La deriva socialdemocratica


di Salvatore Vassallo

Introduzione

1. L’Europa è di nuovo ad un bivio. Tra il rischio di un pesante arretramento e la necessità di pervenire ad una maggiore integrazione. Gli europeisti sono naturalmente inclini a spingere per la seconda strada, giusta e per certi versi inevitabile, purché sia chiaro che implica un surplus di capacità decisionale, rigore finanziario ed impegno riformista all’interno di ciascun paese. Sarebbe insensato abbandonarsi all’illusione che, gestito al livello comunitario, un po’ di benevolo intervento pubblico di stile keynesiano possa ristabilire la credibilità dell’UEM, portarci fuori dalla recessione e risolvere i problemi strutturali del sud Europa.

2. Il sospetto che qualcuno, nel centrosinistra, possa intendere in questo modo la parola d’ordine “più Europa” è legittimo. Che la intenda cioè come parte di un ritorno al Keynesismo ottimistico del consenso socialdemocratico. La lunga opposizione al berlusconismo e i cambiamenti interni al PD diffondono l’argomento secondo cui sia ora necessaria una svolta socialdemocratica dopo anni di disinvolti cedimenti alla cultura liberista. Un argomento sostenuto dalla percezione che il vento stia cambiando non solo per la riprovazione crescente verso Berlusconi ma anche perché la crisi ha cominciato a toccare categorie tradizionalmente garantite che oggi domandano protezione sociale e la rassicurante presenza dello Stato piuttosto che liberalizzazioni e mercato (da qui una opportunità per la sinistra considerata più affidabile per svolgere questo tipo di lavoro politico). I referendum sull’acqua ne sarebbero una prova. Se però ci si guarda intorno, in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, i tentativi di superare all’indietro la terza via sono fragili o inesistenti. La verità è che il centrosinistra è abbastanza spaesato un po’ dappertutto in Europa, nonostante ci siano effettivamente segnali, dal punto di vista degli orientamenti di voto, che potrebbe essere di nuovo il suo turno.

3. Non fa differenza l’Italia, che anzi è in una situazione resa drammatica dalla decadenza terminale del berlusconismo. Il governo è allo sbando. La maggioranza che dovrebbe sostenerlo è quantitativamente risicata, raccogliticcia e politicamente divisa. Mentre il contesto ci richiederebbe riforme strutturali e una presenza effettiva nelle sedi in cui si sta disegnando il futuro dell’Europa. Può darsi che ancora una volta l’Italia riesca a far sentire la sua voce più attraverso i Monti e i Draghi (come fu con Tomaso Padoa Schioppa e Ciampi) che attraverso i suoi rappresentati eletti dal popolo.

4. I prossimi mesi, o il prossimo anno e mezzo, nell’ipotesi più probabile, saranno decisivi per dare corpo ad una proposta alternativa credibile. Una proposta che non si costruisce chiedendo più risorse per ogni settore e meramente opponendosi ai tagli alla spesa pubblica. Ma semmai proponendo “tagli non lineari”. E, accanto ai tagli, riforme  che servano a rilanciare la competitività del Paese. Perché, per redistribuire, dobbiamo tornare a crescere. I riformisti del centrosinistra non hanno un compito facile, ma non è difficile dire quale sia. Né più né meno che proporre una onesta e coerente versione della Terza Via adatta all’Italia. Fatta di verità sui deficit strutturali del Paese, fiducia nelle sue possibilità, disponibilità a sfidare apertamente ogni corporativismo, come si è tentato di dire al Lingotto in un paio di occasioni. Nel frattempo, è doveroso impegnarsi, con il referendum e in Parlamento, per rendere le prossime elezioni un momento motivante di partecipazione, un’occasione per scegliere i parlamentari e il governo, per legittimare la politica, piuttosto che un’ulteriore occasione per screditarla.

