Cervantes alla guerra d’Inghilterra. Il “Don Chisciotte” nacque dopo il disastro dell’Invincible Armada


di Pietro Citati

Miguel de Cervantes (1547-1616) viene preso prigioniero dai pirati barbareschi musulmani nel 1575 e recluso ad Algeri. Sarà liberato per un riscatto di 500 scudi nel 1580. Nel 1605 Cervantes pubblica il primo volume del suo capolavoro «Don Chisciotte». Il titolo originale è «El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha». Il secondo volume esce nel 1615
Il 12 dicembre 1584, Miguel de Cervantes sposò a Esquivias, cittadina non lontana da Madrid, Catalina de Salazar, che forse aveva nelle vene qualche goccia di sangue ebraico. Cervantes aveva trentasette anni, la fronte liscia, gli occhi vivaci e la barba bionda: gli amici dicevano che «metteva in tutte le cose una grazia particolare». Se si guardava alle spalle, scorgeva una vita drammatica e romanzesca. Nella battaglia di Lepanto (1571), un colpo d’archibugio l’aveva colpito alla mano destra: questa ferita, che a molti sembrava ripugnante, gli pareva bellissima, «perché l’aveva ricevuta nella più alta e memorabile occasione che abbiano visto i secoli passati». Nel 1575, era stato catturato lungo le coste catalane dai pirati barbareschi, e portato ad Algeri, da cui aveva cercato inutilmente di fuggire per cinque anni.

La moglie aveva soltanto diciannove anni, diciotto meno di lui, e «sapeva leggere»: non sappiamo cosa. A Esquivias, i due Cervantes vissero insieme una vita ordinata e mediocre, con modeste cene, qualche amicizia, piccole conversazioni, qualche viaggio del marito a Madrid e a Siviglia: una vita abbastanza simile a quella di Don Chisciotte, prima di partire per le grandi avventure cavalleresche. Tutto lascia credere che Cervantes volesse bene alla ragazza che aveva sposato quasi per caso. «Qualcuno vuol fare un lungo viaggio – disse Don Chisciotte -. Se è prudente, prima di mettersi in strada, sceglierà una compagnia piacevole e sicura. Perché non dovrebbe fare lo stesso chi cammina tutto il corso della vita fino al termine della morte, soprattutto se questa compagnia deve seguirlo a letto, a tavola, dovunque, come fa la donna con il marito?».

Ma Cervantes aveva una idea singolare dei lunghi viaggi coniugali. Nel 1587, due anni e mezzo dopo il matrimonio, abbandonò la moglie. Non spiegò a nessuno, forse nemmeno a sé stesso, la propria decisione. All’improvviso, chiese un incarico di commissario a Diego de Valdivia, che stava preparando, a Siviglia, l’approvvigionamento dell’ Invencible Armada . Non attese nemmeno di essere nominato: il 28 aprile, a Toledo, firmò una procura che accordava alla moglie il potere di gestire i beni comuni: non gliela portò nemmeno ad Esquivias, come avrebbe fatto un normale marito, ma incaricò un testimone di fargliela avere. Poi scappò: attraversò la Mancia come un forsennato, otto o nove leghe al giorno; e l’8 maggio era già a Siviglia. Era la prima delle sue grandi Fughe.

Negli anni del brevissimo matrimonio, Cervantes continuò a scrivere: la carta davanti a lui, la penna sull’orecchio, il gomito sulla tavola, e la mano sulla guancia, pensando a quello che doveva dire. Abbiamo la testimonianza di un cane, Berganza (sia pure un cane immaginario, personaggio di una delle Novelle esemplari): «Era occupato a scrivere in un quaderno e, di tanto in tanto, si mordeva le unghie levando gli occhi al cielo. Altre volte, non muoveva né piedi né mani e nemmeno le ciglia: tanto era profonda la sua estasi. Un’altra volta, mi avvicinai a lui senza che se ne accorgesse. Lo sentii mormorare tra i denti e, dopo un lungo momento, gettò un grande grido: “Dio sia lodato! Questa è la migliore ottava che abbia mai fatto nel corso della mia vita”. E scrivendo velocissimamente nel suo quaderno, dava i segni della più viva soddisfazione». Compose venti o trenta commedie, quasi tutte perdute, dove voleva mostrare «le immaginazioni e i segreti pensieri dell’animo»; e la prima parte di un romanzo pastorale, La Galatea. Ma erano cose senza genio. Dovette aspettare i cinquantotto anni, quando gli occhi non erano più vivi, la barba non era più bionda, ma la grazia continuava ad avvolgerlo, per pubblicare la prima parte del Don Chisciotte presso lo stampatore madrileno Juan de la Cuesta.

