Governare all’ombra della supplenza


Altro che potere moderatore o potere neutro. Il Presidente della Repubblica è diventato titolare di un vero e proprio autonomo potere di indirizzo politico. Usa in senso sostanziale il suo potere di autorizzazione alla presentazione dei disegni di legge di iniziativa del governo, approva e disapprova le scelte di indirizzo del governo e le linee dell’opposizione, valida o corregge le scelte di politica estera, si muove come l’unico attendibile interlocutore politico degli organi comunitari. Senza dimenticare i casi di diniego preventivo di emanazione dei decreti legge. Qualcuno ha ricordato Weimar per classificare le ultime esternazioni di Napolitano.

 Intendiamoci, tutte cose che i più lucidi costituzionalisti avevano individuato da sempre come possibili evoluzioni del modello repubblicano, basti pensare a Carlo Esposito. Occorre però dirsi con franchezza che la realtà è tale per cui non ci troviamo più di fronte ad un potere incaricato di rimettere in moto il circuito parlamento – governo nella formazione e gestione dell’indirizzo politico quando questo si inceppa, potere per altro in forte esaurimento e contrazione in tutti i modelli di democrazia primoministeriale. Quello che si sta realizzando è invece una specie di potere esecutivo bicefalo nel quale si attua una cogestione (forse ormai non più straordinaria) dell’indirizzo politico tra Presidente e Governo. In qualche rivista specializzata lo si comincia a dire. Capisco bene che nessuno abbia interesse a sottolineare apertamente questa deriva. Il centrodestra si affanna pericolosamente intorno ad un baricentro politico che non c’è più ed è ben contento di vedersi indicata la linea da un soggetto esterno, una specie di commissario nazionale su mandato europeo. Il centrosinistra, anch’egli dotato di una linea assai debole, immagina di lucrare dal commissariamento nazionale del governo, anche se per molto meno il conservatorismo costituzionale di centrosinistra si scagliò contro Cossiga. Oggi, al contrario, i custodi dell’ortodossia costituzionale sempre a caccia di pericoli plebiscitari e di miti riformatori da sfatare, tacciono. L’opinione pubblica apprezza la moderazione e la tempestività a confronto con estremismi ed incertezze di governo e opposizione.

Siamo di fronte a un’ennesima supplenza, una fase temporanea che non lascerà traccia nella prassi costituzionale? Difficile rispondere. I rischi di una torsione costituzionale ci sono, non sarà un sbrego ma anche la “fisarmonica” ha un suo limite di estensione. Non dobbiamo avere paura di dirlo anche se la ricerca di antidoti efficaci è certamente impervia. Richiederebbe revisioni costituzionali o il radicamento di una convinta prassi primoministeriale. Delle due l’una: o si elegge direttamente il Presidente della Repubblica cancellandone così l’irresponsabilità politica per gli atti di sua competenza; o si afferma una prassi per cui – dotati di opportuni sistemi elettorali – quando un governo collassa o si divide si torna a votare, su richiesta del Primo Ministro. Ma revisioni costituzionali non sono all’orizzonte. Dobbiamo limitarci a sperare in una ripresa di governo e opposizione per non lasciare sul campo troppi “danni costituzionali collaterali”.

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