L’Europa di nuovo al bivio tra stasi e maggiore integrazione

L’Europa è di nuovo ad un bivio, dicevo. La crisi economica prodotta dalla bolla immobiliare americana e la pesante recessione internazionale che ne è seguita nel 2009 non poteva non toccare anche l’Europa: non solo il benessere dei singoli paesi ma anche l’assetto istituzionale dell’Unione e la sua credibilità.

Un osservatore d’oltreoceano tra i più benevoli verso il modello sociale europeo, come Paul Krugman, tende a mettere in evidenza che comunque l’Europa ha contenuto i costi umani della crisi grazie ad una disciplina dei contratti che non consente i licenziamenti se due piedi e agli ammortizzatori più o meno universali contro la disoccupazione. In paesi come l’Italia, come è noto, un sistema incompleto di ammortizzatori è parzialmente compensato da una maggiore flessibilità delle piccole e medie imprese, da un maggiore sostegno da parte delle reti familiari e informali, da una propensione più accentuata al risparmio (che viene consumato nelle fasi di recessione, come è in effetti avvenuto dal 2008 ad oggi).

I costi umani sono stati attenuati, per ora, ma i paesi più fragili del Sud (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, a cui può essere aggiunta l’Irlanda) non solo stentano ad agganciare la ripresa. Sono l’epicentro di un possibile terremoto che mina la stabilità del sistema europeo nel suo complesso.

Tanto da un lato che dall’altro dell’Oceano si è vissuti per troppi anni al di sopra delle possibilità. Se negli Stati Uniti la crisi è stata generata da un eccesso di indebitamento privato, coperto se non alimentato da un sistema finanziario senza scrupoli e senza regole, nel Sud Europa accanto a paesi in cui si è assistito a un fenomeno simile (Irlanda, Spagna), ci sono stati paesi come la Grecia che hanno speso più di quanto avrebbero potuto permettersi accrescendo a dismisura il debito pubblico. L’Italia può essere probabilmente collocata nel mezzo, con meno eccessi rispetto ai cugini minori. Ma non possiamo dire cosa sarebbe successo, ad esempio, senza il deprecato tesoretto messo incautamente da parte, con il senno di allora, da Padoa Schioppa tra il 2007 e il 2008.

La moneta unica avrebbe dovuto dare maggiori certezze agli operatori (stabilità del cambio e dei prezzi), garantire bassi tassi di interesse (riducendo il premio di rischio), ridurre in generale i costi delle transazioni dovuti in passato al cambio tra le monete sostituite. Avrebbe dovuto creare un mercato più efficiente (grazie all’immediata comparazione tra i prezzi) e favorire la crescita promuovendo l’integrazione tra imprese a la creazione di campioni europei in grado d’essere player mondiali nei mercati globalizzati.

Sul piano politico la moneta unica (intesa come ultimo passo dell’integrazione finanziaria) avrebbe dovuto dare all’Europa una voce unica nell’economia globale. I risultati non sono stati fino ad ora del tutto in linea con le aspettative. Senza toccare le giuste recriminazioni  per gli effetti redistributivi (a danno dei lavoratori dipendenti) del cambio lira-euro, l’incremento degli scambi tra i paesi dell’area dell’Euro – è ancora Krugman a ricordarlo – è stato pari ad un non esaltante più 10-15%.

Era ben noto, d’altro canto, che i pregi dell’integrazione sarebbero andati a scapito della flessibilità di cui le politiche nazionali in passato avevano goduto, innanzitutto attraverso l’uso del cambio come shock absorber. Era noto che in regime di moneta unica sarebbe stato più problematico gestire gli shock asimmetrici (che colpiscono un paese e non altri, secondo un profilo temporale incoerente con il ciclo continentale). Era ben noto che i paesi meno rigorosi, ed in particolare Italia e Grecia, avrebbero dovuto guadagnarsi la credibilità e la conseguente riduzione del premio di rischio ottenute alle spalle dell’area tedesca sottomettendosi a trasparenti regole di formazione dei bilanci e severi obiettivi di finanza pubblica: i “vincoli stupidi” del trattato di Maastricht, i meccanismi di sorveglianza multilaterale e le procedure rigidamente codificate (ma poi usate flessibilmente quando si sono messi nei guai anche i Grandi) sui disavanzi eccessivi. Si sapeva benissimo che shock asimmetrici associati a condotte finanziarie irresponsabili avrebbero generato squilibri distributivi all’interno dei singoli paesi, inflazione parzialmente scaricata su tutti i paesi membri con richieste di sussidi, monetizzazione, riduzione indiretta del tasso di sconto.