Nel 1615, mentre ricordava la sua fuga a Siviglia, Cervantes scrisse semplicemente: «Avevo trovato altre cose di cui occuparmi, e ho lasciato la penna e le commedie». Per almeno dodici anni non posò la carta sul tavolo, né la penna sull’orecchio, né la mano sulla guancia; e non sappiamo cosa abbia pensato, immaginato, o fantasticato. Forse abbozzò una bellissima Novella esemplare, e qualche commedia. Era sconfortato. Diceva amaramente di essere «uno spirito sterile e incolto», degno soltanto di abitare un carcere. Ma, in realtà, aveva bisogno di un’altra Fuga, immensamente più tragica di quella che lo aveva allontanato dalla moglie. Doveva abolire tutta la realtà, tutta la letteratura, tutto sé stesso: cancellare ogni cosa dalla mente; e solo da questa rinuncia definitiva poteva nascere il più grande libro sulla Fuga che sia mai stato scritto.

Cervantes amava moltissimo Siviglia: la grande città, il commercio, il movimento, i colori, il vizio, la miseria, il delitto, il caos, la fame, la disperazione. La cercava e la fuggiva, egualmente affascinato. Trovava ancora ricordi islamici: la Girauda, il minareto dell’antica moschea, divenuto campanile della cattedrale, e la Torre d’oro. Scorgeva l’immagine più splendida e colorita della Spagna cristiana: quell’immagine che il severo Filippo II, chiuso nel sepolcro vitruviano dell’Escorial, non amava: i palazzi platereschi e rinascimentali, la Dogana, la Moneta, la Loggia dei Mercanti, la Fiera dei vini, la Casa de contractación de las Indias; e il Mattatoio, dove gli abitanti non temevano né religione, né legge, né giustizia, rubavano e uccidevano, come uccelli da preda carnivori.

A Siviglia, sul corso inferiore del Guadalquivir, giungevano le flotte del Nuovo Mondo, «come se la mano di Dio le guidasse». Nella prima metà del secolo, le navi avevano portato soprattutto oro, dopo il 1550, quasi esclusivamente argento: in Perù erano state scoperte nuove miniere; e a Potosí, a 4.830 d’altitudine, era sorta una città mineraria di centosessantamila abitanti (più popolosa di Londra e Parigi). Tra il 1580 e il 1620, le esportazioni dall’America decuplicarono, permettendo a Filippo II di sviluppare la sua imperiosa politica estera. Negli stessi anni, flotte cariche di vino, di farina, di olio, partivano verso l’America, dove non crescevano né grano né viti né ulivi. Così, a Siviglia, si formò una rete foltissima di mercanti e di banchieri: soprattutto genovesi, che si impadronirono della finanza e del commercio internazionali, fondando grandi monopoli, e dominando il governo di Filippo II. Tutto era denaro, o si trasformava in danaro: le strade – diceva Mateo Alemán – erano cosparse d’argento; tutto era venduto e comprato, e poi di nuovo comprato e venduto, come in un fantastico paese di Cuccagna.

