Scola e la crisi dei cattodem


da “Europa” di oggi

La nomina del cardinale Scola a Milano segna la crisi del cattolicesimo democratico? La domanda citata è stata posta da varie parti con risposte diverse. Qui fornisco la mia, senza la pretesa che sia quella del cattolicesimo democratico, d’ora innanzi citato come Cd. Anzitutto va delimitata la definizione di quest’ultimo. A cosa pensiamo quando parliamo del Cd? A me vengono in mente Giovanni Battista Montini, Aldo Moro e l’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet.
Ovvero sia sul piano ecclesiale sia su quello politico un preciso metodo associato ad alcuni contenuti. Il metodo secondo cui di fronte alle sfide nuove occorra trovare risposte nuove, che siano in grado di raccogliere il consenso della gran parte del corpo ecclesiale e, sul piano politico, dei cittadini elettori, in una comunità ecclesiale segnata dalla partecipazione attiva dei laici e in una democrazia pluralista decidente in cui la politica non sia invadente. In questo senso il Cd confina “a sinistra” con un’area più radicale che non si preoccupa di avere una vocazione maggioritaria, che confonde primato della politica con gestione diretta dello stato e “a destra” con altre aree più intransigenti preoccupate di difendere, di ripetere, forme tradizionali, convinte che altrimenti ne vada di mezzo la trasmissione della Tradizione e meno interessate alla preoccupazione per l’uguaglianza delle opportunità.
Il senso del Cd sta pertanto nella capacità costante di dare risposte nuove e convincenti. Per questa ragione la nomina di un vescovo avvertito come distante non può essere di per sé una ragione di fine o di crisi e non solo perché, bene o male, i vescovi li nomina il papa, ma soprattutto perché se il Cd è vitale è in grado di muovere comunque una comunità ecclesiale il cui vescovo parta da posizioni diverse, se invece il Cd vive di nostalgia non gli sarà di giovamento neanche un vescovo avvertito come vicino.
Potenzialmente il Cd, almeno in Italia, è maggioritario: l’ancoraggio alla quotidianità fornita dalle parrocchie e vari altri fenomeni, compresa l’abitudine a rapportarsi non episodicamente all’impegno politico, e quindi alle esigenze di tutti, restringe la propensione a dinamiche settarie, di minoranze escludenti, e va più nel senso di una minoranza creativa, l’humus ideale del Cd. Su questo non possono che confrontarsi anche vescovi che vengono dai movimenti, da minoranze più intense, che altrimenti rischiano una possibile marginalità rispetto ai percorsi ecclesiali e sociali reali. Se poi qualche nomina contribuisce a segnare anche una scossa per il Cd, si potrebbe in fondo dire che anche in questo caso “oportet ut scandala eveniant” e che in fondo anche questo è un segno che nella continuità del metodo occorre una discontinuità dei contenuti specifici.
In effetti sul piano ecclesiale insieme ad alcuni segni di vitalità, come il contributo del Cd alla scorsa settimana sociale, si avverte spesso una polarità tra il Cd che lavora nelle associazioni tradizionali e che sembra spesso ripetere princìpi primi e il Cd che lavora fuori da esse tentato da scorciatoie di dissenso radicale. Anche sul piano politico dopo lo slancio iniziale nella costruzione del Pd, si nota oggi un po’ di stanchezza e un po’ di fuga verso fughe di radicalismo contenutistico, in chiave di regressione statalistica.
Insomma, se il cattolicesimo che si trova nel centrodestra si troverà sempre più in difficoltà a ripetere passivamente la retorica dei principi non negoziabili come una sorta di non possumus (difficile trovare nei partiti del Ppe, tante volte da essi richiamati, analoghe chiusure ad esempio sui temi delle coppie di fatto), per il Cd è impossibile prescindere nell’affrontare i nodi posti dalla crisi da quell’ancoraggio nella visione delle istituzioni che parte dalla prima contaminazione, quella della cultura degasperiana col filone liberale.
Altrimenti l’incontro più ravvicinato con la sinistra di matrice socialista rischia di sommare gli aspetti organicistici di entrambe, per i cattolici con nostalgie per un dossettismo che ha perso da tempo la sua spinta propulsiva, al di fuori di quello che è lo sguardo ampio del Cd, che ricomprende anche le esperienze dei cattolici nel mondo anglosassone, dal Labour Party ai Democratici americani e che non è quindi un incontro nazionale regressivo post-crollo del Muro tra spezzoni anti-liberali. Anche una nomina distante può aiutare a non vivere di rendita o a non coltivare scorciatoie sia al Cd sia al neo-nominato.

Stefano Ceccanti

1 Comment

  1. Maurizio Serio ha detto:

    cimplimenti per la lucida analisi, e in particolar modo per aver individuato nella statolatria, come la chiamava anche Sturzo, il vizio di forma della classe dirigente cattolica del nostro Paese.

    solo da qui sarà possibile creare gli spazi di manovra per un cattolicesimo politico, insieme democratico e liberale, che rifugga da un lato dal trito clericomoderatismo degli ultimi anni; e dall’altro dalle farneticazioni del cattolicesimo “adulto” che sono populisticamente in antitesi con una sana comprensione, anche istituzionale, della realtà della Chiesa (allo stesso modo in cui l’antipolitica si pone di fronte ai problemi della politica).

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