Uno sguardo sulla vita


di Roberto Mancini

L’opera di Capitini, più che un pensiero della nonviolenza, mi pare sia una soglia dentro il presente, una possibilità di accesso a un altro sguardo sulla vita, a un altro modo di esprimerla, dal punto di vista sia personale che collettivo. (…) L’incontro con Capitini quindi non è tanto, per me, l’incontro con un autore che ha scritto libri e formulato idee, ma è la possibilità di attingere a un senso per una esistenza trasformata e vissuta diversamente.

(…) Capitini non è tanto, come potrebbe sembrare, un pensatore forte dal lato intuitivo, dal lato euristico, cioè uno che apre delle strade, ma senza preoccuparsi eccessivamente di giustificarle. In realtà, Capitini è una delle figure teoriche che più di tutte ha fondato la prospettiva della nonviolenza, cioè ha offerto ragioni di plausibilità che sono poi riportabili all’esperienza concreta del cammino umano.

Qual è il percorso fondativo? Il primo passo è quello di cogliere la sproporzione tra il dolore e il valore: cioè tra quello che lui chiama la realtà insufficiente, con le sue negazioni, i suoi fallimenti, le sue miserie, e una realtà di valore così forte che non può essere neppure incasellata dentro la finitezza. Il valore, cioè, non è misurato dalla precarietà, dalla temporalità, dalla mortalità. E già questa è una rivoluzione dello sguardo per un pensiero occidentale che, alla domanda su chi sia l’uomo, risponde, con i greci, che è l’animale politico, l’animale che ha il logos, ma, più di tutto, è l’animale mortale, a tal punto che dire “uomini” o “mortali” è lo stesso: la condizione umana è misurata e fondata su una verità ultima che è la morte. Capitini, al contrario, nel suo sguardo sulla creatura umana e su tutti i viventi, vede questo valore come infinito: io riconosco, cioè, nel valore dell’altro, di una creatura vivente, qualcosa che non merita mai di spegnersi, che ha un valore e un respiro che non possono essere riportati a qualche calcolo, a qualche quantità.

Riconoscere questa sproporzione significa entrare nella nozione di realtà, perché l’essere umano ha un rapporto elaborato, mediato, con la realtà. (…). E la realtà ha livelli di profondità di cui non abbiamo una cognizione immediata. Il primo viaggio che facciamo è allora il viaggio di scoperta della realtà; quando non abbiamo un riferimento comune alla realtà, ogni delirio è possibile. (…). Però Capitini dice che la realtà è insufficiente, finché è segnata dall’esperienza del male. Noi che abbiamo operato lo slittamento silenzioso da figli di Dio a figli del peccato originale, siamo giustificati a priori nel fare il male. (…). Per Capitini, invece, il male è provvisorio, non è necessario, non è l’origine della creatura umana, non è insuperabile. (…). Vi è poi un altro livello di realtà: la realtà di tutti, la chiama, e usa la categoria della compresenza, per dire, cioè, che noi siamo in una relazione costituiva nella quale, sì, ciascuno è unico, ma appunto nella partecipazione a questa relazionalità che è di tutto il mondo, di tutta la comunità dei viventi. La vita non è un concetto astratto, è la comunità dei viventi, nello spazio e – qui sta la novità di Capitini – nel tempo. Cioè non è che vivano solo i contemporanei, quelli che oggi respirano, sono qui, sono visibili: c’è una trasversalità della vita che attraversa le epoche, che attraversa il tempo, per cui quelli che noi chiamiamo i morti sono gli scomparsi ma non sono i distrutti.

Il male, dunque, per Capitini, non è necessario, è un livello della realtà. Pensate al cristiano che è abituato all’annuncio della resurrezione: come fa a capirlo, se non pensa che il male a un certo punto è stato vinto? Se ancora è rassegnato alla preponderanza del male, alla morte che il male produce, come farà a trovare sensato l’annuncio della resurrezione? Capitini dice che il male è solo un livello della realtà, che c’è un livello più profondo che è la realtà di tutti, la compresenza di tutti, che, cioè, il nocciolo della realtà è la comunione. E poi c’è il cammino possibile della realtà, perché la realtà è un viaggio. È la realtà che preme per nascere, come dice Paolo a proposito della natura, che geme per nascere, fino a una realtà liberata, dove ogni forma di male sia superabile.

