Ricevo da Francesco Russo di Bari


In un articolo intitolato “Resistenza e Pace” pubblicato il 27 giugno da “www.camaldoli.org”, Raniero La Valle sostiene che con le recenti elezioni locali e i referendum dei 12 e 13 giugno «c’è stato il grande ritorno dei cattolici alla politica, quale si è manifestato sia nei sorprendenti risultati delle elezioni amministrative sia nel quadruplice voto referendario». A suo parere, tale grande ritorno sarebbe giunto dopo un lungo periodo di silenzio o di irrilevanza; addirittura, La Valle fa risalire agli anni di Aldo Moro e della “solidarietà nazionale” l’ultimo fecondo momento di impegno del cattolicesimo politico. Secondo il Presidente dei “Comitati Dossetti per la Costituzione”, pertanto, da allora in poi, cioè dalla fine degli anni ’70 del XX secolo sino a oggi, «è scesa la notte»: in pratica, nulla di veramente creativo e importante sarebbe stato realizzato dai cattolici in ambito politico.
Occorre serenamente ma fermamente confutare una simile affermazione che appare particolarmente sconcertante specie per il fatto che essa proviene da un intellettuale e politico di vaglia come La Valle. Questi, infatti, sembra aver dimenticato che nel triennio 1990/1993 si produsse nel Paese un grande fermento di idee nuove e prese corpo una straordinaria azione di rinnovamento politico e morale guidata proprio da cattolici. Tale azione si concretizzò nelle vittorie dei Referendum Elettorali del 9 giugno 1991 e del 18 aprile 1993 che introdussero il sistema maggioritario in Italia e provocarono uno sconvolgimento tellurico degli assetti politici e di potere di allora. Fra i principali protagonisti di tale azione troviamo i maggiori esponenti del cattolicesimo democratico italiano come, ad esempio, Pietro Scoppola ed Ermanno Gorrieri. Essi avevano sposato la causa referendaria promossa da un gruppo di riformatori democristiani capeggiati da Mario Segni e da Bartolo Ciccardini, contribuendo grandemente non solo a diffondere le idee referendarie ma anche a stimolare l’adesione di gran parte dell’associazionismo cattolico: nei primi anni ’90, a cominciare dalla FUCI e dalle ACLI fino ai gruppi diocesani e ai giornali parrocchiali della più lontana periferia, pressoché tutte le espressioni più dinamiche dell’impegno culturale e sociale cattolico costituirono la spina dorsale del movimento referendario. Nonostante la malcelata ostilità dei vertici vaticani, persino alcuni prelati – sia pure con le comprensibili cautele connesse al loro delicato ufficio – appoggiarono i Referendum Elettorali, come nel caso di Mons. Tonino Bello, Presidente di Pax Christi e Vescovo di Molfetta, e di Mons. Pietro Nonis, Presidente della Commissione Cultura della CEI e Vescovo di Vicenza. Quell’esperienza fu capace di unificare quasi tutto l’arcipelago del laicato cattolico attorno al grande obiettivo di rinnovare profondamente la vita pubblica, scossa da anni di malgoverno e malcostume.