Quei timori si sono puntualmente con la crisi Greca e il rischio di uno spaventoso effetto a catena. Dobbiamo essere onesti. Gli euroscettici hanno qualche ragione per esserlo. È in un certo senso lo stesso Krugman a riconoscerlo, più di quanto non siamo forse disposti noi. Il rischio che il disegno non regga è elevato.

La Grecia è già oggi tecnicamente insolvente, ma il Consiglio europeo preferisce non riconoscerlo, limitandosi (si fa per dire) a riconoscere che almeno fino all’inizio del 2012 la Grecia non sarà in condizione di finanziarsi sul mercato privato, per il semplice fatto che i mercati, semmai ci fossero operatori disponibili a sottoscrivere titoli obbligazionari, farebbero il prezzo mettendo nel conto come assai probabile l’ipotesi del default. L’UE rinuncia a una ristrutturazione immediata del debito per il comprensibile e giustificato timore che questo potrebbe provocare una contagiosa caduta di fiducia verso altri debitori e crisi anche altrove (Spagna, Irlanda, Italia). Ma, secondo l’analisi di Dervas, Pisani-Ferry e Sapir (A Comprehensive approach to the Euro-erea debt crisis, Bruegel Policy Brief del febbraio 2011), “anche nello scenario più ottimistico, l’avanzo primario richiesto per ridurre il debito al 60% del Pil entro il 2034 dovrebbe essere de l’8,4%. Raggiungerebbe il 14,5% in uno scenario prudenziale. Il che implica devolvere tra un quinto e un terzo del prelievo fiscale al pagamento di interessi sul debito pubblico.”

In situazioni simili, “aspettare e vedere”, anche se nel frattempo si “stringono i denti”, non è una buona soluzione. Vedremo se questa politica pagherà o non arriverà il momento in cui si capirà che non si tratta di un politica sufficiente alla gravità della situazione. Vedremo se le condizioni poste dall’Unione Europea sono politicamente gestibili dalle istituzioni rappresentative greche.

La Grecia è il caso limite. Che ha tuttavia creato allarme su altri possibili indiziati, tra i quali è certamente compresa l’Italia. Tanto più da quando la nostra reputazione è difesa nel mondo da quel simpatico signore che fa le corna durante i vertici internazionali al momento della foto di gruppo, per citare le stranezze meno imbarazzanti. E la credibilità della nostra politica finanziaria è appesa niente di meno che alla reputazione come economista di Giulio Tremonti.

Non credo si possano dunque liquidare come irrazionali i moniti degli euroscettici. Porto di nuovo Krugman a sostegno delle loro convinzioni. Non c’è una differenza straordinaria tra quanto dice il primo e quanto scrive ad esempio Gideon Rachman, per quindici anni commentatore di punta dell’Economist e ora del Financial Times.

In breve: per il governo Greco sarebbe più facile riadattare rapidamente le aspettative diffuse alla condizione in cui si trova il Paese attraverso una drastica svalutazione della moneta. Una operazione più efficace all’interno e relativamente indolore, in regime di cambi flessibili, per gli altri paesi europei.

Ovvio, non può essere questa la soluzione. Ne andrebbe di valori più rilevanti. L’unità dell’Europa tra tutte. Inoltre, se il principio fosse generalizzato, ci ritroveremmo in un ambiente complessivamente più caotico che nel medio termine sarebbe controproducente. In ogni caso, l’Europa forse non è abbastanza forte per gestire la crisi, ma è troppo integrata per poter tornare indietro.

