Perchè i cattolici


di Raniero La Valle

Resta da chiedersi come mai tra il maggio e il giugno di quest’anno c’è stato il grande ritorno dei cattolici alla politica, quale si è manifestato sia nei sorprendenti risultati delle elezioni amministrative sia nel quadruplice voto referendario. Ciò che è accaduto è che mentre nelle ultime sciagurate elezioni politiche il voto cattolico si era ripartito tra gli schieramenti e i partiti esattamente nelle stesse proporzioni in cui si era distribuito il voto degli italiani in generale, risultando perciò irrilevante, ora invece l’elettorato cattolico si è polarizzato nel voto “di liberazione” di città come Milano, Napoli, Cagliari e altre città del Nord, e si è concentrato nella valanga dei “sì”. L’imponente spostamento di voti dalla Lega e dal Popolo della Libertà alle posizioni opposte, è spiegabile solo col mutato atteggiamento dei cattolici praticanti, del resto anticipato da un sondaggio commissionato dai “cristiano-sociali” alla SWG, da cui risultava che il 57-59 per cento dei cattolici praticanti provavano “disgusto per il comportamento di Berlusconi” o lo ritenevano “una vergogna per l’immagine del Paese” non potendosi separare vita privata e funzione pubblica, che dal novembre 2010 al gennaio 2011 il gradimento del governo presso gli elettori cattolici era sceso dal 42 al 33 per cento e che la quota di quelli che avendolo votato non lo avrebbero votato più raggiungeva il 22 per cento.
Una simile vitalità  della componente cattolica nella vita politica non si registrava da anni. La stagione d’oro della partecipazione politica dei cattolici ha coperto molti decenni del Novecento, dalla straordinaria scelta laica e popolare di don Sturzo all’antifascismo della Resistenza, dalle “idee ricostruttive della Democrazia Cristiana “ di De Gasperi all’apporto decisivo dato alla concezione e alla formulazione della Carta Costituzionale, dal baliatico della Repubblica e della ripresa economica esercitato dalla DC alla nuova creatività di forme politiche e di lotte per i diritti indotta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, fino alla vetta della strategia innovatrice di Moro, violentemente interrotta col suo sequestro ed assassinio. Da allora è scesa la notte ed altri protagonisti, altri gestori, altri progetti e altri metodi hanno invaso l’Italia per farne una cosa del tutto diversa. Fino alla fiammata di ora. Come si spiega?
La scomparsa dei cattolici organizzati dalla scena politica (pur essendo rimasta la loro presenza individuale nei diversi partiti)  è essenzialmente legata al venir meno degli strumenti attraverso cui si era esercitata la loro azione, prima di tutto la DC ma anche le organizzazioni “collaterali” (ACLI, associazioni, sindacati) e, sull’altro versante, la Sinistra Indipendente. A questa causa strutturale si è aggiunto il passaggio del sistema politico italiano dal pluralismo al bipolarismo maggioritario, con la conseguente perdita del concetto di bene comune, che è la ragione stessa del cattolicesimo politico, e si è unito il fatto che la Chiesa dei vescovi si è assunta direttamente la gestione dei rapporti col potere, mettendo fuori gioco e rendendo superfluo, se non fastidioso, il laicato. Questo pertanto si è confinato nel volontariato, nell’azione sociale, nel “progetto culturale” e, nei casi migliori, nella “scelta religiosa”.
È molto significativo che il ritorno della fiamma politica sia avvenuto nel momento in cui la Chiesa dei vescovi è sembrata ritornare sui suoi passi e prendere qualche distanza dal potere politico, e che i cattolici si siano mobilitati non per le questioni a cui la Chiesa ha finito per ridurre tutta la “dottrina sociale cristiana”, cioè bioetica, matrimonio e scuola, ma per altri grandi temi cristiani e umani universali come la rivendicazione di legalità ed eguaglianza contro i prìncipi arroganti e ingiusti, la difesa del povero, dello straniero, del musulmano, la tutela dell’acqua, simbolo pasquale e battesimale di una vita non statica ma che sempre rinasce, il lavoro come “bene divino” (lo ha detto Benigni) da mettere a frutto e da trasmettere alle future generazioni, l’uso mite dell’energia, la cura dei beni comuni e la salvaguardia del creato. 
Ora si tratta di non lasciare più queste cose, ma di rimetterle dentro una robusta e costante azione politica perché non si debba aspettare, per una significativa riapparizione dei cattolici, la fine della legislatura per il giorno del giudizio taumaturgico delle urne, o un altro referendum (e già si annuncia, come da non perdere, quello sul risanamento della legge elettorale).
Ma una costante ed efficace azione politica dei cattolici è possibile solo se non è impedita dalla Chiesa, e se ne vengono inventati e approntati gli strumenti, che per i cristiani devono essere strumenti laici, sempre disponibili al dialogo, al negoziato e alla fecondazione reciproca con tutte le culture politiche e con tutti i cittadini.

(“Rocca”, n.14 del 2011)

2 Comments

  1. Stefano Ceccanti ha detto:

    non ho capito perchè il bene comune non possa essere sostenuto con le regole di una democrazia competitiva, tant’è che le elezioni amministrative di cui parla La Valle sono state segnarte per l’appunto dall’alternanza legata all’elezione diretta dei sindaci…Quelle regole hanno favorito il rilievo del cambiamento, che altrimenti sis arebbe disperso in mille rivoli…

  2. Giovanni Bianco ha detto:

    Si tratta di un intervento come sempre ricco di spunti, che a mio avviso pone ben in luce l’indispensabilità di una presenza “laica” dei cattolici nella sfera politica, che non può essere ostacolata o “eterodiretta” dalla gerarchia ecclesiastica (argomento quest’ultimo quanto mai attuale visti i nuovi (e criticabili)tentativi di costituzione della “cosa bianca”).
    Quanto al perseguimento del bene comune, ritengo che il pensiero che Raniero La Valle esprime sia da interpretare nel senso che il bipolarismo maggioritario può, se inteso in termini estremi, comportare una democrazia semplificata, una riduzione dei molteplici tasselli che connotano la democrazia pluralistica. Questo discorso ovviamente rimanda al tema della legge elettorale, alla necessità di trovare soluzioni condivise, all’opportunità di modificare in tempi rapidi il pessimo “porcellum”, alla possibile accettazione di un sistema proporzionale corretto con una clausola di sbarramento (ma sul punto non ho mai pensato a soluzioni rigide, e dunque ben venga il confronto e la mediazione tra proposte differenti).
    Tuttavia ritengo che questa tesi possa essere intesa anche in termini “sostanzialistici”: la democrazia ha perso progressivamente tensione etica, capacità progettuale di alto profilo, mancano valori condivisi, c’è un forte impoverimento ideale che deriva dal trionfo di un approccio pragmatico alla politica e dal moltiplicarsi degli scandali. Ed è per questo che la presenza cattolica, nel senso però auspicato da La Valle, può costituire un arricchimento.

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