Sturzo e l’acqua


di Flavio Felice
da “Avvenire” di oggi

“Prendiamo un esempio pratico: una fontana pubblica viene costruita in un villaggio. La fontana è un bene comune che si risolve nel bene di coloro che vanno ad attingervi l’acqua. Se la fontana fosse – per abuso di potere – chiusa al pubblico con cancelli di ferro, la cui chiave fosse nelle mani di pochi o di uno solo, cesserebbe di essere un bene pubblico, ma neppure diventerebbe un bene privato; quel fatto si tradurrebbe moralmente in un atto di prepotenza, giuridicamente in violazione di un diritto della comunità” (L. Sturzo, Del metodo sociologico, p. 67). Ho scelto tale brano di don Sturzo, in quanto mi è sembrato profondamente in sintonia con l’istanza etica manifestata da don Milani.
Che cosa ci dice Sturzo? In primo luogo, che la disponibilità dell’acqua è parte costitutiva del concetto di bene comune. In secondo luogo, che l’eventuale monopolizzazione ovvero oligopolizzazione della fontanella non trasformerebbe il bene comune in bene privato, ma semplicemente farebbe emergere un “abuso di potere”. In terzo luogo, ciò che moralmente può apparire come “prepotenza”, sotto il profilo giuridico si traduce in “violazione di un diritto”. Ne consegue che l’esclusione dalla diponibilità di un bene comune come l’acqua è un crimine.
D’altro canto, è appena il caso di ricordare che lo stesso Sturzo, negli stessi anni, ammoniva i politici italiani, ricordando loro che “Lo stato è per definizione inabile a gestire una semplice bottega di ciabattino”. Al di là delle derive ideologiche, nei confronti delle quali tutti rischiamo di essere terribilmente esposti – soprattutto in questi giorni –, credo sia opportuno rilevare che tanto che a gestire il servizio di erogazione idrica sia lo stato ovvero un privato, c’è bisogno che qualcuno paghi gli investimenti. Dobbiamo soltanto scegliere se pagarli al pubblico con la fiscalità ovvero al privato con la bolletta.
Dove risiede allora il rischio di deriva ideologica? Nell’assegnare allo stato il monopolio del servizio pubblico: che si chiami barone tal dei tali o “Stato”, sempre “padrone” è. Gli uomini sono uomini, forse i funzionari pubblici sono virtuosi per natura? Ovvero, servizio pubblico di stato significa che a gestirlo saranno manager indicati dai leader di partito nazionali e locali? E poi, chi lo ha detto che i partiti conoscano più degli imprenditori qual è l’ottimo sociale? Forse l’ottimo sociale è un attributo dello “Stato”? Ovvero della poliarchica società civile, articolata secondo il principio di sussidiarietà?
Nella prospettiva sturziana, il compito dello stato è di stabilire con metodo democratico e partecipativo le regole del gioco e di farle rispettare. Dunque, delimitare il campo di gioco, aprire linee di concorrenza, impedire gli oligopoli, fare l’arbitro, punire chi non rispetta le regole e, nel caso, espellerlo dal campo.
L’arbitro non può essere anche giocatore! È questa la prima lezione di natura etica di Sturzo e dell’economia sociale di mercato. Sappiamo tutti che i privati intendono massimizzare i profitti. Ad ogni modo, se il pubblico rinuncia a fare il giocatore, potrà arbitrare più efficacemente. Se invece pretende di essere anche giocatore, non potrà mai essere un arbitro imparziale. In definitiva, sulla scorta dell’insegnamento sturziano, mentre non mi fido del privato, mi terrorizza l’idea che il pubblico possa essere arbitro e giocatore.
Il problema della speculazione a tutti i costi del privato si affronta soltanto con le regole del gioco e con un arbitro imparziale che le faccia rispettare. Questo è un tema di etica applicato alla politica che avvicina la lettera di don Milani alle posizioni economiche di don Sturzo. In Sturzo, l’etica non è un elenco di buone intenzioni, ma un sistema istituzionale che consenta la libertà nella giustizia; sappiamo tutti quanto sia difficile, ma è l’arte della politica.

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