Come in altre circostanze, non può che andare avanti con l’integrazione. Come era nella logica dei padri fondatori. Il piano Van Rompui varato ad ottobre 2010 è stato un primo passo fondamentale. Ha introdotto innovazioni di enorme rilievo nella governante economica europea.

1] La creazione del semestre europeo, che implica un coordinamento delle politiche di bilancio e impone agli stati nazionali di presentare accanto al piano di stabilità e convergenza un conseguente programma di riforme.

2] Il Patto per l’Euro, che istituisce il Fondo per il salvataggio degli stati a rischio di insolvenza.

3] Il rafforzamento del Patto di stabilità e crescita con la richiesta di una rapida convergenza del debito verso un rapporto del 60% rispetto al Pil.

4] L’inclusione tra i parametri di convergenza, rispetto ai quali non sono consentiti “squilibri eccessivi”, di variabili come la posizione del paese nei conti con l’estero, il livello del debito privato o i divari di produttività.

5] Il Meccanismo di intervento per soluzioni di gravi crisi di uno Stato membro che fino al 2013 dovrebbe concedere prestiti Ue fino a un massimo di 60 miliardi, a favore dei Paesi in difficoltà.

In prospettiva, si pensa ad una politica europea più forte. E si discute di quali potrebbero essere i prossimi passi. Sull’Economist

Una politica fiscale comune fatta di almeno tre componenti. Una autorità di livello europeo deputata al monitoraggio del sistema bancario (peraltro largamente globalizzato) e un fondo europeo per la gestione di crisi del sistema bancario. Un sistema di ammortizzatori sociali contro la disoccupazione a carattere contributivo di livello europeo (in questo modo i trasferimenti da un paese all’altro continueranno ma non saranno diretti e non unilaterali). Un sistema coordinato di contrattazione sui salari. L’emissione di titoli obligazionari di livello europeo (Eurobond) non solo per garantire i debiti sovrani dei paesi a rischio di insolvenza ed evitare quindi gli effetti a catena. Ma anche per finanziare investimenti in infrastrutture di livello europeo. La creazione di un ministro delle finanze europeo. A quel punto, sarebbe difficile non considerare anche, come sostenuto da diversi di noi, l’ elezione diretta del Presidente della Commissione.

I partiti di centrosinistra pronti a vincere? E a governare?

Secondo punto: il sospetto che qualcuno da noi, nel centrosinistra, possa intendere la parola d’ordine “più Europa” come un ritorno sotto altra veste allo “Stato sopra ogni cosa” è legittimo. La lunga opposizione al berlusconismo e i cambiamenti interni al PD diffondono l’argomento secondo cui sia necessaria una svolta (o una regressione?) socialdemocratica. Un argomento sostenuto dalla percezione che il vento stia cambiando non solo per la riprovazione crescente verso Berlusconi ma anche perché la crisi ha cominciato a toccato categorie tradizionalmente garantite che oggi domandano protezione sociale e la rassicurante presenza dello Stato piuttosto che liberalizzazioni e mercato (da qui una opportunità per la sinistra considerata più affidabile per svolgere questo tipo di lavoro politico). Ma se ci si guarda intorno, in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, i tentativi di superare all’indietro la terza via sono fragili o inesistenti. La verità è che il centrosinistra è abbastanza spaesato un po’ dappertutto in Europa, nonostante ci siano effettivamente segnali, dal punto di vista degli orientamenti di voto, che potrebbe essere di nuovo il suo turno.

Nel decennio scorso le “paure” indotte dalla globalizzazione (immigrazione, concorrenza economica diretta dei paesi emergenti o indiretta via delocalizzazioni) hanno progressivamente spostato gli elettori e la composizione dei governi verso il centrodestra. Si è passati così da una Europa a guida prevalentemente di centrosinistra (metà anni novanta) ad una Europa a dominanza dei partiti affiliati al PPE. Il declino ha raggiunto il suo apice negli ultimi due anni, come ha ricordato David Miliband. Nel 2010 la sconfitta dei laburisti in Gran Bretagna con il peggior risultato dal 1918 e in Svezia il peggior risultato della SAP dal 1911. Ne 2009 era stata la volta dei socialisti olandesi.