Era un singolare paese di Cuccagna. Verso Siviglia scendeva la folla degli emigranti, che a tutti i costi voleva raggiungere le Americhe: funzionari senza impiego, miseri gentiluomini desiderosi di rinobilitare il blasone, soldati a caccia di ventura, giovani diseredati che volevano far fortuna – e tutta la schiuma di Spagna, ladri segnati dal marchio, banditi, vagabondi, debitori ansiosi di sfuggire ai creditori, mariti che fuggivano le mogli litigiose. Per tutti, le Americhe erano il sogno. Come scrisse Cervantes in una Novella esemplare, le Americhe «erano il rifugio e la protezione dei disperati di Spagna, il santuario dei bancarottieri, il salvacondotto degli omicidi, la diversione e il paravento dei bari, il richiamo generale delle prostitute, la comune illusione del gran numero, il rimedio eccezionale di qualcuno». Molti di quei vagabondi si fermavano a Siviglia: storpi, ciechi, ladri, finti o veri sciancati, ragazze di malaffare, accattoni, formando gruppi organizzati in modo quasi militare, con capi sospettosi e tirannici.

Da decine di secoli, l’Andalusia era stata «il granaio, il frutteto, la cantina e la stalla della Spagna». Ma quando Cervantes arrivò a Siviglia, la situazione economica precipitava. Crescevano le imposte dirette sull’agricoltura: la carne, l’olio, l’aceto e il sale erano tassati; i piccoli agricoltori venivano strappati dalle loro terre perché non pagavano i debiti; i mercanti abbandonavano i commerci, gli artigiani i mestieri, i pastori le pecore. I nobili rovinati, i commercianti falliti, i diplomati senza lavoro tendevano la mano in tutte le piazze. Intanto lo Stato spendeva le entrate prima di averle incassate.

Nel settembre 1587 Miguel de Cervantes cominciò a tendere anche lui la mano: per lo Stato, per la Invencible Armada , con cui Filippo II voleva invadere l’Inghilterra. Le navi spagnole avevano bisogno di grano, di vino, di olio, di biscotti, per nutrire decine di migliaia di soldati e di marinai. Ma lo Stato non pagava: requisiva; avrebbe pagato più tardi, chissà quando, tra sei mesi, due, tre, quattro anni; e i proprietari e i contadini si rifiutarono di consegnare i viveri nelle mani del commissario letterato. Cervantes era solo, indifeso, senza appoggi: senza un soldo, perché lo Stato non gli versava lo stipendio. Con i contadini cercava di usare le buone parole. Quando mise in prigione un sacrestano recalcitrante, ed espropriò un ricco canonico, la Chiesa non sopportò l’intollerabile offesa. Prima il vicario generale di Siviglia, poi quello di Córdoba scomunicarono Cervantes.

Il padre di Filippo II, Carlo V, aveva raccomandato al figlio di mostrarsi continuamente al suo popolo, di dare udienze a giorni e ore fisse, di discutere i consigli dei Grandi. Ma non lo nominò Imperatore. Filippo sentì questa mancanza come una terribile ferita; e si ritirò sempre più nel suo cuore. Parlava con la cortesia più fine: ascoltava, rispondeva a voce bassa, spesso con parole inintelligibili, e mai di sé stesso. Se riceveva cattive notizie, cadeva malato, e soffriva di diarrea come una pecora o un coniglio: almeno così dice un feroce osservatore.

Come un immenso ragno, Filippo II era felice soltanto se stava seduto al suo tavolo di lavoro. Gli giungeva un numero infinito di informazioni: dal Perù, dal Messico, dall’Atlantico, dal Pacifico, dai Paesi Bassi, dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dal Portogallo, da Milano, da Napoli, da Tunisi e Algeri, dalla Turchia, dalla Persia, dall’India, dai territori della penisola iberica, così diversi tra loro. Il regno di Spagna era il mondo. Le notizie arrivavano lentissimamente: talvolta naufragavano: impiegavano mesi a percorrere miglia e chilometri, prima di giungere a Filippo II, immobile al suo tavolo di lavoro.