Riconoscendo la complessità dei livelli di realtà, Capitini sa, a questo punto, riportare la visuale sul soggetto umano. Tutte le prospettive metafisiche, epistemologiche, etiche, sono astratte quando prefigurano un quadro di concetti, di significati, di spiegazioni, di norme, senza reimmettere nella visuale il soggetto. Quando per esempio noi parliamo di verità oggettiva, dov’è il soggetto? Cosa fa? Nulla di concreto possiamo affermare se non pensiamo la relazione, cioè il soggetto e la verità. Il viaggio dell’essere umano è quello che lui chiama l’esperienza del valore, dicendo con grande finezza: noi iniziamo, sì, dal riferimento alla verità, alla giustizia, alla bellezza, alla bontà, ma – e questa è un’intuizione veramente luminosa – il grado più profondo dell’esperienza del valore è l’esperienza del tu. (…). Questo è il vero valore vivente che mi porta alla pienezza dell’esperienza del valore. Allora, la risposta che Capitini offre è quella della libera aggiunta: la capacità non di togliere, non di accumulare, non di profittare, ma la capacità di ogni essere unico dentro questa compresenza di esprimere se stesso alimentando e approfondendo l’esperienza del valore.

Se non c’è a monte questa comprensione della realtà, la nonviolenza non ha radici: la nonviolenza, per essere radicale, per potersi svolgere come metodo politico e come metodo d’azione storica, come prassi politica, deve avere radici nella vita interiore e deve avere un orizzonte di senso, per cui il male e la morte non sono la potenza invincibile che grava sulla condizione umana. Altrimenti, la nonviolenza sarebbe qualcosa di innaturale, un controsenso rispetto alla nostra condizione.

UNA CRITICA AL CODICE CULTURALE OCCIDENTALE

L’altro aspetto che sottolineerei è che il pensiero di Capitini può essere riletto come una critica del codice culturale dell’Occidente. Quelle che noi chiamiamo culture hanno un codice genetico: dentro una cultura potete trovare 3-4-5 categorie che non sono concetti isolati ma logiche che ti immettono in un binario di significati di cui tu non sei criticamente consapevole. Se sei figlio di quella cultura, per te è normale guardare alla realtà con le lenti che ti forniscono quelle categorie. Capitini, con questo suo svolgere la scoperta della nonviolenza in un pensiero della vita e per la vita, è riuscito a mettere in discussione i pilastri del codice culturale dell’Occidente.

Un figlio dell’Occidente, a mio avviso, crede a quattro cose, quattro logiche che si intrecciano, si alimentano, si rafforzano tra di loro. Al di là dei cambiamenti, pur importanti, legati all’antichità, al medioevo, alla modernità, alla contemporaneità, noi abbiamo una tradizione di lunga durata, cioè un’intuizione della vita che è rimasta sostanzialmente la stessa e semmai si è radicalizzata. Il figlio dell’Occidente crede nell’identità esclusiva: il primo principio della logica è A=A, il tavolo è il tavolo, la sedia è la sedia, ciascuno possiede la sua identità in modo separato da tutto il resto. Un occidentale non pensa la relazione nell’identità, e dunque o non la vede o la pensa come conflitto.

La seconda logica, o categoria, è quella della potenza. Non nella variante femminile, come potenzialità, fecondità (…); no, l’occidentale ha l’idea maschile della potenza: l’efficacia a tutti i costi che non distingue i fini dai mezzi. E la potenza, naturalmente, è di alcuni contro altri, non potendo essere universalizzata e condivisa. Ecco perché l’occidentale, se crede a un Dio, in realtà quello a cui crede è l’onnipotenza. Un Dio che non è onnipotenza non è un Dio, non è credibile…

La terza categoria fondamentale, all’incrocio delle prime due, è quella della proprietà. Per l’occidentale la proprietà è sacra, perché è nella proprietà che tu stabilizzi e rendi difendibile la conseguenza della tua potenza. E tu, che saresti in relazione, ma non vivi secondo la relazione, di che cosa ti fidi? Della tua proprietà. Allora arriverai a trattare gli altri, pensiamo al pater familias, come tua proprietà. E questo è tipico di una mentalità che nega la logica della relazione.

