da “Europa” di oggi
Per le primarie di collegio
A prescindere dalle cautele e dalle distinzioni usate soprattutto in seguito non c’è dubbio che il precipitoso incontro di Vasto ha dato l’idea di una riedizione dell’Unione, di una coalizione eterogenea e squilibrata. Il contrario di un Vasto programma: allo stato si tratterebbe di un programma minimo con chi era contrario all’intervento in Libia (grazie ai quali ci sarebbe ancora Gheddafi) e chi è contrario alla riforma dell’articolo 81 (con gli argomenti della Linke contro la Spd e di Izquierda Unida contro il Psoe).
Si obietterà: ma molti di voi che condividete questo giudizio, compresa la redazione di Europa, non siete anche tra i più attivi nella campagna referendaria che, come effetto immediato e diretto, ripristinerebbe la legge Mattarella, che imporrebbe coalizioni di quel tipo? Insomma, non stiamo anche noi sulla strada per Vasto? Chiariamoci allora bene in tre passaggi. In primo luogo i sistemi elettorali non sono mai neutri, ma non sono neanche mai deterministi. La metafora migliore è quella di Duverger, che ne fa dei freni o degli acceleratori rispetto ai processi politici. Il problema è cosa vogliamo frenare o accelerare.
Se l’obiettivo è incentivare coalizioni omogenee – questo è il secondo passaggio – possiamo allora distinguere i sistemi elettorali in una scala di preferenze.
Al vertice stanno i sistemi che rendono più facile la formazione di coalizioni omogenee rafforzando in seggi il partito più votato di ogni area politica: è così col sistema francese con cui va al ballottaggio di collegio il più votato di ogni schieramento, e il sistema spagnolo che corregge potentemente la proporzionale a favore dei due partiti nazionali più forti.
Non a caso sono i sistemi proposti dal Pd in questa legislatura e in quella trascorsa. In fondo alla scala stanno i sistemi proporzionali puri che, limitandosi a fotografare i voti in seggi, incentivano coalizioni eterogenee dopo il voto. In mezzo stanno sistemi che curvano la rappresentanza non a favore di un partito, ma di una coalizione.
Sono proprio questi ultimi che, stando in mezzo, possono essere gestiti in modi diversi: o privilegiando coalizioni per vincere a tutti i costi ma che potrebbero poi implodere o scegliendo con qualche rischio immediato coalizioni più ristrette ma più omogenee. Da questa limitata angolatura il Porcellum e il Mattarellum hanno varie somiglianze soprattutto perché sono tutti e due sistemi a turno unico.
Il terzo passaggio è quello decisivo. I due sistemi nel complesso non si equivalgono affatto per due ragioni fondamentali. Anzitutto quella di metodo: non c’è alcun modo di salire sulla scala dei sistemi preferiti se non mettendo in mora il Porcellum ed il referendum è l’unico treno che passa. Poi per quella di merito: un conto è un maxi-collegio uninominale com’è il Porcellum, che polarizza solo sul candidato premier; un altro conto far passare, pur con un sistema imperfetto, la polarizzazione nazionale per candidati conoscibili in collegi ristretti.
Anche il bilancio del Mattarellum è stato scritto in modo frettoloso: esso non impedì affatto una chiara differenza con Rifondazione nel 1996 e di avvicinarsi alla vittoria nel 2001, nonostante i disastri della legislatura, pur avendo fuori Rifondazione, Di Pietro e Democrazia Europea.
E furono scelte politiche precise, quelle contro la creazione di strutture coalizionali di collegio e contro l’introduzione di primarie volendo mantenere le pur declinanti organizzazioni tradizionali di partito, a frustrare le potenzialità del Mattarellum, come ha ben ricordato Claudia Mancina sul Riformista del 7 settembre.
Il Mattarellum offre comunque già da subito la possibilità di effettuare primarie per i collegi uninominali (mentre il Porcellum svilisce i più forti tentativi di democratizzazione delle candidature) e consente quindi di tornare al mito fondativo del Pd in modo diffuso.
Per questo allora è importante per un verso firmare nei prossimi giorni per i referendum e per altro chiedere quanto prima primarie di partito per il doppio incarico di segretario e candidato-premier, anteponendole a quelle di coalizione, determinando in quel processo politico del Pd i termini per successive coalizioni, ivi compresa la scelta dei candidati nei collegi.
Infatti ci sono due esigenze da tenere insieme: il più grande partito nazionale non può certo abdicare a presentare il suo segretario politico quale leader della coalizione, come accade in tutte le democrazie europee; nel contempo non si può burocraticamente bloccare la contendibilità di quella carica richiamandosi a un mandato ricevuto nel 2009, una stagione politica del tutto diversa.
Essersi chiamati Partito democratico comporta far fronte a queste richieste esigenti, senza scappatoie: la domanda c’è, come dimostrato dalla spinta di base di questo referendum che ha travolto qualsiasi resistenza.
Stefano Ceccanti

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