Sulla Laborem exercens a 30 anni dalla sua pubblicazione


Group of the European People’s Party (Christian Democrats) in the European Parliament

Group of the Progressive Alliance of Socialists & Democrats in the European Parliament

Commission of the Bishops’ Conferences of the European Community

 

 

The central place of Human Work

for the European Social Market Economy

Conference on the occasion of the 30th anniversary of the Encyclical ‘Laborem exercens’,

with the participation of Members of Parliament from the political Groups of EPP, S&D and ALDE

 

 

Round table I

Economic welfare, business and the common good in the era of the globalisation

Luca Diotallevi, Vice-president of the Italian Social Weeks, Italy

 

 

Il magistero stesso della Chiesa si presenta non come una serie di elementi autonomi, ma come un processo vivo da cui è sempre estremamente rischioso isolare una parte. Sia che questa abbia la forma di un singolo testo sia che questa abbia la forma di una particolare fonte (LG n.12). Il magistero insomma non guadagna la propria autorità a spese della sua cattolicità, spaziale e temporale, e della sua ministerialità, del suo essere a vantaggio della vita vera della intera Chiesa.

Di conseguenza, lo sforzo ermeneutico che il magistero richiede a tutta la comunità ecclesiale ed a ciascun credente non può assolutamente ridursi alla pure indispensabile analisi filologica di un singolo testo. Con la forza e la luce dei sacramenti e del Vangelo, come fedeli, sotto la guida dei pastori, siamo invece chiamati ogni volta ad intendere cosa ci comunica ogni atto di magistero collocato nella Tradizione e questo mentre siamo alle prese, come lo stesso Giovanni Paolo II insegnava, con «nuove cose nuove» (cfr. CA 3).

 

Ciò vale certamente anche per il magistero sociale di Giovanni Paolo II di cui la Laborem exercens è parte. La porzione di vicenda storica coperta da quel pontificato e quella ulteriore che ci separa dalla sua conclusione per un verso rendono più comprensibile il principio appena enunciato e per altro verso consentono di acquisire una comprensione della Laborem exercens per tanti aspetti più profonda di quella possibile al momento della sua pubblicazione. Ancora una volta comprendiamo la verità di un punto su cui von Balthasar tanto aveva insistito: in modo speciale per il cristianesimo vale che il tempo aumenta la possibilità di comprendere ciò da cui quello stesso tempo ci separa.

Ciò è se mai possibile ancora più evidente se siamo alle prese con un testo del magistero sociale, e per di più se questo testo deve essere affrontato, tenendo presenti i temi numerosi e complessi che il titolo della nostra tavola rotonda richiama: economic welfare, business, common good, globalisation.

 

I 30 anni che sono trascorsi dalla pubblicazione in quell’enciclica sono stati principalmente gli anni in cui si è manifestata la forza del processo che normalmente chiamiamo globalizzazione.

Per i paesi dell’Europa continentale questo processo ha innanzitutto assunto la forma della irreversibile crisi e poi della scomparsa dello “Stato”. Non cioè della scomparsa o della perdita di funzione delle istituzioni politiche, ma della evidente inplausibilità o della costosa procrastinazione della pretesa di queste, ed in particolare di una di queste: lo “Stato” appunto, di organizzare il proprio primato su tutta la società e di avere il monopolio della cura del bene comune, per di più occultandosi dietro il velo ideologico di una pretesa neutralità.

Il crollo dei regimi del socialismo reale non è stato il culmine, ma il primo atto di un processo del quale il numero 25 della Centesimus annus offre una drammatica lettura teologica, radicata nella genuina tensione escatologica della Chiesa e della fede.

La crisi dello “Stato”, e delle state societies europeo-continentali, è infatti il secondo atto dello stesso processo. Per certi versi un atto addirittura più drammatico. Esso infatti segna la fine non solo della degenerazione platealmente totalitaria della pretesa della politica di dar forma alla intera società, ma anche della versione in qualche modo democratica e pluralista di quella pretesa, ben più tollerabile e persino per tanti versi benemerita, culminata nello “stato sociale” (vuoi di matrice conservatrice, vuoi di matrice socialdemocratica). Anche in questa forma la politica aveva perseguito un progetto di assorbimento di tutto ciò che è pubblico, di riduzione del diritto alla legge, e di compressione di ogni altro soggetto sociale, come chiaramente denunciato non solo dalla già citata Centesimus annus, ma poi dalla stessa Deus caritas est di Benedetto XVI, oltre che, su di un piano ben diverso, da tanta e varia letteratura scientifica.

