Ancora sul pareggio di bilancio- da Europa di oggi


Zapatero più veloce di noi

Pochi giorni fa Zapatero si è detto favorevole ad inserire nella Costituzione spagnola il pareggio di bilancio. Il leader socialista ci ha messo pochissimo a prendere consapevolezza dell’importanza della questione mentre nel centrosinistra italiano c’è una certa lentezza. Per Zapatero la riforma dovrebbe interessare sia il deficit annuale che il debito accumulato, e potrebbe «rafforzare la fiducia a lungo termine dell’economia spagnola» . In parole molto semplici, il premier spagnolo ha espresso una posizione chiara. A dimostrazione che non si trattta di una parola d’ordine “di destra” come certuni sostengono.
Quando un dibattito su un medesimo tema avviene contestualmente a partire da contesti diversi è facile cadere in cortocircuiti interpretativi. Così sembra accadere al dibattito sul pareggio di bilancio in Costituzione tra Usa ed Europa, quando viene sviluppato da economisti poco attenti a contesti istituzionali che stanno tra loro come il giorno e la notte: in America esiste un governo federale (e non certo da ieri), in Europa no. Partiamo dagli Usa. In quel contesto il dibattito odierno è destra (pro limite in Costituzione) e sinistra (contro rigidità eccessive), anche se l’origine del problema è paradossalmente capovolto. Sono gli anni di Bush ad avere ampliato notevolmente il deficit, peggiorando in modo deciso le condizioni ereditate da Clinton. È come se i Tea party adottassero la nota frase di Giovanni Giolitti: «Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici». Si vogliono oggi tagliare le unghie ad Obama sia indebolendolo nel presente, sia assicurandosi contro una possibile politica pro-stato sociale in caso di sua vittoria.
In quel contesto come dare torto ai premi Nobel che sostengono margini per la politica di Obama? Il contesto europeo è del tutto diverso. Qui emerge non da oggi, soprattutto a sinistra, la consapevolezza che politiche di crescita, di riduzione delle diseguaglianze in un gioco a somma positiva, si possano fare solo dentro una cornice di rafforzamento politico dell’Europa, oltre che con una cultura politica più poliarchica e meno statalista.
Dopo il primo biennio di Mitterrand tra il 1981 e il 1983 l’illusione del “socialismo (democratico) in un solo Paese” dovrebbe essere caduta irreversibilmente. Che cosa osta alla maggiore unità politica? Il primo fattore è la divaricazione tra le politiche di bilancio, che la moneta comune ha reso più esplosiva. Darsi i medesimi vincoli, cioè delle condizioni di vita comune, è il passaggio necessario per giungere ad una dose maggiore di Europa politica.
Per questa ragione la vicenda qui va letta primariamente come un conflitto europeisti-antieuropeisti e non sull’asse destra-sinistra. Se si vuole ragionare anche su di esso, si può arrivare a capire che le medesime proposte hanno un segno opposto: i Tea party sono contro il governo federale e per una maggiore responsabilizzazione degli stati membri, contro un presunto livellamento egualitario complessivo, mentre in Europa il vincolo va posto ai singoli stati per una ragione federalista, per dare margini politici alle istituzioni comuni che hanno maggiore potenzialità egualitaria. Insomma il vincolo del pareggio è di destra negli Usa e di sinistra in Europa.
Non ignoro, però, in questa delicata transizione europea che i contrari al vincolo, pur usando talora una retorica sproporzionata che ricorda quella degli anni ’50 contro il Piano Marshall, hanno nella loro pars destruens un’anima di verità: nella fase intermedia i vincoli si affermano per pressione degli stati più forti, soprattutto la Germania (forte del fatto di aver riformato per tempo il welfare con Schroeder ) e di realtà tecnocratiche come la Bce. Vincoli, pur benefici, che ricadono sono tutti sono decisi da chi non rende conto se non a pochi.
Tuttavia questo gap si può risolvere solo in avanti.
Quanto più si accetteranno seriamente i vincoli, specie da chi ha dimostrato di essere in difetto, tanto più sarà possibilmente credibilmente fare proposte incisive per democratizzare la governance economica. Come diceva Nino Andreatta nel 1992, «una modifica dell’art. 81 non è uno strumento forse per il risanamento, ma ha un significato: rimanga una pietra sulle nostre vergogne degli ultimi venti anni». Rispetto ad allora, grazie soprattutto ai governi di centro-destra, gli anni sono diventati quaranta e le esigenze per le quali l’Europa dovrebbe poter parlare nel mondo globalizzato con un’unica voce politica sono decisamente aumentate.

Stefano Ceccanti

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