Non solo. Essa concepì anche uno straordinario progetto chiamato “Alleanza Democratica” che Segni lanciò nell’ottobre 1992 nel corso di una grande manifestazione dei “Popolari per la Riforma”, il movimento politico fondato l’anno prima dai referendari cattolico–democratici. Alleanza Democratica si prospettava come un’alternativa al pentapartito che guidava il Paese sin dagli anni ’80, proponendosi di aggregare tutte le forze democratiche e riformatrici – fra cui gli ex comunisti del PDS –, attorno a un programma di modernizzazione e moralizzazione delle istituzioni e della politica. Ma, purtroppo, quel disegno fallì a causa del comportamento ambiguo assunto dal partito di Occhetto e D’Alema. All’indomani del referendum del 1993 in cui si erano espressi in favore del maggioritario 29 milioni di cittadini e del voto amministrative del successivo 6 giugno in cui in alcune città (fra cui Catania e Torino) si era assistito all’affermazione di candidati e liste che si richiamavano ad Alleanza Democratica, infatti, la Quercia cambiò repentinamente linea, optando per la realizzazione di un cartello di sinistra, in tal modo mandando a picco il progetto.
La conseguenza del fallimento di Alleanza Democratica e degli errori commessi in seguito soprattutto da Segni fu quella di spianare la strada del governo alla coalizione di centro–destra promossa da Berlusconi. La grande spinta ricostruttiva dei primi anni ’90 emersa principalmente dal mondo cattolico, dunque, non trovò alcuno sbocco coerente. Essa resta, tuttavia, un’eccezionale testimonianza di impegno e di creatività che non può essere sottaciuta o ignorata avendo determinato una svolta epocale nella vita pubblica italiana, sia pure nel paradosso di aver ottenuto dei risultati diametralmente opposti a quelli che si volevano perseguire. Ma se quella testimonianza è stata (a prescindere del giudizio che se ne può dare) così fondamentale per gli sviluppi successivi della recente storia politica italiana, come mai una personalità attenta come La Valle omette di citarla?
La risposta a questa domanda sta nel fatto che ampi settori del mondo politico italiano, “proporzionalista” sin nel midollo (e La Valle non fa eccezione), tende a cancellarne persino il ricordo poiché, per una serie di ragioni che in questa sede non è possibile elencare, il meccanismo elettorale col collegio uninominale e maggioritario è stato e resta il loro spauracchio. Allo scopo di delegittimarlo essi puntano il dito contro il degrado morale che caratterizza l’era–Berlusconi, come se quel degrado sia stato frutto dell’introduzione del maggioritario e non conseguenza logica dell’ingresso sulla scena politica di una dirigenza la cui serietà e senso dello stato erano e sono quantomeno dubbie; l’eticità dei comportamenti, infatti, prescinde dal sistema elettorale in vigore. Semmai, va imputato ai principali protagonisti della stagione referendaria, Segni e Occhetto in primis, di aver commesso i gravi errori politici che consentirono l’ingresso sulla scena all’imprenditore di Arcore e ai suoi alleati, negando agli Italiani la possibilità di raggiungere già nel corso della metà degli anni ’90 gli obiettivi di risanamento morale e politico indicati dai promotori del sistema elettorale maggioritario. Fra questi, lo si è ricordato innanzi, vi erano milioni di cattolici e i maggiori esponenti del cattolicesimo democratico, protesi a perseguire il “bene comune” combattendo quella che fu essenzialmente una grande battaglia per la democrazia.
di Francesco Russo
Bari, 5 luglio 2011