La insopportabilità dei livelli di debito pubblico degli stati, che un mercato oggi più libero ha potuto mettere pienamente in luce e di cui ci aiuta ad apprezzare il terribile costo, è la testimonianza della pericolosità e dell’impraticabilità ormai del progetto dello “Stato”.

Nell’Europa continentale la difficoltà a completare la transizione da una società a governance monarchica verso una società a governance poliarchica (cfr. CV n.57) è spiegabile con la resistenza opposta da tutti i ceti e i gruppi che sulla ipertrofia della politica avevano costruito le proprie rendite.

 

Se ora, alla luce di questo passaggio travagliato, dal significato chiaro e dall’esito ancora del tutto incerto, non sappiamo infatti chi prevarrà tra coloro che difendono la monarchia dello “Stato” e coloro che si battono per una transizione alla poliarchia, rivolgiamo lo sguardo alla Laborem exercens, vi possiamo individuare tanto alcuni punti fermi quanto alcune premesse del successivo magistero sociale pontificio, di Giovanni Paolo II stesso e poi di Joseph Ratzinger.

Naturalmente, nello spazio a disposizione sarà possibile far solo qualche limitatissimo esempio dei primi e delle seconde.

 

Tra i punti fermi della prima enciclica sociale di Giovanni Paolo II, già presentati come tali e poi oggi ancor più chiaramente tali a causa dello sviluppo del magistero e del corso degli eventi, vi è senz’altro una visione fondamentale del lavoro umano. Di questo veniva infatti posto in luce piena  tanto l’aspetto oggettivo (LE n.5) quanto l’aspetto soggettivo (LE n.6); dal punto di vista spirituale esso era letto tanto alla luce della resurrezione quanto alla luce della croce (LE n.27); infine, esso non era considerato come base e condizione di diritti, ma come espressione di diritti e di doveri di un livello anteriore (LE n.16ss). In questo modo l’immagine e la comprensione del lavoro umano risultano più ampie e più capaci di riconoscerne i valori, proprio perché questo non è assunto come punto di partenza mentre come punto di partenza, è assunta la dignità della persona umana che nel lavoro si esprime ma che al lavoro non si riduce. Nessuna enfasi e nessuna retorica “lavoristiche” trovano spazio in uno dei testi in cui è più radicale il riconoscimento della dignità del lavoro umano.

Sarà proprio la larghezza e la radicalità di questa prospettiva a consentire approfondimenti notevoli al successivo magistero cattolico sul lavoro. Basti pensare al fatto che la categoria di lavoro non apparirà più come sinonimo di lavoro fisico o di lavoro dipendente.

Almeno un cenno va poi fatto ad un altro giudizio contenuto nell’enciclica. Il lavoro umano viene indicato come un punto centrale della questione sociale, la quale dunque è qualcosa di più complesso e di più ampio. Questa scelta, compiuta sulla base dell’insegnamento conciliare (cfr. ad es. GS 38), è tassello di una comprensione più sofisticata e insieme più realistica della società umana. Come insegnerà successivamente il Compendio della dottrina sociale della Chiesa cattolica (nn.150-151), la realtà sociale è originariamente non uniforme ed il lavoro è compreso tanto nella sua relativa indipendenza quanto nella sua relativa dipendenza rispetto alle altre istanze sociali.

 

Proprio questo sguardo teologico sul lavoro, non inventato ma certamente messo a punto dalla Laborem exercens, realistico e privo di ogni retorica lavoristica o paternalistica, farà da sfondo ad alcuni degli insegnamenti più significativi della Centesimus annus. Grazie anche alle premesse poste nell’enciclica del 1981, al centro del lavoro saranno viste la libertà e l’intelligenza umane, e non la forza fisica (CA n.31, si pensi invece ancora a PP n.27), il lavoro non sarà più visto come azione innanzitutto individuale (CA n.32) e nel magistero cattolico sul lavoro recupererà il ruolo che le spetta la imprenditorialità ed agli imprenditori verrà riconosciuto tutto il valore e tutta la imprescindibilità del loro lavoro.