Filippo II non voleva discutere con i molti ambasciatori, e i moltissimi funzionari. Non gli piaceva parlare: trovava che era una perdita di tempo; e poi chi avrebbe capito le sue risposte inintelligibili? Quando riceveva un testo scritto, cominciava il suo lavoro. Leggeva con una attenzione estrema: leggeva e rileggeva: poi leggeva ancora: annotava le sue osservazioni sul margine di ogni foglio; calcolava, soppesava; qualche volta le sue osservazioni erano futilissime e pedantissime. Ma non si fidava di sé stesso. Domandava il parere dei suoi subalterni: li faceva discutere; inviava i pareri di un funzionario all’altro; ognuno doveva rispondere punto per punto, questione per questione, con precisione assoluta. Soltanto tutti quei pareri potevano portarlo (forse) vicino alla verità. Il segretario del suo Consiglio di Stato commentava: «La condizione abituale del re è di non decidere mai».

Alla fine – per quanto dubbiosa, incerta, angosciosa – la decisione di Filippo II scoccava. Non veniva affidata ai Grandi, aristocratici e militari, che il re teneva lontani dalla politica: ma a una fitta burocrazia di letrados , piccoli nobili o persino borghesi, che avevano imparato tutto dai libri. I letrados ripetevano il lavoro di Filippo II: soppesavano interminabilmente il pro e il contro, complicavano inutilmente le cose, e alla fine, decidevano troppo tardi, quando era già passato il momento giusto, e gli inesauribili denari della Corona erano esauriti. Il Papa diceva: «Sua maestà è un uomo mediocre, che si decide ad agire solo quando è passata l’occasione». A Parigi aggiungevano: «L’arcolaio della regina d’Inghilterra vale più della spada del re di Spagna».

Attorno al 1566-67, la politica spagnola verso l’Inghilterra, che fino allora era stata pacifica e quasi favorevole, diventò minacciosa. Lo diventò ancora di più nel 1580, quando Filippo II venne nominato re del Portogallo. Ma Elisabetta non poteva sopportare che Filippo II dominasse con mano di ferro i Paesi Bassi; e occupasse le due rive dell’ Atlantico, trasformandolo in una specie di lago spagnolo. Allora decise di colpirlo nel cuore. A partire dal 1568, i corsari inglesi assalirono spietatamente le grandi navi, che portavano a Filippo II l’argento delle Americhe; e i battelli biscaglini che rifornivano il costosissimo esercito spagnolo dei Paesi Bassi.

Filippo II
Filippo II preparò una spedizione gigantesca, che avrebbe dovuto assicurare la strada delle Americhe, riconquistare i Paesi Bassi e invadere la vera nemica: l’Inghilterra di Elisabetta. La spedizione ricevette un nome pomposissimo: l’ Invencible Armada , nome che avrebbe fatto ridere o sorridere per sempre gli appassionati di storia. Il marchese de Santa Cruz pensava a cinquecento navi e a centomila uomini: prima di invadere l’Inghilterra, le navi avrebbero imbarcato una parte delle truppe spagnole, che combattevano nei Paesi Bassi, agli ordini di Alessandro Farnese. Ma non c’erano soldi: l’argento delle Americhe era già stato sperperato in chissà quale impresa. Così il progetto si ridusse: soltanto centotrenta bastimenti, undicimila marinai e diciannovemila soldati, per i quali laggiù, in Andalusia, Cervantes aveva faticosamente requisito grano, olio, vino e biscotti.

Filippo II costruì una nuova flotta: poiché nell’arida Spagna non c’era legname, comprò, cercò di comprare, o almeno fece segnare in Polonia una moltitudine di alberi da abbattere. Poi ordinò di requisire tutte le navi da trasporto, tedesche, inglesi e olandesi, ormeggiate nei porti spagnoli; e le fornì di cannoni. Per la maggior parte, erano navi grandissime e lente: di mille, duemila tonnellate; «immense case a cinque piani che sorgevano in mezzo al mare, con otto o dieci vele e due grossi alberi di altezza prodigiosa». Filippo II e i suoi consiglieri non sapevano che il tempo dei galeoni e delle galeazze era finito. Era giunto il tempo delle piccole navi da cento, duecento o anche settanta tonnellate: costavano poco, erano più rapide, tenevano meglio il mare e il vento, e portavano «cannoni più lunghi e leggeri», come l’anno dopo annotò addolorato, ammirato e invidioso, Filippo II, sui margini dei suoi fogli.