Ora, secondo la tesi (in verità ricorrente) della “fine del liberismo”, il protrarsi della crisi economica (là dove rimangono acuti i suoi effetti), potrebbe invece portare ad una nuova ondata di segno opposto.

Panebianco in un suo recente editoriale sul Corriere ha sostenuto che in Italia si vanno affermando posizioni neo-keneysiane secondo le quali la crisi globale avrebbe rilanciato la necessità di tornare a forme di embeddeb liberalism (un liberalismo economico guidato e tutelato dallo stato e accompagnato da un forte intervento statale di segno redistributivo). In effetti ci sono tracce di una visione che tende a considerare il momento attuale come il contesto in cui prendere le distanze dalla cultura “liberista”, dall’ossessione per i vincoli di bilancio, che avrebbero albergato anche in un centrosinistra succube dell’egemonia della destra nei decenni scorsi. 

Ne trovo in effetti due esempi. Uno riguarda soprattutto il lessico e le categorie utilizzate, più che singole specifiche proposte. Nel documento della Conferenza nazionale per il lavoro tenutasi a Genova lo scorso 18 Giugno (particolarmente esemplare da questo punto di vista il primo paragrafo, “Il lavoro nell’epoca dopo Cristo”). Il secondo è più recente ed è appena stato segnalato da Enrico Morando in un articolo apparso sul Riformista di ieri. Per capire che intendo bastano le citazioni iniziali. Bersani, sul Corriere della Sera del 5-6-2011: “Nelle carte che Tremonti ha già scritto, anche se forse Berlusconi non le ha lette, c’è scritto che dobbiamo arrivare al 2014 con una base di spesa pubblica di 40 mld in meno, forse anche 50. Io dico: è irrealistico. Non lo possiamo fare, se no andiamo in recessione sparati”. Sul Messaggero del 29 giugno, il responsabile economico del PD, Stefano Fassina, rincara la dose: “.. penso che una recessione economica causata dall’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014 non sia nell’interesse degli italiani e neanche dell’Europa”. Scrive, tutto all’opposto, Prodi, sul Messaggero di ieri: “… è prima di tutto necessario ribadire che l’obiettivo di giungere al pareggio di bilancio entro il 2014 deve essere solennemente confermato, altrimenti il peso del debito pubblico diverrà insostenibile”. Dello stesso avviso, Enrico Letta su la Repubblica di ieri: “Noi siamo i primi a dire che l’obiettivo del pareggio di bilancio va raggiunto nel 2014”.

Dunque il rischio di una possibile deriva “socialdemocratica” nel centrosinistra italiano esiste.

Tale tendenza corrisponde ad una effettiva domanda di protezione pubblica secondo schemi tradizionali di tipo socialdemocratico? Dopo l’emergere della crisi economica del 2008-09, mentre da un lato sono cresciuti i partiti xenofobi (Olanda, Belgio, Paesi Scandinavi, Francia), il malessere espresso anche da categorie più garantite come i lavoratori a tempo indeterminato sembra effettivamente creare un ambiente favorevole al centrosinistra. Se ne colgono segni (nei sondaggi) in Francia, Germania, Italia.

Come rispondono i partiti di centrosinistra di fronte alle opportunità del contesto? Si può dire che, per venire incontro alla domanda di protezione, regrediscano verso tradizionali posizioni socialdemocratiche? Ha senso che lo facciano? Sarebbero compatibili posizioni simili con il quadro europeo dentro il quale ci collochiamo?