Da ultimo, il sacrificio: l’occidentale crede nel sacrificio, cioè in un momento distruttivo inteso come fondativo di un bene futuro. (…). Questa fiducia in una distruzione fondatrice è un altro elemento tipico del codice profondo dell’Occidente. Si intuisce anche qui quanto ciò abbia pesato sulla ricezione occidentale del cristianesimo. Noi non dovremmo parlare delle radici cristiane dell’Europa, ma delle radici occidentali del cristianesimo nostro. Noi abbiamo riletto i vangeli secondo identità esclusiva, potenza, proprietà e sacrificio. Caso più clamoroso, il sacrificio rimesso in bocca a Gesù, che invece ne parla due volte (Matteo 9 e Matteo 12) per escluderlo (citando il profeta Osea 6,6: «Misericordia io voglio e non sacrificio»). «Prendete e mangiate… questo è il mio corpo, offerto per voi». Così dice il testo. Non c’è scritto da nessuna parte «offerto per voi in sacrificio». Cambia completamente la prospettiva.

Cosa vuol dire Capitini? Al posto dell’identità esclusiva, egli mette la compresenza: non conta tanto la tua identità separata, che non è altro che quella di un filo che si stacca dal tessuto. È il culto dell’identità particolare: è sufficiente che l’altro sia diverso da me anche solo di una virgola per diventare mio nemico, e guai se assomiglia veramente a me, perché mi toglie l’identità. Notate: l’altro non può essere diverso da me perché la diversità è scandalo, ma non può essere uguale perché mi toglie l’identità. Come fa sbaglia.

Al posto della potenza, Capitini propone la mitezza, la forza della mitezza che è quella di reggere le contraddizioni senza moltiplicare le lacerazioni nel tessuto della compresenza.

Al posto della proprietà, egli propone la libera aggiunta. L’importante non è quello che accumuli; quello che ti edifica come persona non è quello che tu trattieni ma, paradossalmente, quello che tu dai. Tu sei quello che dai, e quello che dai veramente non lo perdi mai. Mentre tutto quello che trattieni, qui il Vangelo non risparmia l’ironia, lo perdi: per via dei ladri, del tempo, della crisi economica, del fallimento della tua banca. Quello che dai non lo perdi più, costruisce la consistenza della tua personalità.

Da ultimo il sacrificio. Capitini parla di considerazione perdonante. C’è un passo in cui dice: «dinnanzi all’altro che mi fa del male, io devo risalire a un punto interno in cui io mi senta madre di lui»: la misericordia come forma radicale di ragione, come forma radicale di giustizia.

Anche i filosofi più acuti sono ancora lì faticosamente a conciliare l’amore e la giustizia. Capitini invece riconosce che la giustizia suprema, la giustiza reale, è quella di un amore che ha questa considerazione perdonante. Ecco che, mentre i greci – e un po’ tutta la filosofia occidentale – dicevano che l’uomo è l’animale politico, quello che ha il logos, l’essere mortale, Capitini ci dice che l’uomo è essenzialmente l’essere che impara ad amare, l’essere capace di imparare ad amare in modo da trasformare tutto quello che ci abita, tutto quello che noi siamo, anche il dolore, in una risposta d’amore: la nonviolenza è tradurre questa risposta d’amore, nella storia, nella vita collettiva, dentro un altro codice, dentro un’altra prospettiva dove il pensiero stesso non sia più il primo passo della violenza.

POLITICA DELLA NONVIOLENZA

L’originalità del percorso di Capitini sta nel fatto che egli è andato al cuore della questione antropologica e poi sociale e politica, elaborando la nostra tensione religiosa. La religione non è un settore della realtà, un cassetto che alcuni aprono (i credenti) e altri chiudono (i non credenti): l’essere umano è religioso fin dalla nascita, ma in senso antropologico; tende per sua natura a un orizzonte di senso, di valore, di spiegazione della realtà in cui ci sia qualcosa di sacro.

«La religione non è che strumento di apertura», dove la parola chiave non è apertura, ma strumento. La religione, cioè, non è una casa, è una strada, non è il fine, è l’inizio di un percorso: se io la considero come il sistema conclusivo, la verità in terra, la parte salvata dell’umanità, fraintendo completamente questa apertura religiosa dell’uomo. (…). Non è un fenomeno da poco, del resto, l’ambiguità strutturale delle religioni: da una parte fanatici che ammazzano in nome di Dio, dall’altra santi che danno la vita per gli altri, e in mezzo un po’ di ipocriti che si barcamenano.

