sociali,

economiche e istituzionali

sono logorate. Una

crisi finanziaria fuori controllo, che fa

già sentire i suoi effetti sul piano economico

e sociale, la pervade e la sovrasta.

Il giudizio internazionale sul nostro sistema

è chiaramente di inaffidabilità

complessiva. Lo scontro interno a Confindustria,

innescato dall’annuncio dell’uscita

della FIAT dall’organismo di rappresentanza

degli industriali, divide e

delegittima uno dei principali soggetti

sociali, modifica i rapporti tra i diversi

soggetti sindacali e, eliminando tendenzialmente

la contrattazione a livello nazionale,

ridisegna l’insieme dei rapporti

sociali.

Siamo privi di governo e di opposizione.

L’estate ci ha mostrato un governo

nel caos, oramai privo di autorità e non

solo di autorevolezza, che pur sotto dettatura

della Banca centrale europea e dei

governi più forti che la dirigono, ha prodotto

in maniera del tutto contraddittoria,

a motivo delle sue divisioni interne,

un paio di finanziarie di portata decennale

sprecandone gli effetti benefici.

Un

premier politicamente logorato emoralmente screditato fatica a varcare le

frontiere e a interloquire con gli altri governanti.

Ma se questo governo sta ancora

in piedi, se è come condannato a

stare in piedi, reggendosi sull’appoggio

reciproco tra Berlusconi e Bossi, l’uno

consunto e l’altro barcollante, è anche

perché l’opposizione non c’è. In particolare

non c’è il principale partito d’opposizione:

il Partito democratico (PD). Aver

ridotto la propria strategia politica a

qualche slogan, aver identificato la propria

presenza politica con l’antiberlusconismo

non ha costituito alcuna seria e

credibile alternativa di governo, consentendo

a Berlusconi di restare a palazzo

Chigi oltre le sue possibilità, personali e

politiche, e oltre le necessità del paese.

L’unica istituzione che conserva un

significato politico degno di questo nome

è divenuta di fatto e giocoforza, al di là

delle proprie prerogative, la presidenza

della Repubblica. Il capo dello stato ha

deciso l’intervento dell’Italia in Libia, ha

costretto l’opposizione a consentire in

Parlamento l’approvazione rapida delle

manovre finanziarie del governo, ha

dato voce al malessere crescente dei cittadini.

L’unica istituzione che ancora

tiene è la presidenza della Repubblica. E

c’è da chiedersi per quanto ancora, nel

vuoto o nella distorsione funzionale delle

altre istituzioni, magistratura compresa.

La buona notizia della avvenuta raccolta

di firme per abrogare l’attuale legge

elettorale, pur nella sua eccezionalità, di

per sé non basta a far sì che il pronunciamento

inequivocabile dei cittadini sia

assunto sul piano politico dai soggetti

della politica.

La raccolta avvenuta in un mese di

oltre 1.200.000 firme su una richiesta di

referendum ha come cambiato il quadro

politico. Ma quel successo improvviso e

imprevisto dichiara non solo la passione

civile e la lucidità politica di chi ha pensato

e voluto questo referendum, ma soprattutto

l’oggettiva disperazione nella

quale versa il paese. E se le reazioni del

ceto politico, di governo e di opposizione,

sono state immediatamente quelle di

smarcarsi dalla difesa dell’attuale sistema

elettorale, consentendo con l’indignazione

dei cittadini, di fatto è già partita la

gara a cercare di annullare l’effetto firme.

Ci hanno provato per primi Berlusconi –

con le sue dichiarazioni sulla prossima

manovra economica dedicata alla crescita

– e incredibilmente lo stesso Bersani, che,

invece di assumere, seppur a posteriori, la

direzione politica del risultato, ha dapprima

provato a rivendicarne il merito,

poi, con un intervento generico alla direzione

del suo partito, ha cercato di minimizzare,

sostenendo – sintetizzo – che

«c’è grossa crisi».

Ma quello che è avvenuto difficilmente

può essere cancellato, soprattutto

in assenza di un disegno politico di un

qualche segno, sia a centro-destra, sia a

centro-sinistra. Se Berlusconi cadrà, sarà

o per le pressioni internazionali legate

alla crisi finanziaria (l’Italia non se lo può

più permettere), o per gli effetti politici

delle firme referendarie (le contraddizioni

aperte all’interno di ciascuna forza

politica in ciascun schieramento determineranno

la crisi). D’altra parte, il PD

vede giungere al pettine tutti i nodi irrisolti

degli ultimi anni, diversi dei quali

non sono attribuibili alla sola segreteria

Bersani-D’Alema, né alla sola componente

diessina.

