Paolo VI, vivo é il ricordo – da Vatican Insider 05.08.2011


Paolo VI, vivo è il ricordo

Oggi alle 17, in San Pietro, sarà celebrata la messa, presieduta da monsignor Crepaldi, arcivescovo di Trieste, nel trentatreesimo anniversario della morte Montini, una tradizione avviata dal suo segretario personale, monsignor Pasquale Macchi

Luca Rolandi
Torino

Il 6° agosto 1978 si spegneva papa Giovanni Battista Montini. Il pontefice del dialogo e del Concilio, della testimonianza aperta al mondo e della sofferenza per il difficile incontro tra fede e cultura, scienza e mistero di Dio. Nato a Concesio il 26 settembre 1897, in provincia di Brescia, il suo è stato un lungo e luminoso itinerario di fede, fin dall’infanzia. Le origini familiari e la formazione sono fondamentali nella vita di Montini. L’esperienza di un cattolicesimo radicato nella spiritualità e nel sociale alla formazione nella realtà religiosa lombarda, sono espressioni che guideranno sia il padre Giorgio, esponente del Partito Popolare di Luigi Sturzo, sia il fratello Ludovico nella Democrazia Cristiana. La formazione telogica di base di Giovanni Battista Montini fu permeata dall’influenza della teologia francese con le letture, tra gli altri, di Maritain, amico personale, Sertillanges, Mounier. Nel 1919 Montini entra nella Fuci, nel 1920 l’ordinazione sacerdotale e cinque anni la chiamata a Roma con la nomina di assistente ecclesiastico degli universitari cattolico con i presidenti Angela Gotelli e  Igino Righetti.

La sua lezione ai giovani cattolici universitari è incentrata sul legame, inscindibile per un universitario cattolico, tra studio e fede, tra intelligenza e spiritualità. Una spiritualità dello studio, che permette di vivere l’università da credenti, dedicandosi alla cultura come un’alta forma di carità e non un atto fine a se stesso. La riflessione montiniana è dominata – ricorda un articolo dell’Osservatore Romano di Angelo Maffeis del marzo scorso – dal senso dell’urgenza di questo compito e dalla consapevolezza che troppo poco è stato fatto. È eloquente al riguardo la risposta che nel 1930 egli dà all’interrogativo circa i modi in cui la Chiesa ha manifestato la sua attenzione per il mondo universitario. “Qual è la cura che il clero italiano s’è preso della sua Università? La risposta è terribilmente semplice; perché, salvo qualche buona eccezione, si può dire nessuna”. Tra le eccezioni a questa diffusa assenza della Chiesa dal mondo accademico Montini menziona l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la Fuci. L’università fondata da padre Gemelli non persegue però l’obiettivo di assicurare la cura pastorale a tutti gli studenti universitari, ma intende formare i propri studenti e proporsi come soggetto in grado di incidere nel panorama della cultura italiana. La Fuci si è invece assunta direttamente il compito “di assistere localmente gli Studenti delle ventitré città universitarie e di rintracciarli anche nelle loro sedi originarie”.

Il 13 dicembre 1937 venne nominato sostituto della Segreteria di Stato; iniziA a lavorare strettamente al fianco del cardinale segretario di stato Eugenio Pacelli. Il 10 febbraio 1939, per un improvviso attacco cardiaco, Pio XI muore. Alle soglie della Seconda guerra mondiale, Eugenio Pacelli viene eletto pontefice con il nome di Pio XII. Poche settimane dopo, Montini (sempre con il ruolo di sostituto) collabora alla stesura del radiomessaggio di papa Pacelli del 24 agosto per scongiurare lo scoppio della guerra, ormai imminente; sono sue le storiche parole: «Nulla è perduto con la pace! Tutto può esserlo con la guerra». Il ruolo di Montini fu quello di mediatore che ricercò i contatti e condusse gli incontri. Poi la guida della più grande diocesi del mondo Milano e infine l’elezione al soglio pontificio nel 1963 come successore di Giovanni XXIII a Concilio aperto.

Eletto papa Montini dichiara immediatamente di voler portare avanti il Concilio interrotto per la morte di Giovanni XXIII, di continuare la riforma del codice di Diritto Canonico e proseguire il cammino ecumenico. Portato a termine il Concilio, comincia a mettere in opera le deliberazioni conciliari con grande coraggio, in mezzo a ostacoli di ogni segno: opposizioni reazionarie o progessiste. Importante e profonda la sua azione ecumenica, con proficui scambi e incontri con la Chiesa Anglicana e la Chiesa ortodossa: storico il suo incontro con il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras. Inaugura l’era dei grandi viaggi apostolici recandosi, nel 1964, a Gerusalemme, e in seguito in molte altre parti del mondo. Numerose le sue encicliche ed esortazioni apostoliche: “Ecclesiam suam”, “Populorum progressio”, “Evangelii nuntiandi”, “Humanae vitae”, “Communio et progressio”, “Marialis cultus”, “Gaudete in Domino”. L’ultimo periodo della sua vita è rattristato profondamente dal rapimento e dall’uccisione del suo amico fraterno Aldo Moro. 

Nel 33esimo anniversario della morte, l’Osservatore romano dedica una serie di articoli che mettono in luce anche aspetti meno noti della spiritualità e dell’opera del pontefice bresciano.

Tra questi l’apprezzamento per la spiritualità benedettina, e l’attenzione per Roma, manifestata dalla riforma del Vicariato attuata nel ’77 e con l’abitudine, che sarà poi anche di Giovanni Paolo II, di salutare e benedire la città ogni sera prima di chiudere la giornata. Fu sempre Montini, ricorda l’Osservatore romano, a citare in Campidoglio l’espressione di san Paolo «Civis romanus sum», ripresa da papa Wojtyla durante la propria visita in Campidoglio.

Il rapporto di Giovanni Battista Montini con la spiritualità benedettina, che come è noto affascina anche Benedetto XVI, è raccontato attraverso il legame tra l’allora arcivescovo di Milano e futuro Papa e il monastero benedettino catalano di Monserrat, dove pure non si recò mai. Inoltre il giornale vaticano ipotizza che «san Benedetto e la spiritualità contemplativa probabilmente ispirarono Montini nella scelta del suo motto episcopale. Il nuovo arcivescovo di Milano, subito dopo la nomina, – racconta il quotidiano – fece infatti sapere nel novembre 1954 che per il suo stemma, ove era raffigurato anche un monte a sei cime, desiderava il motto “Cum ipso in monte”, ma monsignor Antonio Travia, suo stretto collaboratore in Segreteria di Stato, lo sconsigliò perché‚ il riferimento sembrava più consono a un proposito di vita contemplativa e monastica, che non al programma pastorale dell’arcivescovo della grande metropoli, inducendo così Montini a scegliere “In nomine Domini”.

 «Le parole “cum ipso in monte”, tratte dalla seconda lettera di san Pietro  nella liturgia della Trasfigurazione», nota il giornale vaticano, furono ascoltate da Paolo VI per l’ultima volta il giorno della sua morte. Una sera d’estate d’agosto.

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