La vittoria di Ed Miliband su suo fratello David in UK sembrerebbe a prima vista il test principale. Per il successo di Ed (che si autodefinisce “socialdemocratico in politica economica” in contrasto con la “terza via” che fu di Blair, linea di cui David è l’esponente più promettente) è stato determinante il voto dei sindacati, forte al punto da permettergli da solo di compensare il suo grande svantaggio tra gli iscritti al partito e tra i parlamentari laburisti: per questa ragione, la prima critica dalla quale dovrà difendersi il nuovo segretario del Labour sarà proprio quella di essere in qualche modo etero-diretto. In effetti non sembra che Ed al momento abbia un grande successo, nemmeno all’interno del Labour: un sondaggio del Sunday Times ha rivelato che per 2 elettori laburisti su 5 non è in grado di guidare il partito.

La sconfitta elettorale del Labour non ha coinciso con una archiviazione definitiva del blairismo. I numeri hanno costretto Cameron ad un governo di coalizione e non vi è stata una rottura a tutto campo rispetto alla politica dell’ultimo decennio (con l’eccezione della posizione assunta sull’Iraq). Oggi il Labour è di nuovo in testa. Nei sondaggi del Guardian sulle intenzioni di voto mostrano un vantaggio di due punti percentuali sui Tories (39% contro il 37%, con i LibDem al 12). Cameron rimane più popolare sia del suo partito che della sua coalizione, ma per la prima volta entra nel campo negativo: il 42% degli elettori ritiene che stia facendo un buon lavoro contro il 47% che non la pensa così (con un punteggio di -5 contro il +23 dello scorso Giugno).

Nonostante il Labour sia leggermente in vantaggio, il suo leader è fortemente impopolare: solo il 28% dei votanti ritiene che Miliband stia facendo un buon lavoro, con un punteggio negativo  di – 21%. Miliband si colloca così di un punto percentuale sotto Clegg e ben 16 punti sotto Cameron. Segno che la crescita del Labour non è dovuta alla volontà di mandare in soffitta Blair.

Se ne trova conferma analizzando gli atteggiamenti dell’opinione pubblica rispetto alle diverse policies. Il 49% degli elettori sostiene il piano della coalizione di alzare l’età pensionistica del settore pubblico da 60 a 66 anni, contro un 41% contrario; tali risultati mandano un forte segnale ai sindacati e allo stesso Miliband.

Le posizioni sulle altre aree di policies seguono le linee partitiche, con il Labour in vantaggio su sanità  ed educazione, ma a livelli inferiori di quello che il partito si aspettava a fronte delle politiche di tagli attuate dal governo in tali settori (su entrambi i temi, il partito Laburista è in testa con il 38%  di preferenze contro il 31% della coalizione Tories-LibDem).

Per quanto riguarda poi le questioni della tassazione e dei servizi pubblici, la coalizione Tories-LibDem è all 35% contro il 33% del Labour; questo dato, incrociato con quello sulla bassa popolarità di Ed, confuta la tesi secondo le quali l’elettorato spinga per un ritorno a politiche pre-NewLabour.  

Infine su giustizia e ordine pubblico, la coalizione è in testa alle preferenze: 36% contro il 23% del Labour; sull’immigrazione, 36% contro 20%. Segno che bisognerà dare risposte convincenti su questi temi. Blair, in un’intervista sul Sun ha affermato: “Ed ha sbagliato a dire che il New Labour è morto. Se vogliamo vincere le prossime elezioni dobbiamo riportare il partito al centro.” Le opinioni dell’elettorato sembrerebbero confermarlo.

La sfida, per entrambi i partiti, è ripensare il posto dello Stato nella società britannica: da un lato spiegando cos’è la “Big society” (da un sondaggio di YouGov, il 46 % degli inglesi concorda con i principi che la ispirano, ma il  63% non ha capito come funziona concretamente ) e allo stesso tempo fugando il dubbio che si tratti solo di un modo per coprire i tagli al welfare state (così la vede il 59% dell’elettorato); dall’altro lato, il partito laburista deve concretizzare la sua visione della “Good society”, evitando che si traduca in vecchie ricette di intervento che non incontrerebbero il favore dell’elettorato.