(…) Noi nasciamo nella religione, ma la religione è un guscio che deve spezzarsi, come si spezza il pane nell’eucarestia, come deve spezzarsi il potere nell’omnicrazia, nella politica democratica. Il guscio religioso deve spezzarsi perché emerga la fede. Giustamente i grandi teologi del 900 hanno distinto la religione dalla fede: oggi tale distinzione viene liquidata e si sostiene che la fede senza religione non è incarnata, è una cosa astratta. (…). Per Capitini, invece, il guscio religioso che si spezza permette alla fede di emergere, per la nascita di un’umanità nuova. Quando Capitini parla di Gesù di Nazareth, lo qualifica come «infinito fratello»: non lo mette sull’altare, non spreca superlativi per creare una distanza, non lo adora. «Infinito fratello» significa che quella qualità di vita è stata dischiusa per essere condivisa da tutti, altrimenti ne facciamo un Dio appena travestito da uomo, senza una vera comunanza con noi. Ecco, nell’ottica di Capitini la religione si spezza, in questo è aperta: permette quella fede che è seme di umanità nuova, si potrebbe dire di umanità promessa; la terra promessa è la trasfigurazione dell’umano che noi siamo, pur non avendola ancora maturata nella nostra esperienza, tantomeno nell’esperienza politica. Chi si ferma alla religione fa come il seme che non vuole entrare nella terra e così diventa sterile, marcisce. (…). In una visione religiosa di questo tipo, la critica della religione è sempre un’autocritica: anche i cattolici più progressisti, prima di liberarsi dal guscio religioso, dai legami religiosi, prima di sostituire una magica liturgia con la prassi di giustizia del regno di Dio, devono fare molta strada.

Come allora ripensare alla politica uscendo dallo sguardo religioso, da uno sguardo mitologico che comunque è sempre un’affermazione di potenza e di potere verticale? La democrazia, che è un tema chiave di Capitini, (…) è quell’ordinamento della vita in comune che diventa stile di esistenza e si invera man mano che diventa omnicrazia, cioè riconversione costante del potere verticale in potere orizzontale, del dominio in cura, della prevaricazione in servizio. Quindi è una conversione incessante. Pensiamo a un messaggio di questo tipo nella tradizione innanzitutto culturale, prima ancora che politica, italiana. In Italia noi abbiamo radici fortissime di antidemocrazia, cioè di pensiero antidemocratico: pensiamo al machiavellismo, alla tradizione di Guicciardini, il particulare, alla tradizione letteralmente gerarchica della nostra mentalità culturale, dove gerarchica non vuole dire potere dell’anziano, ma potere di chi è più consumato nell’uso del potere, che lo trattiene il più possibile. È il modello Macerata, dove il candidato del centro-sinistra, che ha vinto, era il vice di quello della destra. Il suo slogan: «Da 25 anni al servizio della Provincia»: l’idea che tu ti insedi nel potere, e poi magari da lì dici ai giovani che non devono più pensare al posto fisso, che la precarietà irrobustisce. E una delle fonti antidemocratiche più velenose, realmente un diserbante per lo spirito del popolo, è il cattolicesimo infedele. È la radice più velenosa perché è religiosa; offre un quadro di senso complessivo alla vita: la nascita, la morte, il matrimonio, le scelte sessuali; dà una spiegazione a tutto, però ti orienta con un cinismo per cui il bene è nell’aldilà, qui c’è il potere, e più ne prendi più sei bravo, potrai sempre dire che l’hai fatto per scopi morali, che l’hai fatto per il Regno di Dio.

Una tradizione culturale che è abitata da questi demoni non vede in alcun modo la democrazia come incontro tra le generazioni, incontro tra l’uomo e la donna, incontro con la natura. La democrazia si è fermata ai primi momenti, arrestandosi ai confini della democrazia economica, della democrazia tra i generi, della democrazia con le persone straniere, della democrazia con la natura e di quella fondamentale scelta di nonviolenza che è la fondazione della democrazia. Il primo articolo della Costituzione è l’articolo 11: l’Italia fonda la convivenza non sulla guerra, cioè cerca un’altra strada per tessere la convivenza. Se manca questo, non c’è democrazia. (…).