Ancora: il lavoro verrà ricollocato nel mercato, anzi nel libero mercato, del quale è protagonista e condizione (CA n.34). Nella enciclica del 1991 non si parla di “economia sociale di mercato”, ma di economia di mercato e di economia d’impresa o meglio ancora di economia libera (cfr. CA n.42). Opportunità di lavoro si generano facendo funzionare il libero mercato e l’impresa, istituzioni che non si autoproducono e che la sola dinamica economica non può assicurare, ma all’esistenza delle quali tutte le istituzioni sociali, non escluse quelle politiche, debbono recare un contributo limitato ma essenziale. È anche grazie alla valorizzazione del lavoro, ed alla conseguente valorizzazione del mercato e dell’impresa, che la Centesimus annus insegnerà con una chiarezza senza precedenti il principio di sussidiarietà tanto nella sua componente “verticale” quanto nella sua componente “orizzontale”.

Su questa base si sottolineerà il carattere essenziale ma anche specifico e limitato del contributo delle istituzioni politiche alle dinamiche economiche. Le eventuali supplenze ai fallimenti del mercato dovranno avere natura eccezionale e durata limitata nel tempo (CA n.48).

Il fatto che la Laborem exercens abbia letto il lavoro umano alla luce della dignità e della libertà della persona umana, e dunque nella stessa misura diritto e dovere, condurrà la Centesimus annus ad una presentazione della nozione di diritto al lavoro che in momenti di crisi come gli attuali andrebbe puntualmente ricordata. «Non potrebbe lo Stato assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini senza irreggimentare l’intera vita economica e mortificare la libera iniziativa dei singoli» (ivi).

In questo quadro, di cui l’enciclica dell’ ‘81 pose le basi, non c’è più spazio per una artificiosa contrapposizione tra lavoro e profitto (CA n.35), né per negare al sindacato la piena statura di protagonista delle dinamiche del mercato (cfr. LE n.20).

Infine, sarebbe difficile immaginare lo sguardo certamente vigile, ma non ostile, che la Caritas in veritate porta alla globalizzazione, se il magistero non avesse compiuto quel tratto di cammino sul quale abbiamo gettato un velocissimo sguardo ed alcune delle cui radici prossime sono senz’altro nella critica del monopolio del bene comune da parte della politica fissato da quel testo capitale del Vaticano II che fu la Dignitatis humanae (n.6). (Non dimentichiamo il ruolo che da Paolo VI a Benedetto XVI è stato riconosciuto a quel testo, e non dimentichiamo che per questa via Papa Ratzinger è giunto a parlare di «beni comuni» piuttosto che di «bene comune» al singolare. Solo alcuni di questi beni comuni possono essere prodotti dal sistema politico.)

 

Concludo ricordando che l’insieme di questo magistero fornisce un orientamento importante a chi affronta la crisi presente. Il lavoro e tutte le altre forze dell’economia debbono rivendicare la loro dignità e giocare fino in fondo il proprio ruolo in vista dell’affermazione anche nell’Europa continentale di una stateless society a governance poliarchica.

Naturalmente, questo orientamento può essere declinato in molti modi, ma certamente non è compatibile con altri. Tra questi ultimi vi è certo l’idea di fare dell’Unione Europea un fortino a difesa degli ultimi “Stati” od addirittura di farne un super state.

Questo magistero, al contrario, valorizza l’idea originaria della CECA (che effettivamente nacque) e della CED (che non vide la luce) ovvero di una unione europea elemento portante di una governance continentale e globale, poliarchica e multilevel.

In termini poi strettamente ecclesiali, si pensi alle parole pronunciate da Benedetto XVI giusto un anno fa in Westminster Hall, questo magistero spinge noi cattolici dell’Europa continentale a guardare con umiltà alla grande esperienza dei cattolicesimi di matrice britannica e delle istituzioni di quelle stateless societies.

 

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