Un’altra sfida è quella della governance europea. Sull’Europa, il 30% dell’elettorato sta con Cameron (che ha ribadito più volte il rifiuto di venire incontro ad Atene), contro il 20% che preferisce l’approccio pro-europeista dei laburisti. Nonostante le caute tendenza dell’elettorato verso l’ UE, l’approccio europeista dei laburisti potrebbe riavvicinare i LibDem ed aprire un gap tra loro e i Tories.

Passando alla Francia,  si potrebbe forse trovare conferma del ritorno alla socialdemocrazia se la segretaria del Partito Socialista Martine Aubry (figlia di uno dei padri fondatori dell’ Unione Europea, Jacques Delors) vincesse le primarie di partito per la corsa alla presidenziali nel 2012 contro  Francois Hollande: nelle intenzioni di voto, attualmente sono più o meno pari (35% contro il 34% di Hollande). Ma la somma dei consensi accreditati oggi ai moderati ex coniugi Hollande e Royal è comunque maggiore di quelli accreditati alla Aubry. Come affermato da Thomas Guenole di Science Po a Parigi, il vero problema è che il partito socialista si aspetta talmente tanto la sconfitta di Sarkozy che ha già smesso di riflettere sul come cominciare a vincere: netta assenza di leadership, minima presa di rischio nel rinnovamento del progetto, nessuna differenza di idee e carenza programmatica. In questo contesto, è difficile dire quali saranno le scelte del centro sinistra francese o se piuttosto non deciderà di sfruttare passivamente l’onda critica verso Sarkozy. Un sondaggio dell’ Ipsos di giugno rivela infatti che sia Hollande (32%) che  Aubry (30%), sono in vantaggio rispetto al presidente uscente che secondo la rilevazione dell’istituto sulle intenzioni di voto si fermerebbe a quota 19%. La candidata dell’estrema destra Marine Le Pen si piazzerebbe in terza posizione con il 17-18%.

In Germania, il prevalere (nei sondaggi) dell’ex ministro delle finanze del governo di grande coalizione Peer Steinbrück (sostenuto da Schröder), rispetto all’ex ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier ha invece un segno chiaramente contrario alla tesi della “regressione socialdemocratica”; Steinbrück è infatti considerato un riformista e da ministro si è battuto contro lo statalismo e l’approccio keynesiano. E d’altro canto il suo antagonista Steinbrück è pure lui uno Schroederiano. Entrambi avversati, alla fine del 2007 dal presidente della SPD, Kurt Beck, attivo sostenitore di una conversione a sinistra del partito, la cui candidatura come Cancelliere è nel frattempo del tutto tramontata.

In Germania, nelle regionali del marzo scorso la Cdu della cancelliera tedesca Angela Merkel ha preso una batosta, perdendo uno dei suoi Land più importanti, il Baden-Wuerttemberg, dove governava da circa 60 anni, e la sua alleata nella coalizione federale – la Fdp – è uscita dal Parlamento della Renania-Palatinato: spinti dalla protesta contro l’energia nucleare, i Verdi si sono aggiudicati le elezioni in entrambe le regioni – dove formeranno alleanze con la Spd – e per la leader conservatrice il futuro diventa molto più incerto e difficile. Un sondaggio aggiornato al giugno 2011 commissionato dall’emittente televisiva ARD conferma che se la SPD con il 25% dei voti si alleasse con i Verdi (24%) supererebbe la coalizione attualmente al governo (CDU 33%, FDP 5%).  La linke è data al 7%, mentre nel 2007 era arrivata all’11. La crescita dei Verdi deve essere valutata attentamente, visto che il profilo di Steibruk si adatterebbe maggiormente ad un’alleanza con la CDU in caso di vittoria nelle elezioni del 2013. Allo stesso tempo, deve essere valutato un altro dato interessante: un sondaggio del 22 Giugno svolto dall’Istituto tedesco Allensbach, rivela che il 77% degli intervistati – scelti in un campione che comprende economisti, dirigenti e politici – è scontento della gestione della Merkel e della coalizione nero-gialla. Segno che c’è spazio per conquistare questa fetta importante di elettorato, e di certo per farlo non si possono proporre politiche di stampo socialdemocratico.