In una nazione dominata dai lentissimi e complicatissimi letrados, la Invencible Armada partì naturalmente in ritardo. Le centotrenta navi si raccolsero a Lisbona. Le nostre (o mie) notizie sono incerte. Avrebbero dovuto partire il 15 febbraio 1588: ma qualche giorno prima l’ammiraglio Alvaro de Bazán, capo della spedizione, morì d’apoplessia: il re nominò uno dei suoi parenti, il ricchissimo duca di Medina Sidonia, chiamato il «duca dei tonni» per via degli enormi benefici che traeva dalle sue tonnare andaluse. Non sapeva e non capiva nulla di mare, di navi e di battaglie navali: ma il cauto Filippo II gli mise accanto due esperti consiglieri. La partenza venne rinviata al 20 marzo, poi al 30 maggio. Quel giorno, le centotrenta navi si mossero verso il Nord: ma i venti del golfo di Biscaglia le obbligarono a rifugiarsi a La Coruña, nell’estremo settentrione della Spagna. Soltanto il 20 luglio, dopo cinque mesi d’attesa, partirono verso le coste dell’Inghilterra, dove giunsero due giorni dopo.

La battaglia di Gravelines tra le navi inglesi e l’Invencible Armada nel 1588
Quando furono davanti al porto di Plymouth, dove era ormeggiata la flotta inglese, i due consiglieri del duca di Medina Sidonia gli suggerirono di attaccare immediatamente le navi e di distruggerle. Forse la Invencible Armada avrebbe dimostrato di essere davvero invincibile. Ma il duca di Medina Sidonia amava le istruzioni scritte di Filippo II, che gli raccomandavano di congiungersi, nei Paesi Bassi, con le truppe spagnole. Rifiutò la battaglia, e forse la vittoria. Le sue navi risalirono la Manica, e il 6 agosto approdarono nel porto di Calais. La notte gli inglesi inviarono dei brulotti, che colarono a picco alcuni bastimenti. Il giorno dopo, al largo di Gravelines, avvenne una grande battaglia. Gli spagnoli volevano abbordare le navi nemiche, balzando sulle plance con i moschetti e gli archibugi, come a Lepanto. Ma le piccole e leggere navi inglesi rimasero irraggiungibili: si spostavano e allontanavano velocemente, poi si avvicinavano e di nuovo fuggivano, colpendo con i cannoni le galere spagnole. «Facevano quello che volevano», scrisse il 20 agosto un ufficiale, «solo una ventina delle nostre navi poteva tenergli testa, ma le altre fuggivano appena il nemico si avvicinava».

L’ Invencible Armada si inoltrò nel Mare del Nord, cercando di approdare nei porti controllati dalle truppe spagnole. Ma i ribelli olandesi bloccavano la maggior parte delle coste: i porti liberi erano troppo piccoli per accogliere le grandi navi dell’ Armada ; nessuno, a Madrid, aveva mai pensato di controllare questo particolare insignificante. La stagione peggiorò: i venti soffiavano verso Nord; a Sud, nella Manica, le navi di Elisabetta impedivano il ritorno in Spagna. Così il duca di Medina Sidonia, smarrito, confuso e privo di istruzioni scritte, decise di prendere la via del nord. Risalì le coste dell’Inghilterra e della Scozia, si insinuò tra le Orcadi e le Shetland, e discese lungo l’Irlanda. A bordo scoppiarono epidemie: il grano e i biscotti dell’Andalusia erano divorati da mesi. Le tempeste e le navi inglesi affondarono molte galere. Quando i superstiti riuscivano a giungere a terra, venivano massacrati dalle popolazioni. Infine, il 22 settembre 1588, due mesi dopo la partenza da La Coruña, sedici navi – sedici su centotrenta – giunsero a Santander. Un sacerdote commentò: «La Spagna ha perso il suo prestigio: siamo diventati lo scherno dei nostri nemici, che ci hanno visto fuggire senza che nessuno ci inseguisse».