Questione morale,

questione istituzionale

Per questo è utile riprendere il filo

dell’ispirazione e del ragionamento che

hanno mosso la richiesta di referendum.

Il paese ha bisogno di regole certe e

condivise che ridiano alla nostra democrazia

trasparenza di comportamenti e

zioni forti, pienamente legittimate,
in grado di decidere. Il che significa, accanto
a una riconquistata dignità del
Parlamento e dei parlamentari, riprendere
la strada di una democrazia di tipo
competitivo e governante. Il paese ha
bisogno di un governo che decida su un
piano interno e internazionale e di
un’opposizione che rappresenti (cioè
istituzionalizzi) le richieste dei cittadini.
Solo la ripresa del pieno esercizio
della sovranità dei cittadini può fortificare
le istituzioni, non certo vecchie o
nuove oligarchie impegnate a conservare
sé stesse separandosi dalla volontà
popolare.
Solo un sistema di regole certe che
sviluppi tutte le occasioni di partecipazione
dei cittadini, previste dalla nostra
Costituzione, potrà contrastare la sfiducia
verso le istituzioni che va diffondendosi
nella società: una deriva di
demoralizzazione, di separazione, di allontanamento
dalla politica che si sta
facendo – come abbiamo più volte sottolineato
su questa rivista – indifferenza,
egoismo, cinismo.
Per questo motivo è discriminante ridare
al cittadino il potere di scegliere un
Parlamento più rappresentativo e, conseguentemente,
un governo in grado di governare.
La critica al ritorno al sistema
elettorale precedente, regolato dalla legge
Mattarella, è in larga parte pretestuosa.
Anzitutto perché quel sistema aveva comunque
dato risultati positivi, pur nelle
insufficienze allora osservate. In secondo
luogo perché esso si muoveva con maggiore
coerenza verso un modello di sistema
politico dell’alternabilità tra i
principali schieramenti e della maggiore
governabilità.
Un paese democratico non può affidare
il proprio destino, per la terza legislatura
consecutiva, a un Parlamento
di nominati dalle segreterie dei partiti e
non di eletti dai cittadini. Soprattutto
non può farlo in un momento così
grave, privandosi di un potere legislativo
che sia pienamente rappresentativo, rispettabile
e rispettato. Molti dei guasti
a cui oggi assistiamo, nelle istituzioni e
nei soggetti politici, sono anche il frutto
del modello di competizione elettorale
che è andato sotto il nome simbolicamente
evocativo di Porcellum. Un modello
di competizione che ha comportato
la frammentazione dei soggetti
politici, l’accentuata disomogeneità e
fragilità delle alleanze, la nomina dei
parlamentari da parte di un’oligarchia
ristretta di professionisti della politica.
È sul tema delle regole e della partecipazione
dei cittadini alla vita pubblica
che consiste una parte importante
della questione morale del nostro paese,
poiché le regole definiscono i comportamenti
e la partecipazione critica legittima
le decisioni.
Il rapporto intrinseco tra questione
morale e questione istituzionale o delle
forme della democrazia trova ancora
difficoltà a essere assunto sistematicamente,
anche dalle componenti cattoliche.
La DC: un sogno
di mezza estate
Si apre qui il tema del contributo
dei cattolici alla situazione critica del
paese. Non perché si debba continuare
a ritenere i cattolici italiani (nel 150°
dell’unità d’Italia sarebbe persino sconsolante)
come separati dal resto del
paese, ma perché il tema è stato posto,
di fatto e autorevolmente, in termini
specifici.
Nei fatti si può constatare come
nelle ultime vicende referendarie i cattolici
complessivamente presi siano stati
in gran parte assenti. A differenza della
stagione dei primi anni Novanta,
quando fu una minoranza cattolica illuminata
(ACLI, FUCI, ACI, esponenti
vicino a Comunione e liberazione [CL])
a guidare il cambiamento istituzionale
attraverso i referendum elettorali, in
questo frangente quelle stesse componenti
si sono ritrovate piuttosto ai margini
del processo di cambiamento, se
non altrove. Non che queste componenti,
assieme ad altre (i nuovi movimenti,
la CISL, le associazioni di categoria),
non abbiano cominciato a porsi
il problema della grave situazione del
paese e anche del dopo-Berlusconi
(come nel caso di CL al Meeting agostano
di Rimini), ma lo hanno fatto seguendo
una premessa culturale e una
logica politica da prima Repubblica.
Ciascun caso è naturalmente diverso
dagli altri. CL e la Compagnia
delle opere, ad esempio, hanno il problema
della presenza dei loro referenti
diretti dentro il Popolo della libertà
(PDL); di qui l’avvio di un processo di
