Bologna, Caffarra, Gualmini: ovvero la rossa emilia del buongoverno alla prova della sussidiarietà


Questo è un commento del neo-presidente dell’Istituto Cattaneo, Elisabetta Gualmini, all’omelia – molto politica nel senso nobile del termine – tenuta dal Card. Caffarra nel giorno del patrono di Bologna, San Petronio, santo che unisce in sè la figura del pastore a quella del ricostruttore della città.
Qui il testo dell’omelia, qui sotto il commento di Gualmini, con citazione di Ceccanti.

LA VISIONE INNOVATIVA DEL CARDINALE – la Repubbica BO, Elisabetta Gualmini, 6 Ottobre 2011

L’intervento denso e lungimirante del Cardinale Caffarra, pronunciato nel giorno di San Petronio, non poteva che sollevare risposte immediate da parte delle principali autorità cittadine, unanimi nel sottolineare gli elementi di stimolo e di affettuosa sollecitazione nei confronti della città, in un momento cupo e preoccupante del suo decorso storico. Il dibattito che ne è seguito, incentrato per lo più sul tema della sussidiarietà, non ci sembra tuttavia aver colto tutti gli elementi di novità scaturiti da quel discorso.

Il richiamo alla sussidiarietà non è certamente pratica nuova. “Elemento permanente” dell’intera dottrina sociale della Chiesa (così la Centesimus Annus), esso è diventato l’imprescindibile anello di congiunzione tra tutte le encicliche sociali. Dalla Rerum Novarum (1891), alla Quadragesimo anno (“Siccome è illecito togliere agli individui ciò che questi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla società, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori si può fare”, 1931), alla Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II, sino ai testi straordinari di colui che è stato definito il Papa della sussidiarietà (Giovanni Paolo II), in cui questo principio risulta sempre e intimamente associato a quello di solidarietà (“Lo stato può intervenire indirettamente, in maniera ausiliaria rispetto ai corpi intermedi della società, oppure direttamente secondo il principio di solidarietà, ponendo a difesa del più debole alcuni limiti all’autonomia delle parti”, Centesimus Annus).

A ben guardare, le parole di Caffarra vanno oltre. E lo fanno nel collegamento non scontato tra sussidiarietà e compartecipazione attiva e responsabile alla produzione dei beni collettivi, secondo una visione poliarchica e multilivello dei sistemi urbani. Fungendo da subsidium alla società, e promuovendo la cooperazione, lo stato alimenta il capitale sociale e la cultura civica. Quelle reti di relazioni insistite e ripetute tra individui, fondate sulla fiducia e su norme condivise, che migliorano l’efficienza della democrazia. Si coglie qui la portata innovativa del ragionamento del Cardinale. Una visione equilibrata e anti-ideologica del rapporto tra politica e mercato, secondo cui la risoluzione delle emergenze sociali non passa attraverso la dilatazione a tutti i costi dell’intervento pubblico in termini di gestione diretta, ma attraverso il concorso di una pluralità di soggetti. Una “politica decidente ma non invadente” (così Stefano Ceccanti), molto vicina alla tradizione del cattolicesimo liberale che sta ora vivendo una nuova stagione sia nei documenti della CEI per la 46^ Settimana Sociale, sia negli interventi più recenti di Benedetto XVI.

Ecco perché uno dei passaggi più suggestivi di Caffarra è stato quello relativo alla “fraternità” e alla “vera comunione tra le persone”, come missione prioritaria della comunità cristiana, ancora prima della diffusione di una dottrina morale. Comunione certamente simboleggiata dall’Eucarestia, ma ancora di più dal concreto agire degli individui dentro la società. Non solo dunque l’impegno mistico e spirituale del levita, ma semmai lo “sporcarsi le mani” del buon samaritano che si ferma e si china sullo sconosciuto che soffre.

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