La politica che non controlla


Dallo statalismo di sinistra alla statalismo di destra, si potrebbe dire. Domenica 14 Guido Rossi sul Sole24ore ci spiega che solo la politica può salvarci dall’avidità della speculazione finanziaria e garantire l’eguaglianza sociale. Il Corriere della Sera di domenica 21 ospita invece un editoriale di Galli della Loggia che cerca disperatamente di trovare un colpevole per la mancanza di capacità decisionale della politica, per il suo “non tenere sotto controllo un bel nulla”. Preda della nostalgia per grandi decisori del novecento, De Gaulle, Thatcher, Kohl, l’editoriale non può che indicare nei deboli politici di oggi i colpevoli del declino della politica.

Che si tratti di perseguire il bene e l’eguaglianza o di prendere decisioni per tenere sotto controllo la società la musica però non cambia granché: la politica è sovrana, la società aspetta di essere ordinata, comando e controllo sono le regole della politica. In realtà la politica non è più in grado di controllare molto e, nel suo ridotto, non è sempre capace di prendere decisioni. Ma si tratta di due questioni che conviene non confondere. Pensare ad una politica limitata ma capace di prendere decisioni efficaci non significa tornare ad un modello nel quale tra politica e società c’è un rapporto verticale da controllore a controllato. D’altra parte che la politica non controlli più granché è un dato di fatto. Non controlla più l’economia, la cultura, l’informazione, l’educazione, la religione. Dobbiamo dolerci di questo processo? Dobbiamo pensare che sia colpa di politici incapaci o addestrati soltanto a spendere e a seguire le istruzioni dei loro spin doctor?

Il punto è che nonostante la crisi finanziaria i rapporti tra politica e società nelle grandi democrazie occidentali e nei sistemi politici dei nuovi grandi paesi sono cambiati. La società globale non è più la semplice somma dei poteri politici degli stati e la loro combinazione in equilibri di potenza. Il rapporto tra le sfere sociali della società globale, politica, economia, religione, informazione, cultura, è inesorabilmente orizzontale. Occorre rassegnarsi ad un modello nel quale non c’è nessuna costituzione globale quanto invece, come dice un brillante analista, un continuo negoziato tra dot-gov, dot-com e dot-org. Ciascuna sfera può quindi migliorare gli standard delle sue funzioni e le capacità delle sue prestazioni nei confronti delle altre sfere. Non può pensare però di tornare a concepirsi come sovrana.

Una politica che funziona controlla poco, certo non nulla ma neppure molto. Non bastano decisioni cruciali (politica estera, guerre) per ribaltare questa condizione. Per rendere questa politica capace di decidere, anche se rispetto ad un campo limitato, occorre introdurre discontinuità, ispirandosi ai sistemi che producono innovazione, distruggendo e creando. Occorre ad esempio più competizione, più modelli per prova ed errore, non certo più logica da stato sovrano che fa alleanze e guerre. Più poliarchia e meno stato insomma.

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