pluralizzazione delle interlocuzioni anzitutto
con segmenti del PDL, dell’Unione
di centro (UDC) e del mondo
economico-finanziario.
Altri – forse per un residuo antiruiniano,
l’analogo in area cattolica dell’antiberlusconismo
in politica –, attratti
dal tema della rappresentanza laicale in
politica di contro all’interventismo ecclesiastico
dell’ultimo ventennio, hanno
inizialmente immaginato come possibile
e persino auspicabile un ritorno
alla figura del «partito cattolico».
Il dibattito agostano su questo punto,
guardato con preoccupazione dalla
stessa Conferenza episcopale italiana
(CEI), segnava un arretramento culturale
e politico rispetto alla linea Ruini
correttamente intesa. Le parole di Giovanni
Paolo II al III Convegno ecclesiale
della Chiesa italiana (Palermo, 1995), riprese
da Benedetto XVI al IV (Verona,
2006), erano e sono inequivocabili circa
l’accettazione della fine del modello politico
imperniato sul partito d’ispirazione
cristiana. Il card. Ruini aveva allora
elaborato una tesi di equidistanza
tra gli schieramenti e di accettazione
del bipolarismo. Un risultato non da
poco, dopo la fine della Democrazia cristiana
(DC). Con la DC era terminata
non solo una formidabile e longeva
esperienza politica, ma anche l’ipotesi
irripetibile dell’esistenza di una mediazione
storicamente privilegiata tra fede
e politica, garantita da un imprimatur
ecclesiastico sostanziale, anche se volta
a volta riespresso con accenti diversi.
Certo il card. Ruini aveva poi interpretato
quel riposizionamento della gerarchia,
soprattutto dopo il 1998 e fino
al 2008, come un sostanziale appoggio
ai governi di centro-destra attraverso
una presenza pubblica diretta e centralizzata
della gerarchia, mutuata dalle
nuove questioni etiche sulle quali la sinistra
scontava un ritardo di analisi e la
destra, accettando l’egemonia culturale
ecclesiastica, si disponeva a incassarne
l’appoggio politico. Rimaneva escluso
di fatto da questa derubricazione della
politica a tecnica amministrativa il
ruolo un tempo significativo del laicato
cattolico, al quale non poteva bastare il
modello organizzativo del Progetto culturale.
Un limite non da poco. Ma in un
quadro più avanzato.
Ora il sogno di mezza estate di un
semplice ritorno alla DC ha fatto vedere
quanto sia arretrata, culturalmente
e politicamente, la posizione di molti
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cattolici, compresa una parte della gerarchia
ecclesiastica. Quel ritorno non
è possibile e neppure auspicabile. Per la
Chiesa e per il paese. Non è possibile
perché sia nella forma di un appoggio al
partito più prossimo al modello della
vecchia DC, l’UDC, tantopiù nella
forma di un’autonoma iniziativa, quel
progetto rischierebbe di rivelarsi, alla
prova elettorale, velleitario. Esso dovrebbe
scommettere su un cambio in
senso proporzionale della legge elettorale
e sul crollo elettorale dell’attuale
PDL e della Lega per raggiungere percentuali
comparabili. Se così non fosse
emergerebbe fino in fondo la tragedia di
una Chiesa ridotta a parte politica e di
un mondo cattolico marginale e marginalizzato.
Settembre ha portato consiglio. Una
parola chiara è stata espressa, all’ultimo
Consiglio permanente della CEI, dal
suo presidente, il card. Bagnasco, ripresa
dal segretario generale, mons.
Crociata, in conferenza stampa. Bagnasco
è intervenuto con un testo molto
ampio su tutto lo scenario della crisi nazionale,
compreso lo scandalo emerso
dalle intercettazioni al premier.
Conviene riprendere integralmente
alcune espressioni: «Conosciamo le preoccupazioni
che pulsano nel corpo vivo
del paese, e non ci sfugge certo quel
che, a più riprese, si è tentato di fare e
ancora si sta facendo per fronteggiarle.
L’impressione tuttavia è che, stando a
quel che s’è visto, non sia purtroppo ancora
sufficiente. Colpisce la riluttanza a
riconoscere l’esatta serietà della situazione
al di là di strumentalizzazioni e
partigianerie; amareggia il metodo
scombinato con cui a tratti si procede,
dando l’impressione che il regolamento
dei conti personali sia prevalente rispetto
ai compiti istituzionali e al portamento
richiesto dalla scena pubblica,
specialmente in tempi di austerità. Rattrista
il deterioramento del costume e
del linguaggio pubblico, nonché la reciproca,
sistematica denigrazione, poiché
così è il senso civico a corrompersi, complicando
ogni ipotesi di rinascimento
anche politico. Mortifica soprattutto dover
prendere atto di comportamenti non
solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente
tristi e vacui. Non è la
prima volta che ci occorre di annotarlo:
chiunque sceglie la militanza politica,
deve essere consapevole “della misura e
della sobrietà, della disciplina e dell’onore
che comporta”, come anche la
nostra Costituzione ricorda».
Bipolarismo, laicità,
democrazia
Colpisce, amareggia, rattrista, mortifica:
definizioni che non lasciano margine
all’equivoco sul pensiero della
Chiesa nei confronti della situazione
italiana. Ma Bagnasco è intervenuto
anche sulla questione della presenza
dei cattolici nella società civile e nella
vita politica. Ed è in questo contesto
che ha accennato alla questione della
costituzione di un soggetto cattolico e
della sua natura.
Due i passaggi significativi: uno sul
recente passato e uno finale sul futuro.
Circa il passato prossimo ha detto: «Gli
anni da cui proveniamo potrebbero
aver indotto talora a tentazioni e smarrimenti,
ma hanno indubbiamente
spinto i cattolici, alla scuola dei papi, a
maturare una più avvertita coscienza di
sé e del proprio compito nel mondo.
Un nucleo più ristretto ma sempre significativo
di credenti, sollecitati dagli
eventi e sensibilizzati nelle comunità
cristiane, ha colto la rinnovata perentorietà
di rendere politicamente più
operante la propria fede. Sono così nati
percorsi diversi, a livelli molteplici, per
quanti intendono concorrere alla vitalità
e alla modernità della polis, percorsi
che hanno dato talora un senso anche
di dispersione e scarsa incidenza. Tuttavia,
non si può non riconoscere che si
è trattato di una sorta di incubazione
che, se non ha mancato di produrre
qua e là dei primi risultati, sta determinando
una situazione nuova».
Infine sul futuro. «Sembra rapidamente
stagliarsi all’orizzonte la possibilità
di un soggetto culturale e sociale
di interlocuzione con la politica, che –
coniugando strettamente l’etica sociale
con l’etica della vita – sia promettente
grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue
illusioni». Dunque il presidente
della CEI esclude positivamente un
soggetto politico vero e proprio; non
determina che cosa l’aggregazione auspicata
debba essere, né dal punto di vista
organizzativo, né dal punto di vista
del legame con la gerarchia, ma ne definisce
l’ambito sociale e culturale.
Si tratta a questo punto di capire
quale possa essere il modello. Se il modello
fosse quello dell’antica «riaggregazione
del mondo cattolico», operazione
che sul finire degli anni Settanta
raccolse il cattolicesimo italiano nel
limbo del pre-politico, per un breve periodo,
per poi ridistribuirlo (con candidati
e operazioni collaterali di appoggio
organizzativo) nella DC, allora si tratterebbe
di fatto o di promuovere alcune
candidature amiche a seconda delle offerte
politiche dei diversi soggetti, non
solo nell’UDC, perché la presenza di
cattolici nel PDL (addirittura organizzata
attraverso CL) e nel PD è effettiva.
Oppure la linea diverrebbe nei
fatti quella di suggerire (non di patrocinare)
la creazione nel dopo-Berlusconi
di un raggruppamento di centro-destra
moderato, alla tedesca con anche
l’UDC. In questo caso l’investimento del
laicato cattolico si dispiegherebbe interamente
nel centro-destra (dall’UDC al
PDL). Un correlativo oggettivo del PPE
in Italia.
Un secondo modello potrebbe essere
quello, già in uso, delle Settimane
sociali o dei Forum delle aggregazioni
laicali. In entrambi i casi esso manterrebbe
il nuovo soggetto a distanza di sicurezza
dalla politica ma col rischio di
apparire troppo generico. Questa formula
ha evitato sin qui la spaccatura tra
le associazioni e i movimenti cattolici. Il
rischio di un conflitto per l’egemonia interna
è sempre possibile a meno che la
leadership di questo soggetto plurale
non rimanga direttamente in capo ai
vescovi. Ma a quel punto il vantaggio di
un ritorno del laicato cattolico sarebbe
francamente contenuto.
È infine possibile che si giunga a una
formula anch’essa d’ispirazione tedesca,
quella del Comitato centrale dei cattolici.
Questa rappresenterebbe una soluzione
avanzata, aperta e plurale, tale da dare
voce a molte istanze, senza una diretta discendenza
o ascendenza politica e tuttavia
laicamente autorevole.
Il punto dal quale non si può arretrare,
ci sembra di poter dire, è l’equidistanza
della Chiesa dalle forze politiche;
così come, secondo un’autentica
autonomia e piena assunzione di responsabilità,
il contributo dei cattolici, a
qualunque schieramento appartengano,
all’urgente ripresa della democrazia
nel nostro paese.
Gianfranco Brunelli

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