Elisabetta I
Dopo la sconfitta dell’ Armada, la navigazione in Atlantico delle navi spagnole, cariche d’argento, diventò pericolosissima. Attorno alle isole del Capo Verde, alle Canarie, alle Azzorre, si aggiravano i corsari inglesi, che talvolta si spingevano fino a Sant’Elena, dove le navi portoghesi, di ritorno dall’India, rinnovavano le provviste d’acqua. Intanto il Mediterraneo, il regno di Filippo II, diventò un mare nordico. Le navi inglesi e olandesi forzavano lo stretto di Gibilterra: specialmente d’inverno, quando il mare era molto agitato, e i galeoni spagnoli rimanevano alla fonda. Alla fine del secolo, gli inglesi erano presenti dovunque nel Mediterraneo, e lungo tutte le vie che vi conducevano. Fino a controllare (nel 1660) il 48 per cento del commercio. Poi arrivarono le navi olandesi, di solito battendo bandiere false e servendosi di falsi documenti. Pochi anni dopo, a Siviglia, il cuore finanziario della Spagna, le ditte olandesi sostituirono i banchieri genovesi: si introdussero mascherate, nascoste attraverso insospettabili intermediari, e corrompendo i Grandi spagnoli, come il duca di Medina Sidonia, «il duca del tonno», l’incompetente capo della Armada . A poco a poco, come termiti, divorarono dal di dentro Siviglia e la trasformarono in un nemico pericoloso, commerciando con i ribelli dei Paesi Bassi, i nemici mortali di Filippo II.

Nel 1596, otto anni dopo la sconfitta dell’Armada, ebbe luogo il disastro definitivo. Le squadre inglesi e olandesi partirono il 1° giugno da Plymouth, e raggiunsero la baia di Cadice, dove erano ormeggiate 60 navi spagnole dirette in America, cariche di undici milioni di merci. Le truppe inglesi sbarcarono, bruciarono le navi, e per quindici giorni saccheggiarono Cadice.

Ormai era tempo che Filippo II morisse. Aveva settantun anni: quarantadue anni di regno, quarantadue anni di guerre ininterrotte. Soffriva d’artrite e di idropisia: il ventre, le cosce e le gambe si gonfiarono; non riusciva a calmare la sete. Fu portato all’Escorial, la sua reggia, disteso sopra una lettiga. Il viaggio durò sette giorni. L’agonia sette settimane. Soltanto Filippo non avvertiva il fetore intollerabile del suo corpo, perché non possedeva la minima traccia d’odorato – tratto che rivelava profondamente la sua natura. Si confessò per tre giorni, rivelando i peccati che aveva commesso e quelli che non aveva commesso; e morì il 13 settembre 1598, alle cinque del mattino.

Proprio quell’anno, o l’anno prima, Miguel de Cervantes, l’oscuro commissario malpagato dell’Andalusia, cominciò a immaginare o a scrivere il Don Chisciotte . Non era un libro adatto a Filippo II, e a nessun potente della terra. Ma piaceva moltissimo a Dostoevskij, che lo lesse e lo rilesse e lo imitò nell’ “Idiota” . Nel marzo 1876, scrisse nel “Diario di uno scrittore”: «In tutto il mondo non c’è nulla di più profondo e forte di questa opera poetica. Per ora, è l’ultima parola detta dal pensiero. E se finisse la terra, e lassù da qualche parte chiedessero alla gente: “Avete capito la vostra terra, e che cosa ne avete concluso?”. Allora uno potrebbe porgere in silenzio il Don Chisciotte: “Ecco le mie conclusioni sulla vita: potete per questo giudicarmi?”».

(www.corriere.it , cultura, 15.8.2011)

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