19 Comments

  1. Alessandro Canelli ha detto:

    Da parte di LaValle e di altri non c’è rispetto per la realtà, punto.
    O risponde al proprio preconcetto o la si rifiuta. Il mondo che non era quello sognato negli anni ’60 lo si seppellisce.
    In realtà l’oscurità è calata su diversi supposti lucidi intelletti dalla morte di Moro in poi.
    Il mondo non li ha aspettati, la realtà si è mossa di testa propria e loro li disprezzano.

  2. Giovanni Bianco ha detto:

    Mi pare eccessivo ed in buona parte sbagliato ritenere che Raniero La Valle non abbia rispetto della realtà. Forse è il caso di riflettere senza pregiudizi sul suo testo che ho inserito nel blog.

  3. Giovanni Bianco ha detto:

    Preciso, inoltre, che nell’articolo di Russo è presente un errore,”Resistenza e pace” è il titolo della rubrica di “Rocca” in cui sono pubblicati gli articoli di Raniero La Valle e non il titolo del suo ultimo intervento.

    • Francesco Russo ha detto:

      L’intervento di Raniero La Valle intitolato “Resistenza e pace” è stato pubblicato dal giornale on-line http://www.camaldoli.org il 27 giugno. Dopo questa precisazione che dovevo a Giovanni Bianco, vorrei sottolineare che il mio articolo (dal titolo “Dimenticanze sospette”, apparso il 7 luglio anch’esso su http://www.camaldoli.org) ha l’intento di denunciare l’operazione messa da molto tempo in atto trasversalmente da una gran parte del mondo politico di cancellare dalla memoria collettiva nazionale la vicenda del movimento referendario dei primi anni ’90. Lo scopo di tale manovra è stata ed è tuttora quella di sminuire la valenza della riforma elettorale col collegio uninominale e maggioritario realizzata allora per favorire il ritorno al sistema proporzionale vigente ai tempi della Prima Repubblica. Per rendersi conto dell’ampiezza e profondità di questa operazione omissiva basta sfogliare un qualsivoglia libro scolastico di storia o consultare un’enciclopedia oppure scorrere i titoli presenti in una qualsiasi biblioteca universitaria: in tutti i casi, i riferimenti a quell’esperienza risulteranno rarissimi o pari a zero. Francesco Russo

  4. Giovanni Bianco ha detto:

    Ripiuntualizzo che Raniero La Valle ha pubblicato anzitutto quest’articolo, con il titolo “Perchè i cattolici”, su “Rocca”, n.14 del 2011, e dunque il sito “www.camaldoli.org” ripubblica l’articolo senza menzionare, come si usa fare, la rivista su cui è stato edito e per di più confondendo il “nomen” della rubrica con il titolo dell’articolo.
    Inoltre, rinnovo l’invito ad una più serena valutazione (eventualmente, se si ritiene, anche critica) dello scritto di La Valle.

    • Francesco Russo ha detto:

      Prendo atto della ripuntualizzazione di Giovanni Bianco e lo ringrazio. Per quanto riguarda la mia valutazione dell’intervento di La Valle essa non poteva più serena. Ma serena non vuol dire accomodante o cieca. Ribadisco pertanto quanto ho già sostenuto e cioè che La Valle, così come tutti i “proporzionalisti” di qualunque provenienza e colore, cerca in ogni modo di obnubilare o sminuire l’esperienza referendaria dei primi anni ’90. E non è poco.

  5. Giovanni Bianco ha detto:

    Mi permetto di dissentire dal giudizio di Russo sull’articolo di La Valle. Non ritengo che la questione debba essere ricondotta ad un dualismo irriducibile “proporzionalisti versus maggioritari”, quanto a complesse valutazioni di lungo periodo che a mio avviso l’articolo in questione coglie, soprattutto perchè afferma che “la notte è calata” con l’interruzione violenta della “strategia innovatrice” di Moro. Ed, in effetti, è innegabile che da quel momento in poi ci sia stato un processo involutivo della democrazia italiana che ha riguardato anche, ed in modo non secondario, i cattolici nel loro complesso e nelle loro anche molto differenti articolazioni.
    Questo mi pare essere uno dei punti di maggior interesse del breve scritto di La Valle. Si poteva citare l’esperienza referendaria che Russo ricorda? Ritengo di si, pur dovendo allora porne in risalto anche le contraddizioni ed i limiti e dovendo chiedersi problematicamente se essa fu effettivamente (o soltanto parzialmente)innovativa con riguardo all’impegno dei cattolici in politica (con ciò non volendo sminuirne gli aspetti positivi, pur essendo la mia valutazione complessiva in parte diversa rispetto a quella fornita da Russo).

  6. Francesco Russo ha detto:

    Accolgo di buon grado l’esortazione di Giovanni Bianco ad andare oltre il problema del dualismo proporzionalisti/maggioritari perché l’articolo di La Valle pone anche altre questioni. Verissimo. Tuttavia (lo ripeto ancora una volta ma è l’ultima, lo giuro!) a mio avviso non poteva passare sotto silenzio una linea (politica e culturale) che tenta costantemente di by-passare ciò che i cattolici democratici (non solo loro, ma soprattutto loro) hanno fatto nella prima metà degli anni ’90. L’esperienza referendaria non nacque per caso. La ragione per cui quasi tutti coloro che negli anno ’70 avevano costituito la Lega Democratica sposarono immediatamente la causa del sistema uninominale e maggioritario si legano direttamente alla politica morotea dell’”attenzione” e dell’esperienza parlamentare e governativa della “solidarietà nazionale”. Fra le due cose c’è un nesso indissolubile. Infatti, la strategia di Moro che vedeva nel coinvolgimento progressivo dei comunisti del PCI nell’area del governo (in senso lato) un modo per rafforzare la democrazia italiana trovò il suo completamento nella strategia che fu seguita dai referendari nella prima metà degli anni ’90: cos’era infatti il disegno di “Alleanza democratica” se non la logica evoluzione della politica dell’attenzione promossa più di dieci anni prima dallo statista di Maglie? Anche per questo mi fa specie che La Valle abbia omesso di citare l’esperienza dei Referendum Elettorali fra le principali espressioni dell’impegno e creatività dei cattolici italiani. Vi sarebbero molte altre cose da dire su questo argomento; però lo spazio manca ma non la voglia di discutere. Grazie