Il primo effetto negativo di queste radici velenose è che continuiamo a pensare la democrazia secondo il paradigma della guerra, come prosecuzione della guerra. Chi vince non fa prigionieri. In secondo luogo, noi pensiamo alla politica come interesse a stabilizzare, radicalizzare il dominio: il dominio deve riprodursi, altrimenti la democrazia inizia a crescere. Terzo elemento: riteniamo, pensando di fare una scelta di laicità, che in politica la verità non c’entra. Per Capitini, invece, la soglia di una politica altra si chiama non menzogna, la prassi di non falsificare il rapporto con la realtà. Pensiamo al fatto che quelli che vogliono privatizzare tutto, che non vogliono neanche il vincolo del codice penale, si chiamano “i moderati” e quelli che si vendono per qualsiasi cosa si chiamano “i responsabili”. Cosa deve pensare un giovane di fronte a questo rapporto tra le parole e le cose? Si è detto che la verità in politica è totalitaria: certo, ma solo se per verità intendi il tuo Dio, la tua metafisica. Perché non differenziare i gradi di riferimento collettivo alla verità? C’è la verità storica: la shoah c’è stata o no, i morti di mafia ci sono stati o no? La verità storica è un bene comune per un Paese. C’è la verità giudiziaria: chi sono i responsabili di tutte le stragi italiane, tutte stragi politiche? (…). C’è la verità etica, scritta nella Costituzione, per cui la dignità umana è incondizionata (…).

L’ultimo frutto velenoso di questa mentalità è credere che la politica sia un mestiere: si tratta di una grande truffa, perché così i cittadini non sono più cittadini, ma appena numeri nei sondaggi o telespettatori. Inoltre, la politica professionalizzata non dà alcuna competenza, basta vedere da che professione vengono i ministri della Pubblica Istruzione: ecco perché non capiscono la scuola, perché non la conoscono. Inoltre, se per te la politica è un mestiere, tu non curerai il bene comune, ma il tuo interesse, le tue finalità private.

Di contro a tutto questo, Capitini ha indicato che la politica non è per vincere, non è una pratica di guerra, ma è l’esercizio attivo per la cura della compresenza di tutti. La presa in cura di questa convivenza è l’arte della politica. E, allora, anziché l’interesse sistemico a stabilizzare il dominio, la cura del bene comune; anziché la pura menzogna, anziché la costruzione della realtà secondo l’interesse di una parte, il riconoscimento della realtà attraverso la prassi della non menzogna, a cui lui aggiunge non il senso di colpa, che ti sprofonda nel male, ma il pentimento, cioè quella rinascita in cui tu finalmente senti la sofferenza che hai prodotto, cioè ti converti alle tue vittime. Da ultimo, anziché la professionalizzazione della politica, per cui noi diciamo “politici” come se dicessimo “idraulici” – personalmente anche la parola intellettuali mi fa lo stesso effetto – le comunità di persone che nel territorio fanno il confronto tra valori e problemi, cercando insieme le soluzioni. La democrazia, anche dei partiti, anche dei sindacati, anche delle amministrazioni, non può vivere se nel circuito dei territori non ci sono realtà comunitarie capaci di assumersi una quota di responsabilità per il bene comune. Non è il federalismo, quello di cui si parla oggi è una truffa, serve solo per non dire secessione o egoismo regionale. Quando una comunità si rende responsabile della cura di un territorio, c’è finalmente l’elemento concreto, cioè il soggetto. Se non c’è il soggetto, è inutile fare la diagnosi e inventarsi una prospettiva di guarigione (…). È questo il metodo che Capitini ci ha indicato: 1. Fare una lettura del modello di convivenza individuando quali sofferenze ne costituiscono la base sacrificale e cercare di prendermene cura. 2. Associarsi: il principio comunità è fondamentale per Capitini, non si promuove da soli il cambiamento della società. 3. Spostarsi: non puoi fare il progressista all’interno di una vita tutelata, devi spostarti al confine, stabilire amicizie e relazioni con quelli che portano il peso del modello di ingiustizia in quel momento dominante nella società, perché è solo insieme a loro, non tanto per loro, che tu sprigioni l’energia di un’alternativa. (…). È quando inneschi non tanto gesti occasionali, simbolici, quasi mediatici, ma processi di liberazione, che la storia comincia a cambiare. (…)

(“Adista documenti”, n.56 del 16 luglio 2011)

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