In Spagna, fallito il sogno  di Zapatero, per il Psoe sarà difficile riprendersi. Le riforme civili (il matrimonio omosessuale, il diritto di aborto, divorzio lampo, procreazione assistita, la riforma scolastica che emarginava l’insegnamento di religione a scuola) avevano già avuto un impatto violento sulla società spagnola. La crisi economica lo ha costretto ad adottare, lo scorso maggio, misure di austerità impopolari (taglio dello stipendio dei funzionari statali, aumento dell’Iva, congelamento delle pensioni,  maggiore economicità per i licenziamenti) e questo, nonostante le misure volte a trasformare i contratti precari in contratti a tempo indeterminato, è stato forse uno dei motivi che hanno portato alla debacle del voto amministrativo del 22 Maggio scorso.

Difficile prevedere cosa accadrà nel Psoe da qui alle elezioni del 2012. Per sfidare Rajoy  è in campo la candidature del Vicepremier e Ministro degli Interni Alfredo Pèrez Rubalcaba. Nelle intenzioni di voto, il primo sondaggio realizzato dopo le amministrative dal Gabinet d’Estudis Socials i Opinió Pública (GESOP), mostra come il presidente del Partido Popular Mariano Rajoy manchi del carisma sufficiente per convincere gli spagnoli e per attrarre l’elettorato sfiduciato verso il suo partito e verso il suo programma. Se si votasse oggi il PP vincerebbe le elezioni con il 44% dei voti rispetto al 35,3% del PSOE; allo stesso tempo, il 40,8% degli intervistati preferirebbe come premier Rubalcaba contro il 35,4 che preferirebbe Rajoy.

Come si vede non c’è nessun ritorno alla socialdemocrazia. La verità è che il centrosinistra è abbastanza spaesato un po’ dappertutto in Europa, nonostante ci siano effettivamente segnali, dal punto di vista degli orientamenti di voto, che potrebbe essere di nuovo il suo turno.

Non fa differenza l’Italia, che anzi è in una situazione resa drammatica dalla decadenza terminale del berlusconismo. Il governo è allo sbando. La maggioranza che dovrebbe sostenerlo è quantitativamente risicata, raccogliticcia e politicamente divisa. Mentre il contesto ci richiederebbe riforme strutturali e una presenza effettiva nelle sedi in cui si sta disegnando il futuro dell’Europa. Può darsi che ancora una volta l’Italia riesca a far sentire la sua voce più attraverso i Monti e i Draghi (come fu con TPS e Ciampi) che attraverso i suoi rappresentati eletti dal popolo.

I prossimi mesi, o il prossimo anno e mezzo, nell’ipotesi meno probabile, saranno decisivi per mettere in piedi una proposta credibile. Possibilmente anche per rendere le elezioni un momento motivante di partecipazione, un’occasione per scegliere e legittimare la classe politica, piuttosto che un’ulteriore occasione per screditarla. Il referendum pro-Mattarellum è con tutta probabilità l’ultima chance in questa legislatura.

I riformisti del centrosinistra non hanno un compito facile. Personalmenfite continuo a ritenere che il solco giusto sarebbe quello della Terza via italiana proposta al Lingotto. Fatta di verità sui deficit strutturali del Paese, fiducia nelle sue possibilità, disponibilità a sfidare apertamente ogni corporativismo. Di fronte alla crisi finanziaria e agli attacchi speculativi quell’approccio è ancora più necessario: rigore sui conti pubblici e riforme strutturali per rimettere in moto il Paese.  

 * introduzione alla sessione politica – incontro Camaldoli 2011

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