  7. Giovanni Bianco ha detto:

    Certamente, di cose da dire ce ne sarebbero molte altre, comunque mi pare evidente che bisogna prendere atto che la strategia morotea può essere oggetto di interpretazioni differenti (ovviamente nel riconoscimento di finalità condivise); “Alleanza democratica” sviluppò una sua visione della realtà storico-politica che mi pare abbia più di un elemento di differenza con quella dei dossettiani e della sinistra cristiana (pur, senza dubbio, con aspirazioni comuni, come si può anche evincere dal testo di La Valle).

  8. Francesco Russo ha detto:

    Continuando questo stimolante “duetto” con Giovanni Bianco, mi accorgo che si è andati parecchio oltre il punto che aveva suscitato la mia critica nei riguardi dell’articolo di La Valle. Confesso che la cosa mi intriga assai perché Bianco pone delle questioni di grande interesse, indispensabili per poter capire alcuni aspetti cruciali della recente (e attuale) storia italiana. Ma in questa sede occorre essere sintetici al massimo, sicché vado per proposizioni, rinviando per un approfondimento più completo (ma certo non esaustivo!) di questi temi alla lettura del mio libro, un memoriale, “Quella strana omissione” (Edizioni WIP, Bari 2010).
    Occorre definire alcune coordinate essenziali del momento storico/politico in cui operavano i promotori di “Alleanza democratica” e, specificatamente, i cattolici democratici referendari (ciò è indispensabile per cogliere le grandi differenze rispetto al contesto in cui operava Aldo Moro): 1) adesione dell’ex PCI (diventato PDS nel 1991) ai valori democratici e liberali a seguito della dissoluzione dell’URSS (i tempi di Breznev e dei suoi missili puntati sull’Europa erano finiti da alcuni anni); 2) sistema politico e istituzionale dominato da partiti (e correnti) autoreferenziali e imprigionato in un’ingessatura di “veti incrociati” che impedivano la stabilità di governo e l’efficacia e efficienza della sua azione; 3) ripresa dell’idea di un impegno civile non confessionale dei cattolici e recupero del modello sturziano di un cattolicesimo politico basato su programmi e non sull’appartenenza; 4) contestuale censura vaticana e obnubilamento dell’impostazione montiniana (prevalente ai tempi di Moro). Su tutto, infine, un generale senso di stanchezza e sfiducia degli Italiani nei confronti della dirigenza politica, principalmente di quella espressa dai maggiori partiti allora al potere accusata di malcostume e malgoverno, come avrebbero dimostrato le inchieste di Mani Pulite a Milano a partire dal 1992. Questi (e altri) elementi disparati costituivano il quadro entro cui si mossero i referendari cattolico-democratici nei primi anni ‘90. Si tratta, come si vede, di un quadro molto diverso da quello in cui Moro aveva sviluppato la sua azione sul declinare degli anni ‘70. Tuttavia, i riferimenti all’esperienza morotea non mancano e, come ho già sostenuto, l’obiettivo era il medesimo: rendere più forte la democrazia italiana.
    Per le ragioni cui ho accennato nel mio articolo, si è trattato purtroppo di un obiettivo mancato, non perché debole la proposta dei referendari ma per gli errori politici commessi strada facendo dai principali protagonisti di quella stagione straordinaria.

  9. Giovanni Bianco ha detto:

    Anch’io trovo interessanti le osservazioni di Russo e sono stimolato a svolgere qualche ulteriore riflessione, anche se mi rendo conto che sarebbe necessario un approfondimento di più ampio respiro.
    a)L’esperienza referendaria alla quale Russo fa riferimento non può essere, a mio sommesso avviso, considerata quale un fatto
    storico, sia pure di indiscutibile importanza, che ha coinvolto il mondo cattolico in tutte le sue diverse, complesse ed eterogenee sfaccettature, così come è accaduto il 12 e 13 giugno specie per i due quesiti sull’acqua. Questo è il messaggio che il testo di Raniero La Valle vuole lanciare.
    Anzi, pur riconoscendone la significatività e gli aspetti positivi, non si può negare che essa fu accolta con un qualche distacco da personalità rilevanti e settori qualificati e progressisti.
    Nel mio piccolo, aggiungo, quando l’idea fu lanciata ero consigliere centrale della fuci e fui tra quelli che non l’accolsero con particolare entusiasmo, manifestando più d’una perplessità.
    Ma ripeto, ed al riguardo concordo con Russo, che peraltro ha fatto suo un mio rilievo, non possiamo limitarci a valutare la storia recente sulla base di un’adesione, magari preconcetta, ad un sistema elettorale.
    b) L’esperienza di Alleanza democratica, alla quale non ho mai aderito e che ritengo abbastanza diversa dal mio punto di vista, non può essere letta come il più importante fenomeno di aggregazione politica per l’attuazione del disegno politico di Aldo Moro. Mi permetto di dissentire, pur riconoscendo a questa forza politica un forte ed apprezzato impegno in questa direttrice. Vi sono stati altri settori di peso del cattolicesimo democratico che si sono mossi nella direzione della democrazia compiuta ma seguendo altri percorsi e La Valle ricorda la sinistra indipendente.
    Ma si possono menzionare pure spezzoni altamente qualificati dell’associazionismo cattolico progressista, quali le Acli e Pax Christi, che hanno sempre cercato una collocazione avanzata dei cattolici nel panorama politico-sociale italiano. Sul tema sarebbe opportuno scrivere molte altre osservazioni ma mi limito per ovvie ragioni di spazio.
    c)Ribadisco che l’articolo di La Valle è uno stimolo al confronto proprio perchè menziona alcune esperienze di spessore, ed in particolare la più volte ricordata innovatività della strategia morotea.

  10. Francesco Russo ha detto:

    Caro Giovanni (posso darti del “tu”, vero? Mi pare che siamo solo noi due a frequentare questo angolo di http://www.landino.it), ci siamo detti abbastanza per incuriosire – o annoiare – l’eventuale lettore delle nostre repliche e controrepliche sul mio intervento critico nei confronti dell’articolo di Raniero La Valle. Fermo restando che, per quanto mi riguarda, è ben accetto qualunque intervento diretto a confutare o sostenere la mia critica nonché a riprendere i temi sin qui toccati, ti propongo di entrare direttamente nel merito di una questione che vedo interessare entrambi (così come certamente molti altri frequentatori del sito), ossia quella del cattolicesimo democratico italiano. In particolare, chiedo: “Esiste ancora? E, se sì, come e quando manifesta la sua presenza? Chi sono oggi i riferimenti più credibili di quello che, secondo me, un tempo era un movimento (sia pure estremamente variegato e non strutturato) ma che oggi può al massimo essere visto come un arcipelago di isolette sparse in un mare vastissimo? ”. Fermandoci a considerare gli ultimi trent’anni, tu citi giustamente Giuseppe Dossetti, segnali l’azione di gloriose associazioni come le Acli e Pax Christi e indichi i cattolici presenti nella Sinistra indipendente. Io ricordo la Lega Democratica con tutte le prestigiose personalità che ne facevano parte, una fetta considerevole della DC – sia pure con le notevoli differenze fra le singole storie personali –, Città dell’Uomo di Giuseppe Lazzati, la rivista “Appunti di cultura e di politica”, tuttora edita, e molte altre esperienze di impegno culturale e sociale che erano presenti ovunque in Italia. Pressoché tutte queste energie convergevano un tempo nel sostegno (talvolta convinto, talaltra dubbioso e restio) alla politica del partito storico dei cattolici. Ma nei primi anni ’90 il cattolicesimo democratico (o gran parte di esso) si schierò apertamente contro il sistema partitico sino ad allora al potere, favorì l’avvento della stagione referendaria di Mario Segni e contribuì al crollo di consensi e credibilità della DC, svincolandosi da un lungo abbraccio. Per un breve momento i cattolici democratici sembrarono aver acquisito un ruolo fondamentale nell’incipiente opera di ricostruzione morale e politica del Paese. Ben presto, però, con le elezioni del 1994 e la comparsa sulla scena di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati, si vide che si era trattato solo di un sogno. Un sogno che avrebbe potuto realmente avverarsi, ma che non si avverò. Da allora, per motivi fra i più vari, il cattolicesimo democratico sta vivendo una condizione di marginalità. E’ possibile che riesca a uscirne? Sarebbe bello da parte di tutti noi lavorare a questo obiettivo.

  11. Giovanni Bianco ha detto:

    Non penso che siamo gli unici due a frequentare quest’angolo di Landino e, comunque,ben venga un confronto sereno e costruttivo.
    Ripeto, mi pare che sullo sfondo dei nostri discorsi c’è una diversa valutazione dell’esperienza referendaria dei primi anni novanta, che comunque ebbe indiscutibili ed importanti aspetti positivi. Ma non c’è soltanto questo, vi è pure una comune considerazione,da angoli visuali differenti (o parzialmente tali),del progetto moroteo.
    Concordo nel dover menzionare esperienze associative quali la “Città dell’uomo” di Lazzati, ricca di fermenti innovativi, o le Acli e Pax Christi (che non raggrupperei necessariamente entro “macroinsiemi” “infra”democristiani o di sinistra indipendente), tuttavia è proprio sul movimento referendario che forse sarebbe opportuna una riflessione critica più attenta, visto anche quel che accadde nel 1994 e considerate le sue contraddizioni.

  12. Stefano Ceccanti ha detto:

    sul cattolicesimo democratico ho appena postato il mio articolo di oggi su “Europa”.

  13. Giovanni Bianco ha detto:

    Articolo interessante che però merita qualche osservazione (anche critica).

  14. Francesco Russo ha detto:

    Sì, davvero interessante e condivisibile specie quando Ceccanti cerca di delimitare la definizione di cattolicesimo democratico. Io porrei ancor più l’accento sul tema della aconfessionalità della politica e della separazione fra fede e politica, argomenti duramente contrastati durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Inoltre, non darei per scontato che per i cattolici democratici sia ovvio accogliere benignamente le idee che, come nel caso delle coppie di fatto citata da Ceccanti, siano in contrasto con i cosiddetti principi non negoziabili della morale cattolica.

  15. Francesco Russo ha detto:

    Sul tema dei cattolici democratici ho appena letto un magnifico quanto problematico intervento di Ruggero Orfei su http://www.camaldoli.org del 12 luglio che suggerirei a tutti di leggere. Si intitola “Manca un’analisi strutturale della fine della DC” e pone questioni cruciali utili non solo per capire il passato ma soprattutto per prefigurare il futuro.

  16. Francesco Russo ha detto:

    Aggiungo che – con mia somma sorpresa e rammarico – Orfei, così come La Valle in precedenza, sembra ignorare completamente l’esperienza dei cattolici democratici referendari dei primi anni ’90, confermando quanto da me sostenuto su queste pagine e altrove, e cioè che nel dibattito politico e culturale quella vicenda è stata completamente cancellata.

  17. Giovanni Bianco ha detto:

    Ritengo che il fatto che si ignori l’esperienza referendaria dovrebbe indurre a qualche ulteriore riflessione e forse i motivi che suggerivo in precedenti commenti sono fondati.
    Quanto all’articolo di Orfei, che ho letto, esso propone una ricostruzione di indubbio interesse che però mi lascia qualche perplessità,e preferisco l’analisi di La Valle, a mio sommesso avviso più articolata, anche perchè non pone soltanto l’accento sull’importanza dell’esperienza democristiana e sulla sua fine(esperienza dalla quale, peraltro, come lo stesso La Valle ricorda,non pochi cattolici si erano distaccati prima che terminasse).

Leave a Comment